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L’ars politica e la norma del polpo

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Nel linguaggio dell’analisi socio-politica e delle relazioni interpersonali sono piuttosto comuni le metafore animali per definire con grande vivacità rappresentativa determinati comportamenti. Ad esempio, è celebre il passo del Principe (1513) nel quale Machiavelli esorta l’avveduto uomo di governo a comportarsi di volta in volta, secondo le circostanze, come la volpe (“golpe”), cioè con l’astuzia,  o come il leone (“lione”), cioè con la forza, senza cadere nell’errore tattico e psicologico di essere ripetitivo e perciò prevedibile.

Sendo dunque necessitato uno principe sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione: perché el lione non si difende da’ lacci , la golpe non si difende da’ lupi; bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi: coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono.

Il successo in politica arride, secondo i perenni insegnamenti del Segretario fiorentino, a chi sa colorire bene la sua natura – cioè mascherarla – e, con totale spregiudicatezza e indifferenza nei confronti della morale corrente, ha imparato a  essere gran simulatore e dissimulatore.

Meno nota ma non meno convincente la metafora con la quale, oltre duemila anni prima, il poeta greco Teògnide raccomandava innanzitutto a se stesso, ma per estensione a tutti gli aristocratici suoi pari, di imitare il polpo – mollusco noto per le sue incredibili proprietà metamorfiche – nei rapporti con i membri del trionfante ceto affaristico borghese.

Cuore mio, presenta a tutti gli amici un carattere mutevole,
adattando la mentalità a quella che ciascuno ha:
abbi sempre l’indole del polpo dai molti avvolgimenti,
che appare, a vedersi, tal quale la roccia a cui s’aggrappa.
Una volta mòstrati d’accordo su una cosa, un’altra diventa diverso di pelle.
L’astuzia è certo migliore della rigidità.

Teognide, Elegie vv. 213-218

La situazione tra VI e V secolo a.C. nella città di Teognide (Mègara presso l’istmo di Corinto) era quella simile a tante altre poleis greche: l’antico potere delle famiglie aristocratiche, detentrici di un’avita ricchezza fondiaria, era insidiato da un nuovo ceto medio formato da artigiani e commercianti, genti basse, rozze e plebee che avevano fatto i soldi e che ora stavano reclamando la partecipazione al governo. Cambiamenti epocali, una “fine del mondo” di tipo non solo politico ma anche etico, che spinse il poeta a comporre centinaia di versi dolenti sull’insanabile conflitto fra gli agathòi (i “buoni”, la gente perbene) e i kakòi (i “cattivi”, la gente del volgo).

Come opporsi alla marea montante? Non erano più i tempi delle scorrerie a cavallo, delle frustate ai renitenti e della riduzione in schiavitù dei debitori. Era giocoforza cercare di limitare i danni accettando il confronto con i vili. Ecco quindi emergere la “norma del polpo”, una didattica emergenziale e autoprotettiva per tempi difficili di fronte ad avversari temibili e potenzialmente mortali.

Prima regola: la flessibilità, l’adattabilità alle circostanze, la mutevolezza delle apparenze mantenendo intatte le proprie convinzioni etiche.

Seconda regola, legata alla prima come la causa all’effetto: l’attenta valutazione dell’interlocutore, l’intelligente esame del terreno psicologico e fattuale sul quale si sta conducendo il nostro gioco.

La parola chiave in greco è un aggettivo riferito al polpo, polýplokos, che alla lettera significa “dai molti intrecci”, ma in realtà ha il senso ulteriore di “versatile”, “astuto”. Pare una deliberata allusione all’altro simile aggettivo, polýtropos (“dai molti avvolgimenti”), che Omero usa per definire Odisseo: l’uom dal multiforme ingegno, come tradusse Ippolito Pindemonte nel 1805.

Ars politica, dunque, come abilissima strategia, come calcolo trasformistico e opportunistico delle convenienze? Potrebbe sembrare a molti un orizzonte basso e deludente, un continuo gioco di rimessa privo di visione al di fuori di un attaccamento reazionario al passato e all’identità.

È vero, ma non dimentichiamo che le esortazioni di Teognide erano un atto di resistenza in tempi di profondo mutamento e di crisi, che minacciavano di spazzare via l’antico universo aristocratico, solidamente fondato su norme orali, su valori spirituali, su gerarchie, per sostituirlo con un altro molto più fluido e materiale. Lo zoccolo duro cui Teognide non rinuncia è l’identità etica e culturale.

Per il resto, vale quel che nel 1919 ebbe a scrivere Max Weber in Politik als Beruf proponendo la celeberrima “Etica dei principi (Gesinnungsethik) e delle responsabilità” (Verantwortungsethik). Da Teognide a Giorgia Meloni la “professione della politica” esige che si guardi con grande attenzione alle conseguenze di ogni atto e di ogni scelta, riconoscendo con forte spirito di realismo quali sono i margini di manovra.

E sì, questi nostri tempi così “interessanti” hanno quanto mai bisogno dei consigli di Teognide, quando l’attore politico è una nazione di modesto peso internazionale e quando, al suo interno come all’esterno, i kakoi abbaiano con tale clamore.

  • Professore di greco e di latino, interprete e commentatore di testi antichi, traduttore, conferenziere, promotore di eventi per la diffusione della cultura classica, concepisce il moderno umanesimo come un dialogo costante con il passato allo scopo di comprendere in modo critico e non conformistico il presente, senza escludere il ricorso alle tecnologie multimediali e informatiche.
    A una ricca produzione scientifica di tipo specialistico aggiunge l’attività di scrittore, poeta, saggista. Collabora con il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, con il Centrum Latinitatis Europae ed è socio fondatore dell’associazione culturale genovese Domus Cultura.

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One thought on “L’ars politica e la norma del polpo

  • Massimo Zenobi

    Rimango sempre affascinato alla lettura degli scritti del professor Del Ponte, per l’eleganza dello stile, e per la capacità di mettere la propria erudizione al servizio dell’analisi dei fenomeni contemporanei. È proprio vero che “gli antichi ci riguardano”, per dirla con Luciano Canfora.
    Tuttavia, la mia stima e la deferenza verso di lui non mi impediscono di muovere qualche appunto alle sue argomentazioni, sempre che io non ne abbia travisato il senso.

    “Everyone has a plan until they get punched in the mouth”, diceva il grande filosofo di strada Mike Tyson.
    Lo imparò a sue spese il Cesare Borgia che ispirò Machiavelli, il quale – a proposito di metafore animali – tra la golpe e il lione, fece la fine del topo, morto ammazzato in un’imboscata.
    Allo stesso modo lo impararono i conterranei e discendenti di Teognide. La civiltà greca cadde proprio vittima dei “microsovranismi” e degli interessi di parte: resa debole e disunita, venne soggiogata dalla potenza macedone, e poi assorbita da quella romana. Alla fine prevalse la ragione del più forte, del più determinato, del meglio organizzato. Magra consolazione, quella del “Graecia capta…”.

    Che si dia credito alla visione teleologica di Aristotele e dei padri della Chiesa, oppure al materialismo darwinista, per il quale il fine è solo apparente, risultato della selezione naturale, sta di fatto che il polpo – come del resto tutte le creature viventi – ha per unico scopo quello di sopravvivere. Ora, accostare le tattiche del polpo alla professione della politica porta inevitabilmente a pensare che se ne debba far coincidere anche l’obiettivo. Ma veramente l’obiettivo di un politico è quello di restare a galla (cosa deleteria anche per un polpo), il tirare a campare, il perpetuare la propria specie? Non è che a lungo andare, le “convinzioni etiche” sottese alle apparenze finiscono per contaminarsi della stessa flessibilità e mutevolezza necessarie per conseguirlo?

    Non posso certo far colpa alla Meloni di una pratica antica e radicata nel nostro paese, quella del trasformismo, che prende le forme del “cerchiobottismo” nelle sue manifestazioni deteriori; né so dire quanto questa pratica abbia concorso al progresso e alla prosperità della nazione, o se piuttosto l’abbia affossata. Mi limito a osservare che – giusto per citare un esempio – nei due conflitti mondiali l’Italia entrò sempre con un anno di ritardo, passato per lo più a capire da che parte convenisse stare, e senza che tutto quel ruminare sortisse alcun effetto sul risultato.
    D’altra parte, è proprio questo balbettio, spacciato per prudenza, che ci condanna a essere “una nazione di modesto peso internazionale”; è quest’ambiguità di fondo, della quale sembriamo farci vanto, che ci attira il sospetto delle altre nazioni e ci esclude dai tavoli importanti.

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