Capitolo XLIII
Ma che sto facendo?
Cosa c’entra Piero con il cimitero?
«Scusa Piero, ma hanno distrutto il mio posto speciale, dove mi rifugiavo per incontrare te, insieme ad altri amici… Non lo posso fare veramente… e anche se volessi è tardi per vivere sul serio».
Vado a casa. «Ciao pa’, ciao fra’» e loro: « Ciao, è pronto per te in cucina… » E mio fratello : « Ma lavori sempre al cimitero? E com’è? Pensavo di iscrivermi in palestra, no meglio di no. Cosa ne pensi? »
Sto veramente bene, mi hanno dato un vestito scuro, camicia, cravatta, altro che quelle tute da operaio di panno azzurro, spessissime. Ora sono all’accoglienza per dare informazioni e portare i documenti che arrivano dai carri funebri all’ufficio; hanno messo anche un sacco di telecamere con le quali controllo le gallerie.
Percorro le gallerie e osservo le statue, quella della venditrice di castagne che aveva risparmiato così tanto da potersi permettere una statua in bronzo, quella del palombaro morto nelle operazioni di bonifica in Normandia, e poi scheletri, madonne, angeli.
Arrivo ai campi bassi, dove inizia un viale con immensi campi ai lati, con tutte le tombe perfettamente allineate, intorno, tutto un porticato che protegge enormi gallerie di tombe di famiglia; mi sembra di scorgere dei movimenti, come se qualcuno si divertisse a nascondersi e mi prendesse in giro ridacchiando.
A un tratto mi pare di vedere un gruppo di militari, sono dei ragazzi, hanno delle uniformi strane… ma sono i ragazzi della Boeselager che mi chiamano! Mi manca l’aria, scappo verso le gallerie, percorro il perimetro, ma mi sento chiamare con un accento strano: è Edwige che mi saluta.
Sono in panico.
Dalle gallerie escono tutte le persone della mia vita, che mi sorridono e mi chiamano. Devo fuggire, sono confuso, terrorizzato, corro a caso; ma sì, devo andare alla casa del custode, all’uscita di sicurezza.
Ecco la casa, completamente avvolta dai ponteggi e quasi invisibile. La porta; spingo ma non si apre, hanno rimosso la catenella arrugginita; spingo, do una spallata, ma niente, non si apre. Aiuto!
Non posso entrare, corro in discesa per scalinate delle gallerie oramai in disuso, dove le fotografie e le statue dei loculi sembrano prendersi gioco di me dall’alto; è buio e pieno di polvere; ecco, la luce al termine della rampa di scalini di marmo, finalmente, sono sbucato vicino alla statua della Fede e mi ritrovo al centro perfetto dei campi, dove posso allineare con lo sguardo le tombe in tutte le direzioni, come fossero soldati.
Tutto comincia a ruotarmi intorno, dai vertici dei campi stanno avvicinandosi gruppi di persone vocianti, che mi salutano: i ragazzi della Folgore, i Somali, Piero, Dafne ed Andrea … mi chiamano. Alzo gli occhi al cielo e tutto il cimitero ruota come in un vortice.
Non posso fuggire.
Mi accascio su me stesso con la testa tra le mani, come un bimbo che cerca di non farsi vedere. Li sento avvicinarsi, urlo: «Andate via, lasciatemi in pace»… no, non voglio vedere.
E poi, silenzio, calma. Quando aprirò gli occhi non ci saranno più; sì, non ci saranno più e non potranno più ritornare.
Sposto lentamente le mani dagli occhi, guardo intorno, solo il fruscio del vento sui cipressi intorno ai campi, e luce.
Un cielo terso pulitissimo come quello che si vedeva dall’aereo durante i lanci.
Una strana quiete mi pervade, mi alzo e cammino; intorno, la geometria perfetta dei viali che si intersecano; di fronte, l’uscita principale, un arco luminoso che spicca nella cinta muraria, scura, del cimitero.
Cammino lentamente, tolgo la giacca e la poso su una tomba, levo la cravatta e la sistemo su una statuetta, provo una strana ilarità, quella luce là in fondo mi attira, non vedo cosa c’è oltre, troppo forte è il contrasto tra il buio e l’apertura, ma so che devo uscire fuori.
USCITA DI SICUREZZA

