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Il primo viaggio di Leone XIV in Turchia ed i fantasmi del passato

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Arianne Ghersi intervista Marco Ansaldo

Premessa

Furono i Lupi grigi turchi gli esecutori, ed anche i mandanti, dell’attentato a Giovanni Paolo II nel 1981 in Piazza San Pietro. Oggi il loro movimento, trasformato in un partito politico vero e proprio, strutturato e rispettato, fa parte della maggioranza al potere in Turchia, in alleanza elettorale con il presidente Erdoğan. E adesso persino fautore di un accordo con gli ex nemici, cioè i curdi di Öcalan, per terminare la guerra nel sud est dell’Anatolia. La Storia a volte conosce delle pieghe e delle svolte del tutto inattese.

Papa Leone XIV sta compiendo in questi giorni il suo primo viaggio all’estero, proprio in Turchia.

Marco Ansaldo, analista geopolitico di Limes, esperto sia di Turchia che di Vaticano per i tanti anni in cui è stato corrispondente in entrambe le sedi, e oggi Presidente dei Musei del Mare di Genova, sta seguendo a Istanbul la visita del nuovo Pontefice.

Robert Prevost ad Ankara ha incontrato Recep Tayyip Erdoğan, mentre il Segretario di Stato, Pietro Parolin, si è visto con il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, ex capo dell’intelligence e oggi numero due del Paese.

Ansaldo lo scorso mese è stato ascoltato a Roma dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul caso di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, parlando di tre temi:

  • la morte di Andrea Purgatori, il conduttore del programma Atlantide de La7 con cui collaborava da Istanbul;
  • la scomparsa di Emanuela Orlandi;
  • l’attentato compiuto dal Lupo grigio Mehmet Ali Ağca a Karol Wojtyla su cui ha indagato per decenni scrivendo assieme a Yasemin Taskin il libro “Uccidete il Papa” (Rizzoli).

Per la delicatezza delle informazioni contenute nella sua deposizione, la sua audizione è stata secretata, dunque non intende approfondire alcune tematiche. Ma Ansaldo dei rapporti fra Turchia e Vaticano ha scritto molto nel suo saggio e sul quotidiano “la Repubblica” di cui per trent’anni è stato inviato speciale per la politica internazionale.


Marco Ansaldo, come ha conosciuto Ali Ağca?

Quando Ali per vent’anni è rimasto in prigione in Italia, per molti anni suo fratello Adnan veniva spesso a trovarlo. Occupandomi già allora di Turchia, a Roma lo ospitavo a casa oppure andavamo a mangiare insieme prima di incontrare Ali nel carcere di Ancona. Così i rapporti con l’attentatore del Pontefice polacco erano per me fluidi e continui. Ci scrivevamo lettere, ci inviavamo messaggi, c’era quindi un rapporto di fiducia che è proseguito. Quando poi Ağca trascorse gli ultimi dieci anni in cella in Turchia (facendosi quasi 30 anni in tutto) lo andai a trovare e il giorno in cui uscì definitivamente lo aspettai allo Sheraton di Ankara, dove i suoi amici Lupi grigi gli avrebbero portato la Bibbia, delle camicie e delle scarpe. Loro sono gli unici che lo hanno sempre protetto. E lui non li ha mai traditi.


Che cosa vuol dire questo?

Che nelle 107 versioni diverse che un bugiardo patentato come Ağca ha dato della sua azione terroristica, fatte – beninteso – per salvarsi la vita, come oggi è chiaro, l’attentatore ha accusato tutti e avallato ogni pista, soprattutto quelle false. Ma senza mai rivelare alcunché sul gruppo a cui per lunghi tempi ha appartenuto, fin da giovane militante nella natìa Malatya, nel sud est del Paese.


Cosa ci può dire in proposito?

Io andai in Turchia a trovare i Lupi grigi amici di Ağca. Entrai in confidenza con loro. Ad Ankara mi scarrozzavano al ristorante o in albergo, sapevano che ero un tramite di Ali in Italia. Una volta a Istanbul mi portarono nella loro villa: un bunker proprio sotto il primo dei tre ponti di Istanbul, quello dove poi nel 2016 venne fermato il tentato golpe militare contro Erdoğan.

Nel garage c’era ancora la vettura rossa di Abdullah Catli, loro leader morto in uno stranissimo incidente d’auto a Susurluk in cui persero la vita il vicecapo della polizia di Istanbul, una reginetta di bellezza, e rimase ferito un deputato. Un caso che svelò la commistione tra mafia, sicurezza e politica: insomma, il vero Stato profondo che governava in modo sotterraneo la Turchia prima dell’arrivo dei riformisti islamici guidati da Erdoğan.


Che cosa le dissero i Lupi grigi?

Parlai con molti di loro. Erano trafficanti di armi e di droga, gente a cui piaceva mangiare bene e scherzare, e mi avevano preso in simpatia. C’era anche un tedesco, insomma l’ambiente e le diramazioni erano le più varie. Il più esplicito di loro fu uno dei capi, Ali Yildirim. Mi disse: “Quando eravamo nel carcere di Kartal Maltepe, sulla parte asiatica di Istanbul, e nel 1979 il Papa polacco stava per compiere il suo viaggio in Turchia, Ali progettò la sua azione”.


Perché?

“Perché – continuò a spiegarmi Yildirim bevendo tazze e tazze di cay, il té turco – noi Lupi grigi a quell’epoca eravamo stati cacciati dal Paese. Avevamo aiutato i militari a compiere il golpe che li avrebbe portati al potere, ma poi i generali si vollero disfare di noi, e fummo costretti a disperderci in tutta Europa, soprattutto in Germania, Francia, Austria, Svizzera, Belgio. Così il nostro proposito fu di dimostrare che non eravamo finiti, che eravamo ancora un gruppo forte, attivo, riconoscibile”.


E Ağca in tutto questo?

Yildirim mi rispose così: “Ali, che aveva solo 21 anni, era un ragazzo intelligente. Molto ambizioso. Studiava di continuo, in cella leggeva libri. Venne da noi, divisi in 7 fazioni nazionalistiche diverse, e disse: dobbiamo fare un’azione eclatante a livello internazionale ed eliminare un leader mondiale. Fra i tanti, il bersaglio migliore è il Papa. Noi gli rispondemmo: ma Ali, noi che c’entriamo? Siamo i Lupi grigi, che cosa c’entra il Papa con noi? E lui: no, noi siamo anti cristiani, anti europei, anti occidentali, panturchi, e dobbiamo vendicarci dimostrando il nostro valore e di che cosa siamo capaci. Dobbiamo far vedere al mondo che non siamo finiti. Il suo piano spaccò la nostra base, e cominciammo a discutere”.


Che cosa accadde dopo?

Che alla fine di novembre 1979 Karol Wojtyla arrivò in Turchia. Tre giorni prima del suo sbarco a Istanbul, Ali Ağca venne fatto uscire dal carcere di Kartal Maltepe, si badi bene, una prigione di massima sicurezza, impenetrabile, e il giorno dopo inviò una lettera che fu pubblicata sul quotidiano Milliyet (di cui lui aveva ucciso il direttore Abdi Ipekci, e quel delitto lo testò come killer).

Il titolo in prima pagina, poi ripreso dal Corriere della Sera, diceva: “Ucciderò il capo dei cristiani”. In una Istanbul blindata, così come oggi per la visita di Papa Leone, Ağca non riuscì ad avvicinarsi a Wojtyla nel quartiere di Fatih, come aveva pianificato. Ma studiò l’azione che lo portò in tre continenti diversi, prima di arrivare a Roma dotato di una pistola Browning calibro 9 che i Lupi grigi gli consegnarono in Svizzera, compiendo il ferimento del Papa un anno e mezzo dopo, il 13 maggio 1981.

Era assieme a Oral Celik, il cosiddetto secondo uomo di Piazza San Pietro, altro killer, fotografato solo di spalle dal reporter americano Lowell Newton perché quando lo vide davanti aveva l’arma con sé ed ebbe paura di immortalarlo mentre quello gli passava davanti.


Lei ha trovato riscontri di tutto questo nelle sue ricerche?

Sì, anni dopo, quando la Germania si riunificò e vennero aperti gli archivi della Stasi, l’ex servizio segreto tedesco orientale, mi catapultai a Berlino per studiare gli archivi. Trovai delle carte che, a proposito del caso di Emanuela Orlandi, parlavano dei soldi dirottati dal Vaticano al movimento polacco Solidarnosc appoggiato da Wojtyla, probabilmente appartenuti alla Banda della Magliana che ricattò la Santa Sede rapendo la ragazza che era figlia dell’attendente di camera del Papa, Ercole Orlandi.

Pubblicai tutto sul mio giornale. E alla commissione parlamentare Mitrokhin consegnai su richiesta, dopo averne scritto sul quotidiano per cui scrivevo allora, dei documenti in cui Ağca ammetteva di avere studiato i suoi obiettivi: la premier britannica Margaret Thatcher, il segretario generale dell’Onu Kurt Waldheim, la presidente del Parlamento europeo Simone Weil, il leader sovietico Leonid Breznev.

Ma alla fine l’obiettivo rappresentato dal Papa di Roma venne giudicato come il più appetibile.


Che cosa la convinse delle cose che in tanti anni le disse Ağca?

Sapevo che mentiva a ogni piè sospinto, ingannando tutti: i magistrati, la polizia, i servizi segreti di mezzo mondo. Lo presi per sfinimento. Semplicemente, passavo con lui delle ore. Bisognava fare come un setaccio: delle tante menzogne che diceva, a volte uscivano delle verità che erano delle perle. Difatti, una sera, Ali mormorò: “Sai, in fondo la verità sull’attentato al Papa non è così complicata, è una cosa semplice. Molto più semplice di quello che tutti pensano”.

Non disse di più, ed era inutile insistere. Ma il contenuto era chiaro. Voleva dire: non ci sono strade diverse o versioni alterate, come invece è accaduto per anni, anche da lui stesso fomentate per salvare la pelle, come in effetti è stato.

L’attentato al Papa, in sostanza, era stato pianificato in modo semplice, dritto per dritto, fatto dai Lupi grigi e pensato dai Lupi grigi. I documenti che ho raccolto e le ricerche fatte in molti Paesi con tutti i protagonisti del caso, e con molte dichiarazioni coincidenti, lo dimostrano.


Invece negli anni seguenti all’attentato che cosa accadde?

Poi i servizi segreti di mezzo mondo saltarono su questo fatto internazionale – ricordiamoci che il mondo era allora diviso nei due blocchi – e rimescolarono tutto, soprattutto la Cia, accusando la Bulgaria e Mosca, che invece non c’entravano niente, nulla in proposito è mai stato dimostrato. E molti ne approfittarono, soprattutto da un punto di vista politico.

Ne parlai con diversi osservatori americani, con i migliori magistrati italiani, con i servizi segreti turchi e con quelli tedeschi. Alla fine scelsi Markus Wolf, il celebre “uomo senza volto”, mitico capo dell’intelligence della Germania Est su cui tanti scrittori e registi si esercitarono a partire da John Le Carrè.

Lo andai a trovare a Berlino, riuscii a convincerlo attraverso la moglie per incontrarmi, e gli mostrai le carte trovate. Davanti a un cappuccino italiano in un ristorante deserto del Nikolai Viertel, lungo il fiume Sprea, dopo averle a lungo studiate, si levò gli occhiali e mi disse: “Sì, sono quelle del mio ufficio. Ma noi non c’entravamo con l’attentato al Papa, noi dovevamo solo proteggere la Bulgaria, allora sotto attacco mondiale per le accuse di collusione con i Lupi grigi turchi. Una cosa assurda, visto che parliamo di un Paese a quel tempo comunista con un gruppo ultranazionalista di destra, impossibile metterli insieme a pianificare un’azione terroristica”.

Versione che mi confermò Gunter Bohnsack, il capo dell’Abteilung X (il Dipartimento 10) della Stasi, dedicato alla disinformazione, a cui mostrai le lettere sul caso di Emanuela che arrivavano in Italia ai magistrati e alle agenzie di stampa, e che avevo trovato negli archivi del Senato.

Bohnsack rise: “Quelle lettere le fabbricavo io, a nome del Fronte Turkesh. Le facevamo apposta in un turco sgrammaticato. Ma di Emanuela Orlandi non sapevamo niente. Il nostro scopo era unicamente destinato a togliere l’attenzione da Sofia, nostra alleata nel Patto di Varsavia, finita sotto un attacco mediatico internazionale che rischiava di sommergerla”.


Oggi i Lupi grigi che cosa fanno?

Sono diventati dei protagonisti assoluti della politica turca. Da molti anni il gruppo si è trasformato. Si è strutturato in un partito vero e proprio, il Movimento di azione nazionalista. Hanno lasciato le armi da parte e indossato il doppiopetto. Ora sono una compagine alleata del partito conservatore fondato da Erdoğan, ed esprimono al Parlamento di Ankara decine di deputati.

Nell’ultimo mese sono addirittura protagonisti di un accordo molto importante, volto a far terminare la guerra che infuria da più di quarant’anni fra il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e l’esercito di Ankara, che ha causato la morte di 50 mila persone su entrambi i fronti.

Il loro leader storico, Devlet Bahceli, ha raggiunto assieme a Erdoğan un accordo con Abdullah Öcalan, fondatore del PKK che nel 1998 passò due mesi a Roma prima di essere allontanato e catturato in Kenya dalle teste di cuoio turche.

In quei giorni intervistai Öcalan due volte di persona, nascosto in una villa all’Infernetto di Ostia, superprotetta dalla polizia italiana che temeva un attacco aereo turco per eliminare quello che era considerato come il nemico numero uno di Ankara.

Adesso Öcalan, scampato all’impiccagione e da 25 anni rinchiuso nell’isola prigione di Imrali, ha dichiarato la fine delle ostilità facendo consegnare ai suoi ufficiali le armi. La tregua regge e la pace sembra finalmente una realtà concreta. I parlamentari turchi progettano di andare a trovare Öcalan in prigione, e la sua scarcerazione, così come quella del leader politico curdo Selahattin Demirtas, pare vicina.

Incredibile a volte come la Storia cambi, e gli stessi protagonisti si evolvano in dinamiche completamente inaspettate.

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”.
    Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati.
    Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR).
    Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno.
    Redattrice per “Il Talebano” e collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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  • Già inviato speciale de «la Repubblica» per la politica internazionale, oggi è analista geopolitico, consigliere scientifico di «Limes» da Istanbul, vaticanista per «Die Zeit» e consulente de La7 per il programma Atlantide.
    Ha insegnato all’Università Luiss e ha collaborato con Rai Radio 3.
    Alla Turchia ha dedicato quattro libri ("Chi ha perso la Turchia", "Uccidete il Papa", "Il caso Ocalan", "La marcia turca. Istanbul crocevia del mondo"), una lunga serie di reportage ed interviste, programmi in radio ed in TV, conferenze e convegni, le voci dell’Enciclopedia Treccani e del Dizionario Utet, l’invenzione del Foro di dialogo intergovernativo fra Italia e Turchia.
    Attualmente è anche Presidente dei Musei del Mare di Genova.

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