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Bangladesh: dalla guida del Paese alla condanna a morte

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Le improvvise dimissioni

Il 5 agosto 2024, in seguito ad estese manifestazioni contro l’amministrazione statale, il Primo Ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha rassegnato le sue dimissioni, ponendo fine al suo secondo mandato iniziato nel 2009, dopo aver già guidato il governo dal 1996 al 2001. Un tempo lodata come simbolo di resistenza democratica contro le precedenti dittature militari, negli anni la reputazione di Hasina ha subito un netto declino. Molti la percepiscono ora come una figura autoritaria ed un pericolo per la democrazia nazionale, secondo quanto affermato da critici locali ed osservatori internazionali.

Successivamente alla sua rinuncia al potere, Hasina ha abbandonato la capitale, Dacca, utilizzando un elicottero militare; durante la sua partenza, migliaia di dimostranti circondavano la sua residenza ufficiale. Secondo quanto riportato da fonti quali India Today e CNN-News18, l’ex Primo Ministro è arrivata a New Delhi, India, insieme alla sorella, con previsioni di un suo prossimo trasferimento a Londra.

Sheikh Hasina comunica di aver rassegnato le proprie dimissioni da Primo Ministro.
Sheikh Hasina comunica di aver rassegnato le proprie dimissioni da Primo Ministro.

Parallelamente, il generale Waqar-uz-Zaman, comandante dell’esercito, ha confermato l’avvio di una transizione politica e ha annunciato che sarà presto istituito un governo provvisorio.

La storia politica di Sheikh Hasina

Sheikh Hasina, che ha ora 76 anni, è la figlia maggiore di Sheikh Mujibur Rahman, il fondatore della Nazione del Bangladesh, che dichiarò l’indipendenza dal Pakistan nel 1971. Suo padre, leader della Lega Awami, un partito progressista, assunse le cariche di primo ministro ed in seguito di presidente del Bangladesh. La sua carriera si interruppe tragicamente nell’agosto del 1975, quando fu rovesciato ed ucciso insieme a molti membri della sua famiglia nel corso di un colpo di stato militare, stimolato da preoccupazioni inerenti atteggiamenti volti sempre più all’autoritarismo.

Quando un gruppo di ufficiali militari assassinò i suoi genitori, tre fratelli ed alcuni domestici, Hasina aveva 27 anni e si trovava in Germania con la sorella minore. Questo drammatico episodio l’ha spinta verso la carriera politica, secondo quanto osservato da Avinash Paliwal, professore di relazioni internazionali dell’Asia meridionale all’Università SOAS di Londra.

Successivamente all’assassinio dei suoi genitori, Hasina visse in esilio in India per diversi anni. Nel frattempo, il Bangladesh fu teatro di numerosi colpi di stato che portarono al potere Ziaur Rahman, fondatore del Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP). Sotto la sua leadership, il paese si distaccò dai principi di laicità statali, cari al padre di Hasina, abbracciando l’Islam come fondamento della nuova costituzione, riflettendo così la prevalenza musulmana nella popolazione. Anche Ziaur Rahman venne ucciso durante un colpo di stato nel 1981.

Sheikh Hasina in una rara foto degli anni '80.
Sheikh Hasina in una rara foto degli anni ’80.

Durante i suoi anni universitari, Hasina fu molto attiva nella scena politica, partecipando ai movimenti studenteschi, inclusi quelli femminili, e nel frattempo si sposò con un noto fisico nucleare del Bangladesh, da cui ebbe due figli.

Tornata in patria, Hasina divenne presidente della Lega Awami negli anni ’80, un decennio caratterizzato da instabilità politica e numerosi golpe militari; in questo periodo, Hasina fu incarcerata diverse volte. Con il ritorno alla normalità costituzionale negli anni ’90, nacque una forte competizione tra Hasina e Khaleda Zia, leader del Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP): le due si alternarono al governo, acuendo le divisioni politiche nel paese.

Hasina, sostenitrice di una politica moderata e laica, criticava il BNP per il suo presunto estremismo e la collaborazione con partiti islamici; in risposta, il BNP accusò la Lega Awami di aver impiegato la repressione per tornare al potere. Dopo che Khaleda Zia, moglie del defunto Ziaur Rahman, vinse le elezioni del 1991, Hasina trionfò in quelle del 1996, e Zia in quelle del 2001, segnando un periodo di grande instabilità, marcato da scioperi ed attacchi terroristici.

Nel 2007, poco prima delle elezioni, un governo provvisorio supportato dall’esercito arrestò Hasina nella sua residenza con accuse di estorsione, che lei denunciò come parte di un complotto per escluderla dalla competizione elettorale. Facendo una scelta tra l’esilio e la prigione, Hasina scelse di rimanere, dichiarando di voler combattere per la democrazia ed i diritti del suo popolo.

Undici mesi dopo il suo rilascio nel 2008, fu rieletta come Primo Ministro; successivamente, mantenne la sua posizione fino al 2014, nonostante un contesto di gravi disordini e diffuse accuse di frode elettorale. Fu poi confermata nuovamente nel dicembre del 2018, un’elezione dalla quale i partiti di opposizione si ritirarono, causando un’affluenza alle urne ridotta al 22 percento. La maggior parte dei seggi fu conquistata dal suo partito, in un clima elettorale teso, segnato da violenze ed intimidazioni, che portarono a 19 vittime, oltre a numerosi feriti ed arresti arbitrari da parte delle forze di polizia.

Durante gli ultimi quindici anni, sotto la guida di Hasina, il Bangladesh ha registrato notevoli progressi economici: sono state realizzate importanti infrastrutture, quali autostrade, linee ferroviarie e porti, e si è esteso l’accesso all’energia elettrica anche nelle zone più isolate. L’industria tessile è cresciuta fino a posizionarsi tra le più competitive del mondo ed il reddito pro-capite è triplicato nell’ultimo decennio. Tali sviluppi economici hanno facilitato altri progressi significativi, come l’uguaglianza di accesso all’istruzione tra i generi, il miglioramento delle condizioni lavorative per le donne e, secondo dati della Banca Mondiale, l’uscita dalla povertà di oltre 25 milioni di persone, in un paese che conta più di 170 milioni di abitanti.

La visione di Sheikh Hasina della politica estera

Nell’ambito della politica internazionale, Sheikh Hasina, si è distinta per la sua capacità di gestire con equilibrio le relazioni con potenze contrapposte come l’India e la Cina. Parallelamente, ha consolidato i rapporti con la Russia, mantenendo un dialogo aperto con i leader occidentali nonostante le loro critiche relative all’invasione russa dell’Ucraina. Un esempio emblematico del suo approccio accogliente è stato il suo impegno nel 2017, quando il Bangladesh aprì le porte ai rifugiati Rohingya in fuga dalle persecuzioni in Myanmar, un gesto che ricevette ampi consensi internazionali. Tuttavia, le successive politiche adottate dal suo governo riguardanti i rifugiati hanno suscitato controversie.

Sheikh Hasina in visita Cina, accolta dal premier cinese Xi Jinping.
Sheikh Hasina in visita Cina, accolta dal premier cinese Xi Jinping.

Nonostante questi successi in politica estera, il governo di Hasina è stato oggetto di critiche interne, in particolare per una presunta erosione della democrazia e dei diritti umani nel paese. Si è osservato un aumento dell’autoritarismo, con arresti di numerosi esponenti del Bangladesh Nationalist Party (BNP) su basi ritenute poco solide, oltre ad una repressione generalizzata nei confronti dei sostenitori dell’opposizione, che si sono mobilitati in proteste contro le politiche governative.[1]

La condanna a morte

Il Tribunale dei crimini internazionali del Bangladesh ha emesso una condanna a morte nei confronti dell’ex primo ministro Sheikh Hasina, ritenuta colpevole di crimini contro l’umanità per la repressione delle manifestazioni antigovernative scoppiate nell’estate del 2024. Le proteste, iniziate nel mese di luglio, erano state seguite da duri scontri tra polizia e manifestanti, in cui – secondo diverse stime – persero la vita oltre 600 persone e più di 11mila furono arrestate. Si è trattato dei disordini più sanguinosi nel Paese dai tempi dell’indipendenza dal Pakistan, nel 1971.

La sentenza prevede la possibilità di ricorso alla Corte Suprema. Hasina, che oggi ha 78 anni, si trova in India, dove si era rifugiata nell’agosto del 2024 in seguito alle proteste che avevano travolto il suo governo; le autorità di Dhaka ne hanno chiesto l’estradizione, ma New Delhi non ha finora concesso il trasferimento.

Oltre alla premier Sheikh Hasina, la condanna a morte è stata estesa anche all’ex ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan Kamal ed al capo della polizia Abdullah al Mamun, unico dei tre imputati presente in aula al momento della lettura del verdetto. Il tribunale li ha ritenuti responsabili di aver autorizzato l’uso della forza contro i manifestanti che avevano preso parte alle proteste. Alla pronuncia della sentenza, tra il pubblico si sono levati applausi e manifestazioni di esultanza.

L'ex Ministro dell'Interno del Bangladesh, Asaduzzaman Khan Kamal.
L’ex Ministro dell’Interno del Bangladesh, Asaduzzaman Khan Kamal.

Le proteste in Bangladesh ebbero origine come pacifiche manifestazioni studentesche contro il sistema di quote previsto per l’assegnazione degli incarichi pubblici, giudicato da molti come discriminatorio e contrario ai principi del merito. Con il passare dei giorni, tuttavia, la mobilitazione si estese a diversi settori della popolazione, trasformandosi in un movimento più ampio di contestazione contro la premier Sheikh Hasina ed il suo governo, accusati di un crescente autoritarismo.

Le riforme

Negli ultimi mesi, il governo guidato da Muhammad Yunus ha istituito numerose commissioni incaricate di elaborare proposte di riforma riguardanti la Costituzione, la legge elettorale, la magistratura e le forze dell’ordine. Tutte queste iniziative sono confluite nella cosiddetta Carta di luglio, un documento di sintesi approvato il mese scorso dai principali partiti politici dopo un lungo periodo di trattative.

Tra i punti più significativi del testo figura la riduzione dei poteri del primo ministro – una misura che rappresenta un cambiamento rilevante per il Bangladesh, repubblica parlamentare – con la previsione di un limite massimo di dieci anni per il mandato e l’attribuzione al presidente della facoltà di nominare i vertici di alcune agenzie governative, così da garantirne una maggiore indipendenza dall’esecutivo. La Carta di luglio dovrà ora essere sottoposta a referendum popolare, previsto per febbraio, in concomitanza con le elezioni che segneranno la transizione da un governo tecnico, guidato da Yunus, ad uno politico.

Il processo di mediazione che ha condotto all’accordo non è stato privo di ostacoli: Yunus ha dovuto bilanciare le richieste provenienti da una moltitudine di partiti, cercando un punto di incontro tra le forze laiche e progressiste e quelle di ispirazione religiosa. Questo ha rallentato l’iter delle riforme ed attirato critiche da parte di chi aveva sostenuto l’ascesa di Yunus, accusandolo di aver concesso troppo alle formazioni islamiche, la componente religiosa largamente maggioritaria nel Paese.

Dopo la caduta dell’ex prima ministra Sheikh Hasina, i partiti di orientamento islamico hanno infatti acquisito una visibilità crescente e sono riusciti ad ottenere diverse concessioni politiche. Tra queste, la cancellazione di un programma scolastico che prevedeva l’integrazione di musica ed attività fisica nei curricula, considerato da tali gruppi in contrasto con i principi islamici.

Il progetto era sostenuto soprattutto dall’ala progressista e dagli studenti, protagonisti delle manifestazioni che avevano favorito il cambio di governo. Le pressioni delle forze religiose hanno inoltre rallentato l’attuazione delle proposte della commissione per le pari opportunità, che chiedeva interventi su temi come i diritti di successione – dai quali le figlie femmine restano escluse – e l’abolizione della poligamia.

Muhammad Yunus, attualmente a capo del Governo in Bangladesh.
Muhammad Yunus, attualmente a capo del Governo in Bangladesh.

Il governo guidato da Muhammad Yunus è finito al centro di crescenti critiche per la gestione della sicurezza interna e, in particolare, per la scarsa efficacia nel contrastare le violenze contro la minoranza indù, che rappresenta circa l’8 per cento della popolazione. Negli ultimi mesi si è registrato un aumento di aggressioni, rapimenti ed attacchi mirati contro abitazioni, attività commerciali e luoghi di culto indù. Molti di questi episodi sono stati innescati da accuse di blasfemia rivolte a singoli cittadini, spesso prive di fondamento ed utilizzate come giustificazione per atti di intimidazione e vendetta.

Uno degli episodi più gravi si è verificato nel dicembre 2024, quando alcune famiglie indù furono attaccate e le loro case ed i templi devastati, dopo che un giovane era stato falsamente accusato di aver diffuso contenuti ritenuti offensivi verso l’Islam.

Nel frattempo, i promotori delle proteste popolari hanno annunciato la nascita di un nuovo partito politico, il Jatiya Nagorik (National Citizen Party, NCP), con l’obiettivo dichiarato di ricostruire il Bangladesh e dare vita ad una seconda repubblica. Alle prossime elezioni parteciperanno anche il Jamaat-e-Islami, principale formazione islamista del paese, ed il Partito Nazionalista del Bangladesh. Sarà invece esclusa la Lega Awami dell’ex premier Sheikh Hasina, la cui attività politica è stata bandita su tutto il territorio nazionale in base alla legislazione antiterrorismo.

Nonostante il divieto, numerosi sostenitori della Lega Awami restano attivi ed accusano il governo ad interim di non essere in grado di garantire la loro sicurezza, denunciando episodi di violenza e persecuzione ai loro danni.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://www.caputmundi.info/2024/08/14/sheikh-hasina-il-primo-ministro-rappresentativo-della-storia-del-bangladesh/

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”.
    Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati.
    Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR).
    Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno.
    Redattrice per “Il Talebano” e collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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