NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo XXVIII

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Per definizione se sei un bianco sei anche un dottore, per cui un giorno mi si presenta un tizio con un’accetta conficcata in testa, esattamente a meta cranio, mi dice che ha litigato con il fratello. Una scena da film della Famiglia Addams, solo che avevo il problema di levare l’ascia.

Con il medico, analizzammo le possibilità operative, poi alla fine gli dico: «Senti se non sei morto fino ora, non muori più». E gli tiriamo via l’arnese, che infatti si era incastrato nell’osso cranico senza lesionare nulla, che culo…

Quando arrivai, all’ospedale lavorava sia personale italiano che locale. Lo staff italiano si componeva di un direttore sanitario, che era un medico in pensione, e tre infermieri professionali, tutti con i loro motivi per scappare dall’Italia.

La scelta di fare l’operatore umanitario è ovviamente una questione personale, ma una cosa è sicura, non vai per fare del bene agli altri, parti per fare del bene a te stesso, poi, il fatto che aiuti il prossimo è una conseguenza. Anche loro, i Somali, lo sanno; un giorno ritorno con il fuoristrada da Mogadiscio e mi trovo un vecchio buttato a terra per strada, mi avvicino e tento di sollevarlo per portarlo all’ospedale, quando mi dice: «Quanto mi paghi per portarmi all’ospedale?».

Sulle prime penso sia l’effetto della febbre, ma lui continua e mi dice: «O mi paghi o mi lasci qui».

Sono allibito e stanco, stanco di non riuscire a capire quel mondo, stanco di lottare per ogni cosa: «Sai che c’è vecchietto? Per me ci puoi pure rimanere con la malaria». Riparto, percorro pochi metri, mi fermo, così, in silenzio; vedo il vecchio a terra dallo specchietto retrovisore, ingrano la retromarcia e lo vado a prendere: «Sai che c’è vecchio scemo? Io ti porto in ospedale, poi fammi causa». Questo è esausto e non oppone resistenza, gli chiedo: «Ma perché mi chiedi dei soldi per aiutarti?» e lui: «Senti un po’, a te pagano per curare la gente o no? Allora è giusto che mi dai qualcosa, se non ci fossi io, tu non lavoreresti». Una logica ineccepibile, mi sa che ha ragione; se penso ai miliardi spesi per il terzo mondo, che per la maggior parte finiscono in spese “amministrative”, non posso che dargli ragione.

In qualità di logista avevo la responsabilità amministrativa, che in primo luogo, consisteva in una chiave che apriva una cassaforte posta nel modulo abitativo dove risiedevo, in camera da letto: praticamente dormivo sul tesoro. Quando arrivai vi erano tre infermieri di Novara, un medico italiano ed uno somalo. Il primo infermiere, aveva la fisionomia di un roditore, e, oltre alle sue specifiche mansioni, faceva anche il logista. Il secondo era un ragazzo che assomigliava ad un intellettuale, un raro esempio di ragazzo padre italiano, ed aveva una missione: fare all’amore con un’esponente femminile di ogni etnia somala.

Ultima, ma non ultima, Nadia, una fanciulla piccola, bionda, con due enormi occhioni cerulei sognanti. Tranquilla, persa nella sua dimensione africana, era quella che meglio aveva compreso la nozione di tempo di quel Paese. Ogni mattina impiegava circa trenta minuti a percorrere i cento metri che ci separavano dall’ospedale per espletare i saluti a tutti i Somali che incrociava: si può dire che lei aveva un modo di sentire e di porsi africano.

I primi contrasti giunsero quando feci capire al roditore che lo ringraziavo per il suo operato e dell’aiuto che mi stava offrendo, ma che dei soldi ora me ne sarei occupato io. La sua reazione fu un misto di sconcerto e di puerili tentativi di convincermi a delegare; c’era qualcosa che non mi convinceva in quell’uomo. Inizio la mia opera e chiedo al segretario somalo: «Hassan, come mai abbiamo un solo fornitore? Da domani facciamo una bella gara di appalto». Poi: «Hassan, andiamo alle scuole».

Mi faccio il mio giro, vedo i maestri e andiamo al mercato. Su una bancarella: «Hassan, ma quelle non sono le marmellate che noi usiamo per la merenda dei bambini?». E lui: «Eh… sì, mi pare». La mia pressione si stava pericolosamente alzando. «Hassan, ma quelli non sono i nostri medicinali?». «Mah… può darsi». La mia pressione era definitivamente fuori controllo.

Rientro alle scuole: «Hassan traduci: tutti i signori maestri sono licenziati».

Rientro all’ospedale: «Chi si occupa della farmacia?». Il roditore, che strano! Il roditore era alto sì e no un metro e settanta, quel giorno i miei urli lo staccarono da terra di almeno dieci centimetri. Il giorno dopo mi trovo una folla di manifestanti fuori dall’ufficio: si va dal sedicente governatore della regione, ai più vari capi clan. Hassan traduce e suda, sono incazzato nero, il mio eloquio è un fiume di insulti e minacce, sono in piedi e gesticolo: non ci si può sbagliare, anche in Africa il linguaggio del corpo ha dei tratti universali.

Hassan continua a tradurre e questi restano impassibili, al che mi sorge un dubbio: «Hassan, ma stai traducendo correttamente?». E lui sempre più sudato: «Certo capo». Non ci credo, li ho appena mandati a cagare e questi mi salutano e se ne vanno. Grande Hassan; solo dopo molto tempo ho capito che mi aveva salvato la pelle, chissà quante volte aggiustando, diciamo così, i miei infervorati monologhi.

Ogni giorno delegazioni, ogni giorno richieste, ogni giorno comizi. Non riuscivo a realizzare una gara di appalto, nessuno si presentava eccetto il solito, al che, altro nervoso.

Una notte mentre ritornavo a dormire mi sparano una raffica, sento lo spostamento d’aria, il cuore va in fibrillazione; bastardi, come i mafiosi. Decido di tutelarmi. Scopro che possediamo delle armi, bene, allora sotto al letto sistemo un bel Kalashnikov, qualche bomba a mano russa, una pistola Tokarev russa, zainetto con razioni alimentari americane liofilizzate, pastiglie per potabilizzare l’acqua, bussola, mappa, torcia elettrica e radio portatile; se sarà necessario scappare, camminerò per 200 km fino al mare e da lì a Itala, dove c’è una radio e chiamerò i soccorsi; da solo.

I miei compagni sarebbero solo delle palle al piede. Il ratto era di giorno in giorno più nervoso, fino a che mi recapitano una lettera da parte del governatore della regione che grosso modo diceva:

Avendo causato gravi motivi di tensione, il sig. Tal dei Tali è invitato a lasciare la regione entro ventiquattro ore, pena l’arresto. Casualmente c’è un elicottero dell’ONU che si ferma da noi, che strano, faccio i bagagli e vado in esilio a Mogadiscio, con il ratto che mi rassicura: «Non ti preoccupare ci penso io a mandare avanti la baracca». Che amico.

L’elicottero si stacca dal terreno, vedo fra la polvere Nadia, con la quale avevo instaurato un rapporto un po’ più che amichevole, che piange, qualcosa mi sfugge, ma tutto è successo troppo rapidamente, non riesco concentrarmi.

Di nuovo Mogadiscio, siamo sistemati in un appartamento confortevole, gestiamo un ambulatorio ed il rimpatrio dei rifugiati. Divido la casa con Francesco, il supervisore, per le operazioni in Africa, un vero personaggio da film. In sua compagnia la televisione è un oggetto da utilizzare come mensola, le sue esperienze e il suo modo di raccontarle fanno sì che ogni sera ci fosse uno spettacolo teatrale in esclusiva da godere. Francesco, un omino di circa settant’anni, di corporatura media, vestito da coloniale britannico, parlava (inglese, francese, spagnolo, tedesco, arabo e swahili) aristocraticamente con l’erre moscia.

Pare discendesse da una famiglia legata ai Ciano e che i famosi stabilimenti cinematografici di Tirrenia, dove si produceva la propaganda cinematografica fascista, appartenessero alla sua famiglia. Da ragazzo era cresciuto ai Parioli di Roma, insieme alla futura dirigenza delle Poste Italiane e delle Ferrovie dello Stato; diceva di aver conosciuto anche Ciampi ragazzino. Essendo rampollo di buona famiglia fu avviato agli studi di Giurisprudenza, che completò malvolentieri. Trovato impiego come legale presso l’ENI e… motivato a divertirsi, si fece inviare presso le sedi estere.

In questo modo lavorò in Zimbabwe, Venezuela – dove nacque uno dei tre suoi figli -, Egitto. Ma un uomo così, può sposare una comune mortale? No. Ed eccolo unito in sacro vincolo niente di meno che con una Mussolini, almeno questo dichiarava. L’incredibile coppia così viaggiò e figliò in giro per il mondo, con servitù al seguito.

Una delle figlie pare sia stilista, un’altra, sfruttando le quote per i Paesi in via di sviluppo, imbucata all’ONU, mentre il figlio, all’epoca, studiava batteria a Londra.

Devo dire che i suoi racconti, a parte il divertirmi, mi lasciavano un po’ perplesso, fino quando la signora Mussolini non ci fece visita; ed era proprio come la immaginavo: una Sofia Loren senza lifting. Dal carattere altero, pittrice, riusciva a praticare la sua arte anche con il rumore dei cingolati che transitavano in strada, e non erano carri dell’ONU, ma di ribelli locali. La sera Francesco mi trasportava in terre lontane, in situazioni incredibili raccontate con tratto ironico e sarcastico, che ricordava Alberto Sordi quando interpretava gli aristocratici.

Un giorno andammo insieme a Nairobi per espletare le pratiche bancarie connesse ai trasferimenti di valuta dall’Italia, mi disse: «Sei mai stato al Mutega Club?». Non sapevo neppure cosa fosse. «Ho una stanza sempre riservata». Il Mutega Club, sito nell’omonimo quartiere di Nairobi, paragonabile ai Parioli di Roma, è il luogo dove furono girate le scene del film la mia Africa ed è esattamente come si vede nella pellicola. Architettura british coloniale, mega campo da golf intorno, accesso iperesclusivo, stanze per il the, camerieri di colore in livrea e stanza riservata agli uomini, o meglio: ai gentleman.

Personaggi che sembrano usciti da un romanzo, vestiti di lino con sigaro cubano che confabulano amabilmente, signore con vestiti improbabili e cappelli terribili, insomma mi trovavo in un romanzo vivente. Grande Francesco! Gli uffici delle banche e delle agenzie internazionali non avevano segreti per lui; dove io avrei impiegato secoli solo per ottenere un indirizzo, lui realizzava accordi, contratti di ogni tipo e in ogni lingua. Un giorno a conclusione dei suoi racconti di vita mi disse: «Quando l’ENI si accorse che esistevo, oramai era tardi, me ne andai in pensione e siccome mi annoiavo, ho deciso di seguire questa cosa».

Grandissimo; un mito.

Uno dei suoi consigli, in merito al mio futuro dopo l’esperienza umanitaria, fu: «Vai a fare il croupier all’isola Margherita, azzanni il culetto di qualche vedova di mezza età e sei sistemato».

Quel che si dice una visione globale delle opportunità!

Al mercato di Mogadiscio avevamo comperato un leoncino, proprio così, un piccolo leoncino, per sottrarlo a svariate mutilazioni a scopo magico al quale era destinato: la pelliccia della fronte per il talismano del coraggio, i testicoli per il talismano della fertilità ecc. Lo chiamavamo Ugo ed all’inizio sembrava niente più che un gattino con le zampe un po’ più grandi. Mangiava pasta, riso, uova, carne, ma gli mancavano le ossa da sgranocchiare, dalle quali trarre il calcio necessario alla sua imponente crescita, per cui soffriva di artrite.

Si era abituato a dormire nel letto con me, solo che crescendo, oramai era giunto delle dimensioni di un grosso cane lupo, le fusa sembravano il rumore di un veicolo con la marmitta rotta. Sino ad allora riuscivo ad ingaggiare combattimenti a mo’ di Tarzan e lui, a parte una volta quando mi perforò mezza mano con un’unghia, riusciva a ritrarre sempre in tempo gli artigli. La situazione però oramai stava diventando ingestibile, per cui riuscimmo trovare una famiglia di tedeschi che viveva in mezzo al nulla disposta ad adottarlo; così lo addormentammo e via aerea lo trasportammo nella sua nuova casa.

La situazione a Mogadiscio era veramente pesante: vivevamo blindati nella casa e quando uscivamo, eravamo costantemente scortati. Un giorno la mia scorta mi porta in un posto a bere, per cui mi trovo nel giardino di una abitazione adibito a bar: la sua posizione geografica faceva sì che si trovasse a meta tra la parte nord e sud della città, per cui i due clan avevano deciso che fosse zona franca. A dispetto delle regole musulmane si poteva degustare whisky e ogni altro liquore. Mi trovavo circondato da guerrieri armati delle due etnie contrapposte, che solo in questo luogo non si combattevano ma anzi si ignoravano amabilmente, degustando alcolici alla faccia di Allah, insomma ero nell’occhio del ciclone.

Capitò che fossi solo per un certo periodo alla sede di Mogadiscio e come sempre accade in questi casi mi beccai la malaria. Sostanzialmente una febbre altissima, con dolori articolari tremendi. Non sapendo che fare, mi trascinai sino alla radio, per chiedere all’ospedale le prescrizioni necessarie. Durò circa una settimana a forza di pastiglioni e succhi di frutta, alla fine pesavo dieci chili di meno. Mi venne a trovare Nadia, la quale confermò i miei sospetti: il ratto essendo stato toccato nei suoi loschi affari aveva scritto la lettera per il mio esilio al governatore, in questo modo si ristabiliva lo status quo. Riferisco il tutto a Francesco e scopro che ero stato inviato apposta per sanare quella situazione, la cosa non mi rende felice, mi sarebbe piaciuto sapere prima che servivo da ariete.

Rientro a Jhoar insieme ad Francesco, che nel frattempo aveva fatto filtrare al topo la comunicazione che sarebbe stata gradita una lettera di riammissione nella regione da parte del governatore, ovviamente per il suo bene. Le mie condizioni erano chiare: il ratto doveva andarsene. La scena fu patetica, scuse con le lacrime agli occhi, motivazioni assurde e ridicole: «Francesco, io non faccio prigionieri, questo deve schiattare».

Così fu; trasferito sì, ma non a schiattare. Lo mandarono in Nigeria come infermiere responsabile della farmacia. Seppi dopo che il rattone aveva organizzato una raccolta di fondi a Novara, il cui importo evidentemente fu giudicato superiore ai danni cagionati dai suoi affari loschi; ed in ogni caso chi se ne fregava, intanto gli eventuali danni erano ai mao mao, mica all’organizzazione!

E rieccomi operativo tra rifacimenti degli argini del fiume, malati e ordigni inesplosi; sto imparando a conversare con le persone, che fretta ho? Un addetto alle pulizie mi dice:

«Tu sei un capo, anche io sono un capo, qui lavoro per te, ma a casa sono un capo villaggio. Ti voglio invitare ad una festa, la festa del diavolo». Sono molto onorato. Partiamo a piedi in mezzo a un acquitrino; dopo due ore di marcia nel fango, ecco il villaggio: capanne di fango, tetti di paglia, proprio sulla riva del fiume. Bambini che ci accolgono festanti, e lui, con aria solenne che mi saluta e mi presenta la sua giovanissima moglie.

Pranziamo insieme a base di pane e capretto e mi racconta un po’ di favole. Pare che il fiume sia infestato dai coccodrilli; non è un problema: esiste l’uomo che parla ai coccodrilli. Se si vuole percorrere il fiume in sicurezza bisogna contattare i vari parlatori di coccodrilli, che, previo compenso, convinceranno i loro amici a farvi passare.

Inoltre, sempre previo compenso, è possibile convincere il coccodrillo a rapire le donne, che, specie se belle e feconde, sono preziose. Esiste anche l’uomo che parla alle api: sfregando dei bastoncini, le convince a seguirlo e loro abbandonano l’alveare e si può prendere il miele. Mi racconta queste cose infervorato e io, lo accontento: «Ma davvero! Eh sì, può essere… ». Nel gioco delle parti non si capisce chi prende in giro chi, comunque è divertente. Arriva la notte, è il momento della festa del diavolo: classici fuochi, classica musica di percussioni ossessive.

La gente danza disegnando figure mostruose, il mantra dei tamburi si ripete in un continuo crescendo, fatico a non farmi coinvolgere, forse sbaglio, ma ho un po’ paura, sono in un territorio sconosciuto e senza vie di fuga. I danzatori cadono in trance e svengono, per poi essere risvegliati dallo sciamano. Sono esausti, è quasi l’alba, sono stati posseduti ed hanno debellato gli spiriti maligni: il villaggio godrà di buona sorte.

Nel frattempo, IK6BOB mi teneva aggiornato sulla vita in Italia e comunicava con le nostre famiglie, con la mia, con dei sintetici: va tutto bene, con le altre, ospitando i parenti, fidanzati, mariti e quant’altro, essendo tutto il personale novarese e per un incredibile caso pure lui. È Natale: ci portarono due feriti da arma da fuoco all’addome. Il medico somalo mi dice: «Mi dai una mano? Devi solo illuminare il campo operatorio e aspirare il sangue con una pompa a piede». «Solo?». Il medico operò praticamente in parallelo i due malcapitati, cercando i proiettili. Il primo morì subito, al secondo occluse la parte inferiore dell’intestino e quella superiore la fissò ad un catetere. Il risultato finale era un foro dal quale pendeva un sacchetto. Il proiettile aveva perforato l’intestino provocando una grave infezione, che portò il guerrigliero al decesso il giorno dopo. Durante l’intervento, con una mano sostenevo la lampada che illuminava la zona dell’operazione, con l’altra drenavo il sangue in eccesso, che si formava durante l’operazione, con un tubo, tipo le assistenti dei dentisti quando aspirano la saliva. Ogni tanto sospendevamo l’intervento per il tempo necessario allo svuotamento del contenitore del sangue, dato che l’apparecchio era costituito da una pompa azionata a piede, che riempiva un vaso di vetro, il quale, quando era pieno, andava svuotato. Al termine mi dice: «Buon Natale, andiamoci a fare due spaghetti».

Cammino per il campo e vedo un bambino che fa le pulizie nella casetta delle guardie: non approvavo, i bambini devono andare a scuola, ne abbiamo ristrutturate quattro e pago i maestri apposta. Dico al capo delle guardie:

«Chi è il ragazzo?». «È un orfano, gli diamo da mangiare e dormire e lui ci serve». «Guarda che semmai da mangiare gliene do io e poi deve andare a scuola». «Non ti arrabbiare, non ti abbiamo mica preso la moglie, se ti serve prendilo».

Penso che in un altro contesto gli avrei sparato volentieri, schifoso sfruttatore.

Chiamo il ragazzino, avrà dieci anni, parla un po’ inglese, sguardo intelligente, vivo, l’opposto del guardiano. Mi racconta che la madre si era risposata con un arabo, il nuovo marito di bambini al seguito non ne voleva sapere, per cui eccolo abbandonato. Con la guerra civile si mette a mendicare, insieme ad una folla di altri ragazzini, davanti alla base americana. Un giorno un soldato di colore lo prende con se nella base e lì comincia una scorpacciata gigante di coccole e patatine ed impara l’inglese.

Ma ogni bella storia finisce ed il soldato deve rientrare: si è però affezionato e lo nasconde sulla nave in partenza, la cosa viene notata ed i Somali lo fanno sbarcare. Trova alcuni parenti alla lontana a Jhoar, che gli fanno fare la fame, per cui decide di servire le guardie, almeno si nutre. Mi affeziono anch’io e me lo prendo come assistente, dorme nel mio modulo, mangia con me, mi aiuta alla radio.

È un fenomeno, impara con una velocità incredibile: gli avevo spiegato come usare la radio e lo trovo che prova a parlare su di una frequenza stranissima: «Ma chi stai chiamando?». «Mia madre, guarda, quando è partita mi ha lasciato questo numero»; osservo il biglietto e penso che forse doveva essere un numero di telefono, mi dice: «Perché questo numero non funziona? Mia madre non mi vuole sentire?» ed io «Ma no, un numero telefonico, non funziona alla radio»; mi guarda triste e se ne va.

Dopo qualche giorno Addu il capo delle guardie: «Capo, il ragazzo non può né dormire né mangiare con te, è un bantu, e i bantu sono schiavi». Vorrei spaccagli la faccia, ma rappresenta venti persone armate che ci danno protezione; schifoso mafioso: «Va bene Addu, non starà più con me». Costruisco una casetta di legno accanto alla cucina, dormirà lì, e mangerà con la cuoca».

Passa qualche giorno e: «Capo, un bantu è uno schiavo, non può stare nella casetta» ed io «Addu, qui comando io ed ho deciso così». Addu se ne va, incazzato. Una notte rientro nel modulo abitativo, vedo un foro nella zanzariera, apro la cassaforte, mancano diecimila dollari. Si sparge la voce, le guardie sembrano degli squali in frenesia alimentare e… manca il ragazzino.

Tutto torna, mi aveva spiato, sapeva dove tenevo la chiave della cassaforte, era passato attraverso il piccolo foro ed era scappato. Parte la caccia al ragazzo, è notte, l’incontro, sulle prime nega poi: «Io non sono come questi, io me ne voglio andare, ho visto che con i dollari tu vai a Nairobi, allora per andare via ci vogliono i dollari»: non ho tempo di spiegargli nulla, le guardie tentano di portarlo via e lui si aggrappa e mi dice: «Ti prego non mi lasciare, mi vogliono uccidere, vogliono i dollari» ed io «Va bene, non ti prendono, ma dimmi dove li hai messi».

Comincia una tragica caccia al tesoro, con loro che tentano di strapparmelo, lui che mi prega di non abbandonarlo, arriviamo da un tizio che registra cassette audio, il ragazzo gli chiede un pacchetto, io lo prendo, lo apro, ed inizio a contare il denaro, il tizio per poco sviene.

Mancano mille dollari, in quel momento le guardie si fanno aggressive, novemila dollari sono una bella cifra io sono solo e disarmato; stanno pensando di farmi la festa quando arrivano le guardie somale di Medici senza frontiere, anche loro avevano sentito della caccia al tesoro. Si studiano, di dividere non se ne parla, però neanche di farmi ammazzare, e poi ci sono ancora mille dollari; la caccia continua.

Passiamo di posto in posto inutilmente, con il ragazzo che si aggrappa e questi che se lo vogliono portare via; ad un certo punto giunge il capo della polizia locale, in pratica il capo dei ladroni della zona, vestiti e pagati dall’ONU perché smettessero di rapinare, a fronte di un decoroso stipendio.

Questo mi dice: «Lascialo pure a me in custodia, è un ladro»… e bravo il poliziotto, così me lo ammazzate di botte, no non se ne parla.

Ci portano in prigione, dove il giudice islamico ed il governatore mi intimano di lasciare il ragazzo, io prendo il ragazzo da parte: «Digli dove hai messo i soldi e vieni via con me, questi ti fanno la pelle, non ce la faccio a proteggerti, per favore», lui sta piangendo, io quasi: «Va bene, ve lo lascio, ma chiamo il medico che farà un certificato, io vi consegno un ragazzino in buona salute, domani deve essere uguale».

Dichiarazione firmata, saluto il mio amico al buio, nel fango, che piange. Il giorno dopo vado alla prigione lui non c’e, chiedo spiegazioni, mi dicono che se ne è andato, non lo vidi mai più. Bastardi, chissà cosa gli hanno fatto, e bastardo io, dovevo sapere che se nasci schiavo non puoi vivere diversamente in Somalia, dovevo sapere che la favola di Cenerentola non fa parte della loro tradizione, stupido ignorante, volevo fare il buon Samaritano. Che il cielo mi perdoni, anche se sono ateo.

Questa storia mi ha segnato, comincio ad essere stanco di salvare bambini dalla malaria oggi, per vederli morire domani di colera; stanco delle guardie mafiose, del primo mondo che mantiene, come un malato cronico il terzo, che non deve guarire, ma neppure morire, perché troppa gente ci guadagna, iniziando dai funzionari dell’ONU: siamo i gestori della fame, i Signori della povertà.

Incontro Hassan il mio collaboratore, è un Bantu gli dico: «Hassan, ma perché non vi ribellate, siete il doppio, li ammazzate a schiaffi quegli schifosi» e lui: «Vedi capo noi siamo un popolo pacifico, non abbiamo mai usato i fucili, non siamo capaci di combattere».

«Siete pazzi, fino a quando vuoi sopportare le prepotenze di quella gente? Pensa ai tuoi figli, anche loro schiavi. Ribellatevi! Ci saranno un po’ di morti subito, ma poi, una vita degna per i vostri figli». Mi guarda stupito, non capisce perché quel bianco s’infervora continuamente, mi saluta tranquillo, se ne va.

DONG, DONG, DONG…


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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