Capitolo XXVI
Sto per congedarmi, è l’ennesimo fallimento, l’ennesimo ritorno con le orecchie basse. Sono perso nei miei tristi pensieri, quando incontro il medico a cui avevo fatto da ruffiano in Somalia. Mi dice: «Sei invitato al mio matrimonio, mi raccomando: in alta uniforme»,
Gli chiedo: «Ma chi ti sposi? La Somala?». E lui: «Esatto!»
La Somala è medico, nonché responsabile per la Somalia della nota ONG americana: Save the Children. Mi dice:
«Globalsos ha bisogno di un logista in Somalia ad ottobre, perché non ci vai?». Mi congedo il venti di settembre, il primo di ottobre sono in volo per Nairobi destinazione Jhoar, 200 km a nord di Mogadiscio. Qualche giorno prima ho incontrato il responsabile di Globalsos: mi ha proposto un milione di lire al mese, per gestire un ospedale e quattro scuole. Lui non lo può sapere, ma io sarei andato anche gratis: tutto, pur di non rimanere a casa. Non so cosa significa fare il logista, non ma non sarà più complicato che pilotare un aereo e comunque, sono o no un ex Ufficiale della Folgore?
Il responsabile di Globalsos è una persona pacata, ma animata da fervore umanitario, estremamente persuasivo; insomma mi fa una buona impressione. Scoprirò mesi dopo che avevo di fronte un professionista della trattativa, la summa delle due scuole di retorica più efficaci della storia.
Avevo a che fare con un ex seminarista passato a fare il sindacalista di sinistra: il terrore dei dipendenti ministeriali per la cooperazione, un rullo compressore, il cui motto era: “Resistere un minuto più degli avversari nelle trattative” e la cui missione era: “Esserci”, ovunque vi fosse bisogno e “Subito”.
La sera sono a Nairobi, alloggio in un albergo gestito da Indiani; strano posto Nairobi, città popolata da gente di colore che parla perfettamente inglese, con una comunità indiana potentissima, tutta dedita al commercio: gli eredi dei soldati inglesi di etnia indiana. Dovevo partire l’indomani all’alba, ma, che diavolo! si vive solo una volta per cui, azione: chiedo ad un tassista un posto dove ci si diverte e lui:
«California club». Eccomi al California, percorro un corridoio che porta alla cassa e mi fermano due ragazze di colore: «Do we sleep together tonight?». Vorrà dire che il California lo vedrò la prossima volta.
La linea aerea per la Somalia era la Eco flight (della comunità europea): o un piccolo jet o uno scassone a elica russo; mi tocca lo scassone. Uno scalo intermedio in mezzo al niente e poi… atterraggio sulla pista sterrata di Jhoar.
Jhoar, che, come ho già detto, è una cittadina a 200 km a nord di Mogadiscio sulla onnipresente strada Imperiale, è posta vicino al fiume Shebeli. Per l’italica memoria vanta un importante passato, dato che poco distante vi è il villaggio Duca degli Abruzzi, ove riposa l’omonimo duca. Il sito dove sorgeva il villaggio è di una bellezza eccezionale: alberi di buganvillea multicolore alti come case, un’area verde freschissima, dove era stato edificato un centro di piccole casette ad uso degli Italiani.
Nel cimitero spicca un monolito di granito rosa, il luogoove è appunto sepolto il Duca. Nei giorni seguenti la rivolta somala la popolazione saccheggiò le casette, compresi i sanitari, le piastrelle e tutto quello che poteva essere utile, trasformando in questo modo un paradiso in un villaggio fantasma di ruderi. Molto vicino vi sono i resti della fabbrica di rum, che insieme allo zuccherificio annesso e alle banane, rappresentava un’importante voce economica della colonia italiana.
La mia destinazione è un complesso che comprende: un ospedale da duecento posti letto, ricevuto in eredità dai militari italiani, un paio di gruppi elettrogeni per garantire l’elettricità, tre moduli abitativi destinati al personale espatriato dell’ospedale, varie infrastrutture, come la mensa per i dipendenti e quella per i bianchi; il tutto recintato e vigilato da un corpo di guardia locale. In totale duecento persone locali a libro paga, che includevano i maestri di quattro scuole elementari, poste esternamente al complesso e recentemente ristrutturate.
Tale sciocchezza costava quarantamila dollari americani al mese, che mi venivano regolarmente decurtati di almeno un terzo, per cui, pagati gli stipendi, per il cibo ci si arrangiava con un orto privato dell’ospedale e si andava al mercato locale del bestiame, dove, con il supporto di un contrattatore, acquistavo i capi che venivano macellati dal nostro personale.
Gran parte del materiale sanitario erano rimanenze militari; il resto cercavo di acquistarlo in Kenya. Al mio arrivo vengo accolto dagli infermieri e dal medico, tutti italiani, già operanti, il mio compito sarà l’organizzazione logistica: in pratica occuparmi di tutto, dalla carta igienica, al bisturi, dall’erogazione dell’acqua e dell’elettricità, al cibo.
Il complesso era proprio come un organismo vivente, due gruppi elettrogeni costituivano il cuore pulsante, un costante TUM, TUM, TUM scandiva i battiti di quel corpo, un po’ come su di una nave. Tutto dipendeva da quei grandi cuori che ci consentivano di prelevare acqua purissima dalla falda sottostante, di illuminare il complesso e fornire energia all’ospedale. Funzionavano alternati, vale a dire mezza giornata uno e mezza l’altro, quello più rumoroso di giorno e quello relativamente silenzioso la notte.
Dopo un po’ ti abituavi a quel fastidioso rumore, diventava un sottofondo e al momento del cambio il silenzio lo percepivi con angoscia, quasi si fosse fermato un cuore, attendendo la rianimazione. La prima cosa di cui mi accorgo è che siamo isolati.
L’unica maniera di comunicare con il mondo è percorrere 200 km di sterrato fino a Mogadiscio e telefonare dai call center per via satellitare. Abbiamo una radio, un baracchino da radioamatore (100 Watt di potenza), che viene usata per contattare l’aereo e per le comunicazioni locali. La sera mi metto a scandagliare l’etere e sento parlare in italiano, lo contatto. Mi risponde un missionario in Ruanda, al quale chiedo:
«Ma come fai a parlare con l’Italia?». E lui «Guarda, ti devi mettere su queste frequenze ed a questi orari per sfruttare la propagazione ionosferica». Proprio vero che i missionari hanno dalla loro il Principale! Mi metto al lavoro, ma non riesco a contattare nessuno, devo migliorare la trasmissione. Girando per il complesso, scopro un antenna log-periodica gigante, in pratica la Ferrari delle antenne, la devo solo orientare verso l’Italia e adattare il baracchino alla Ferrari.
Costruisco un adattatore (baloon) e riprovo: ed alla fine una flebile voce mi risponde. Un radioamatore siciliano, il problema è che arrivo poco intellegibile, ci vorrebbe un po’ di potenza in più. Chiedo ad Hassan, il mio segretario, dove reperire un amplificatore e lui: «Da Gianfranco». Piemontese di nascita, ma genovese di adozione, Gianfranco era l’autorità portuale di Mogadiscio, forniva la corrente elettrica alla parte nord della città, dava lavoro a circa duemila persone e duecento guardie personali, armate fino ai denti; in pratica era il genio della lampada, bastava desiderare… e pagare.
Lo contatto via radio, quando sente il mio accento: «Belin, ma sei di Genova, che piacere, vieni subito a trovarmi che qualcosa troviamo».
Gianfranco, il ras; alla periferia nord della città, mi aspettano due tecnica[1] di scorta, che mi portano alla sua villa, una villa incredibilmente in ordine, che emerge distinta dal panorama delle macerie urbane. All’interno, uno spazio enorme con piscina ed un numero imprecisato di camere per gli ospiti. Non riuscivo ad immaginarmelo, sapevo bene cosa significava sopravvivere a Mogadiscio, e lui si era pure arricchito, per cui mi aspettavo un tipo incredibilmente tosto.
Alle spalle mi arriva una voce: «Belin, come stai?». Mi volto e vedo un omino di mezza eta, alto un metro e sessanta, di corporatura normale, niente di eclatante, se non fosse stato per il suo sguardo. Ti sentivi trafitto da due occhietti incredibilmente azzurri e vivi. Ad averlo incontrato con un vestito da nano di Biancaneve, lo avresti scambiato per un folletto dispettoso dei boschi. Mi guarda per tutta la mia lunghezza e dice: «Mi sa che se ti invito a mangiare ti devo fare un sovrapprezzo sull’amplificatore!». Andiamo a mangiare: pasta fatta in casa come in Italia, scelta di carne di facocero, agnello e vitello; scelta di pesce, aragosta e frutta a go go.
Stiamo mangiando quando una ragazzina di colore arriva e gli dice: «Ciao papà». È la figlia della moglie, che ha sposato dopo essersi convertito alla fede islamica. La scelta non è stata casuale, la signora è cugina prima di Alimadi, uno dei due signori della guerra che si contendono il potere in Somalia.
Ha una gran voglia di raccontarsi ad un compaesano ed io lo assecondo, ascoltando interessato la sua incredibile storia. Era arrivato dal Piemonte a Genova, da ragazzino, e lavorava in porto. Spostava e guidava camion e faceva qualunque cosa che generasse reddito. Fra le sue attività si collocava anche quella di portare il denaro della rispettabile borghesia genovese in Svizzera, disturbo per il quale tratteneva per se il dieci per cento Con questa disponibilità aveva acquistato dei camion ed era diventato socio di un noto imprenditore portuale genovese.
Gli affari andavano a gonfie vele, quando il destino cinico e baro, gli tende un trabocchetto. La Guardia di Finanza scopre che i camion imbarcati su di una nave viaggiavano con una documentazione irregolare, quindi gli eleva una mega multa, che, moltiplicata per ogni mezzo, diventa insostenibile: «Capisci che era stata una piccola dimenticanza sulle bolle di accompagnamento e questi mi sequestrano tutto».
È in società con il pezzo grosso del porto, quindi viene deciso che si deve sacrificare lui, e scappa in Somalia. Ma l’amicizia è un profondo sentimento e così l’amico fa in modo che i suoi camion lo raggiungano in esilio, e con questi avvia una lucrosa attività di trasporto su e giù per la via Imperiale. All’epoca la Somalia è in pace, ma la via Imperiale, essendo l’unica strada, pullula di briganti che fanno man bassa dei convogli in transito.
Ed eccolo quindi, come un novello cow boy a scortare i suoi bestioni ingaggiando scontri a fuoco con gli Indiani sulla pista. Ovviamente tutto ciò aveva un prezzo, che lui, formatosi sulle banchine genovesi, aveva perfettamente imparato a calcolare. Siccome da cosa nasce cosa e in Somalia mancava tutto, il suo spirito imprenditoriale era la risposta più adatta allo sviluppo del Paese. In breve tempo divenne proprietario di magazzini in porto, falegnamerie, attività metal meccaniche; insomma, dove vi era una necessità, lui risolveva.
Tutto bene fino a quando di nuovo il destino sempre più cinico e baro, gli mette in mezzo una bella guerra civile. Tutti gli Italiani fuggono. Non lui. Aveva fatto troppa fatica per ottenere quello che aveva. Avrebbe combattuto, associandosi con uno dei contendenti. Ed eccolo in sella, in pieno conflitto, continuando ad arricchirsi con le sue attività.
È passata la guerra civile, sono passati i soldati Americani e Italiani, che hanno ampiamente usufruito dei suoi servigi, ed ora che non c’è più nessuno, ci sono le ONG che lo cercano, perché è l’unica certezza in un Paese dove non sai se vedrai sorgere il sole domani. Il clan di cui fa parte controlla Mogadiscio nord, l’altro clan Mogadiscio sud: da una parte Alimadi, dall’altra Haidid.
Alimadi era un ex commerciante, possedeva un albergo dove anche le giornaliste usavano pernottare. Haidid era un Carabiniere Italiano, proprio così, un prodotto dell’Accademia Militare italiana. La Somalia in qualità di ex colonia aveva dei rapporti privilegiati con l’Italia, rapporti che includevano la formazione nelle nostre Accademie Militari e nelle nostre Università (dottori o giuristi). Bene, uno dei due ‘signori della guerra’ era un Ufficiale dei Carabinieri: ci sarebbe da chiedersi che cosa si insegni nelle nostre accademie…
La vita a Mogadiscio nord per la gente era più confortevole, Giancarlo forniva gratuitamente l’elettricità, oltre tutta una serie di manufatti che produceva; quindi, dava lavoro a centinaia di persone, ognuna delle quali ne manteneva altre decine, pertanto si può dire che sfamasse mezza città; ciò nonostante, subiva un attentato alla settimana.
Per andare nella zona sud, dove era situato l’aeroporto principale, era necessario reclutare una scorta locale, vale a dire: ci si approssimava alla Frontiera, si scendeva dai mezzi e si saliva su quelli armati dell’altro clan. Nel tempo, questa attività era diventata ben collaudata e remunerativa per entrambi i contendenti.
Ci vorranno quattro ore per percorrere 200 km di sterrato a folle velocità, ma torno con amplificatore e strumentino che mi consente di accordare l’antenna in funzione della frequenza di trasmissione. Collegato tutto, comincio a parlare: «Qui IK6BOB: comunicate il vostro nominativo». Ma che nominativo vuole? «Senti IK6BOB, non ne ho nominativi; ti parlo da… ». E questo chiarissimo: «Io non ti posso parlare senza nominativo, però te lo posso suggerire: T vuol dire Africa, 5 vuol dire Africa orientale, poi quel che vuoi di tre lettere». «Va bene, qui T5SOS, passo». Grande fantasia.
Questa era la mia giornata tipo: sveglia a piacere, comunque mai oltre le otto, colazione, giro all’ospedale per vedere se occorreva qualcosa, rimediare a tutto quello che eventualmente si rompeva, accogliere le delegazioni di mezza regione che venivano a battere cassa, poi pranzo e siesta obbligatoria (con 40° ed il 90% di umidità era impossibile lavorare). Verso le 17.00 si ricominciava, fino alle venti, poi cena e varia socialità.
Il nostro ospedale era l’unico della regione: duecento posti letto, una sala operatoria per chirurgia “sporca” (non eravamo in grado di garantire standard igienici occidentali), un ambulatorio normale ed uno pediatrico. Nel mio piccolo, con i mezzi a mia disposizione (vale a dire quasi nulla), mi sforzavo di rendere decorosa ed efficiente la struttura, ad esempio mantenendo in funzione la macchina per le radiografie, le attrezzature chirurgiche…
Tutto era abbastanza surreale: per esempio, ecco la procedura per fare le lastre. Il funzionamento della macchina per le radiografie non era dissimile da quello di una fotocamera: avevamo un parametro che definiva l’intensità della radiazione erogata, quindi la profondità che si voleva esplorare e la durata dell’esposizione. Purtroppo, il regolatore dell’intensità si era rotto, per cui si agiva solo sulla durata dell’esposizione; la qualità risultante, ovviamente, non era eccelsa, ma i medici se la facevano bastare.
L’ospedale era un luogo di drammi e sofferenze, ma ogni giorno vi accadevano anche dei piccoli miracoli. Durante la stagione delle piogge, quando la malaria colpiva la maggioranza della popolazione, noi non sapevamo dove ricoverare le persone; i bambini in particolare erano colpiti dalla malaria “cerebrale”, andavano in coma e morivano dopo poco l’unica terapia era somministrare un beverone di farmaci che o li salvava o…
Gli stessi bimbi te li ritrovavi nella stagione secca colpiti dal colera, insieme a tutta la famiglia. Allestivamo un campo isolato con delle tende. In queste i pazienti venivano ricoverati su brandine da campo modificate, nelle quali veniva praticata un’apertura, in modo che potessero evacuare anche da coricati. Un catino posizionato sotto l’apertura consentiva di analizzare le feci che visivamente si presentano come un brodo di semolino di colore chiaro.
Lungo le brandine venivano tesi due cavi, ai quali si appendevano le flebo per reidratare le persone. La zona veniva isolata e l’accesso era possibile solo transitando attraverso una vasca di acqua mischiata a calce viva o disinfettanti, in modo da tentare di non diffondere la pestilenza. Comunque, ammesso si riuscire a sopravvivere a queste patologie, serpenti, incidenti, mine e colpi vaganti non mancavano mai.
Il complesso era difeso da una ventina di guardie locali, delle quali, in realtà, eravamo ostaggi. Realizzai questo fatto un giorno, quando il loro capo chiese un aumento, che io tentai di rifiutargli, al che i concetti espressi suonarono più o meno così: «Senti capo, in questa zona la nostra famiglia ti garantisce sicurezza, qui nessuno ruba e spara se non vogliamo e siccome noi siamo disposti a morire per difendere l’ospedale, vogliamo più soldi», che in altre parole significava che dato che in zona i ladri erano loro, io dovevo pagarli per non derubarmi.
Le donne in Somalia erano classificate in base alla capacità di procreare e di lavorare. Da piccolissime subivano l’infibulazione, in pratica venivano loro recise le piccole e grandi labbra dell’apparato genitale esterno, oltre al clitoride, e poi cucite. Il tutto eseguito con una teorica anestesia locale, a base di composti vegetali, praticata da anziane signore.
In Somalia ci si sposa molto presto ed altrettanto presto si fanno i figli; quindi, una donna a trent’anni può aver partorito anche dieci volte. Di fatto sono ancora bambine, quando, per sposarsi, devono essere ‘scucite’.
Per il matrimonio era consentita una settimana di ferie, tanto era doloroso e macchinoso il fatto di consumare la notte di nozze, che, ovviamente, culminava con il classico lenzuolo sporco di sangue esposto a dimostrare l’effettiva verginità e l’avvenuto rapporto. In caso di aborto spontaneo, cercavamo di spiegare loro che era necessario un taglio cesareo, che sarebbero morte se non lo avessero fatto, ma le famiglie le portavano via: «Se Allah vuole, vivrà».
«Come vivrà? Ti dico che muore!». Una frustrazione incredibile. Parlo al medico: «Senti, quando vedi che una ha già un po’ di figli, oppure è messa male quando partorisce, chiudi le tube e via, altro che Allah!». Con il tempo e grazie alla mediazione delle infermiere locali, che ci sforzavamo di formare, riuscimmo addirittura a praticare dei raschiamenti e a salvare qualche ragazza; il problema principale rimaneva nel fatto che arrivavano in ospedale troppo tardi: prima si rivolgevano alla sapienza pagana del guaritore locale, poi alla fede, con il capo musulmano, e, solo per ultimo ai bianchi infedeli.
Presso le etnie dominanti, gli Abgal e gli Abgalghidir, le donne lavoravano e gli uomini combattevano. Questa struttura sociale probabilmente affondava le sue radici nella loro cultura nomade; in pratica erano razziatori con la presunzione di superiorità razziale. I Bantu, stanziali e dai tratti somatici più negroidi, erano l’etnia perdente; di fatto erano un popolo pacifico ed ingegnoso di operai, coltivatori e artigiani. I Darot rappresentavano invece l’aristocrazia, persone laureate in Inghilterra o in Italia, quindi fuggite con la cassa all’estero.
La situazione pertanto si configurava come un vero e proprio scontro tra due etnie nomadi, che si ritenevano entrambe la razza eletta, il cui motto grosso modo suonava così: “Io ed il mio popolo contro il mondo, io ed il mio clan contro il mio popolo, io contro il mio clan”; insomma: tutti contro tutti, l’apoteosi dell’inaffidabilità e, per il mio senso dell’onore da paracadutista, rappresentavano quanto di più lontano si potesse immaginare dalla dignità umana, dei veri cani morti.
Questa progenie di guerrieri fisicamente era formata da individui alti, magrissimi, che vestivano un pareo a mo’ di gonna, ciabatte di plastica, magliette fantasia, Kalashnikov a tracolla, ruminando continuamente le foglie di un arbusto, il chat o khat[2], che contengono un alcaloide psicotropo, dall’azione stimolante: si tratta della droga del Corno d’Africa, importata con piccoli aerei dal Kenya, capace di creare una sorta di legame sociale.
Dal colore verdastro e dal sapore acidulo, il chat ha un effetto euforizzante: si consuma dopo averlo sbucciato con i denti, formando un bolo in bocca, per poterne assimilare meglio l’essenza. Dato il suo gusto tendente all’amaro, in genere viene consumato degustando the dolce. I guerrieri sono convinti che conferisca eccezionali capacità amatorie e grande coraggio. Per quanto riguarda gli effetti afrodisiaci, sono in grado di smentire: ti fa venire un sacco di voglia, ma ti tarpa tutto il tarpabile…
Per il coraggio, credo che probabilmente lo confondano con l’incoscienza: prima si sconvolgono, poi combattono, pertanto non percepiscono il pericolo e se gli va bene, sono convinti di essersi comportati da grandi guerrieri; sempre più in alto nella mia classifica dei cani morti.
DONG, DONG, DONG…
Note:
[1] Tipo di pick up modificato, con mitragliatrice pesante.
[2] Catha edulis, anche detta qat, gat, jaad, chat/khat e miraa. Per via dei suoi effetti allucinogeni, è stato spesso paragonato alle anfetamine. Si racconta che sia stato scoper¬to in Etiopia da un gruppo di pastori, i quali aveva notato uno strano compor¬tamento euforico nelle proprie capre, che si erano cibate della pianta. Dagli alto¬piani etiopici, la sua coltivazione si sa¬rebbe poi estesa verso l’Africa Orientale e lo Yemen..



