La musica è rivoluzione?
A cosa serve la musica? Può servire per regolare emozioni, aggregare persone, migliorare le capacità cognitive, offrire svago e distrazione, influenzare il corpo, favorire il benessere psicofisico. Ma la musica è soprattutto un linguaggio e nel corso della storia è stata utilizzata per esprimere anche forme di protesta.
La così definita “musica di protesta” conduce allo specifico filone che parte dal periodo della controcultura hippie con i pezzi divenuti leggendari quali “We shall overcome” e “Blowin’ in the wind”, fino ai successivi generi del punk e del rock, con artisti quali i Ramons, gli U2 fino ad arrivare alle voci di artisti come Beyoncé e Kendrick Lamar. Anche in Italia l’utilizzo della musica come strumento espressivo ha radici consolidate: la stessa “Bella ciao” è solo un esempio forse il più famoso ma come non citare autori quali De Andrè e Giorgio Gaber, e il più recente Caparezza.
La musica di protesta ha però origine antiche; nella Francia rivoluzionare come non ricordare “Ah! Ça ira” o il “Chant de guerre pour l’Armée du Rhin” (poi noto come la “Marseilaise”)
Nel Novecento pre-woodstockiano la musica ha rivestito un importante compito sociale. Billie Holiday nel 1939 canta la potente “Strange Fruit” per denunciare le violenze subite dagli afroamericani negli Stati del Sud, mentre Nina Simone nel 1963 urla la sua “Mississippi Goddam”, scritta in meno di un’ora dopo l’omicidio dell’attivista Megdar Evers. La stessa “Blowin’ in the wind” di Dylan fu in parte ispirata alla ben più antica “No more auction block”, ballata popolare contro la schiavitù forse scritta nel 1867 se non addirittura prima.
Gli anni Sessanta sono stati certamente uno dei periodi di grande fermento artistico, politico e sociale. Negli Stati Uniti le proteste per i diritti civili si sono intrecciate con quelle contro la guerra nel Vietnam e le canzoni di questo periodo sono divenute veri e propri manifesti di speranza e cambiamento.
Gli artisti del periodo si unirono simbolicamente al Festival di Woodstock, in una zona vicino a New York per questi tre giorni di musica e pace. Durante il festival il pubblico poté ascoltare tra gli altri, musicisti come Joan Baez, Crosby, Still, Nash & Young, gli Who, Joe Cocker, Janis Joplin, Jimi Hendrix con la sua celebre versione di “Star Spangled Banner” le cui note evocavano i bombardamenti in Vietnam. Woodstock chiuse simbolicamente gli anni Sessanta, anni pieni di attivismo sociale, di proteste e di speranza ma il legame tra musica e protesta non si fermò.
Nel 1970 Sergio Ortega scrisse, in collaborazione con il gruppo musicale Quilapayùn, il brano “El Pueblo Unido Jamá Será Vencido”, la canzone più iconica della musica di protesta latino-americana. Famosa in Cile durante i tre anni della presidenza Allende, divenne – dopo il golpe cileno che portò al potere i militari guidati da Augusto Pinochet – un simbolo della lotta per il ritorno alla democrazia tanto in Cile quanto nel resto del mondo.
Nel 1988 il brano che inaugura la carriera di Tracy Chapman, “Talkin’ Bout a Revolution”, è un inno di protesta contro le ingiustizie sociali e le disuguaglianze. La potenza di questa canzone sta proprio nello stile minimalista utilizzato: una voce calda e profonda accompagnata dalla sola chitarra acustica.
“Warchild” dei Cranberries inserita nell’album “To The Faithful Departed” del 1996, racconta dei bambini figli della guerra, vittime innocenti di un conflitto non loro e contro cui sono impotenti, e fa riferimento alla guerra in Bosnia. Il gruppo rock irlandese però canta anche le voci delle vittime del conflitto nord-irlandese che proprio negli anni ’90 vede gli avvenimenti più tragici.
In tempi più recenti in Senegal nel 2011 è nato il collettivo “Y’en marre”, sorto dalla cooperazione di giornalisti e rapper al fine di promuovere un modello di democrazia partecipativa e di dialogo politico che coinvolge i giovani cittadini. L’attuale scena hip hop e rap senegalese risulta fiorente e, benché a maggioranza maschile, vede anche il crescente coinvolgimento di numerose artiste.
Il rapper egiziano “Shobra El General” è oggi l’esponente di spicco del “maharaganat” (sottogenere del rap, influenzato dalle sonorità della vecchia scuola statunitense ma anche da quelle più tradizionali della musica di strada egiziana lo “shaabi”).
In Iran, nel 2022, il rapper “Shervin Hajipour” ha inciso quella che sarebbe divenuta in pochi giorni la canzone-inno della contestazione iniziata con la morte della ventiduenne Mahsa Amini, “Baraye”. Questo pezzo ha ottenuto oltre quaranta milioni di visualizzazioni in soli due giorni, è diventato virale ed è valso all’autore sia un Grammy nella neonata categoria “Best song for Sociale Change”, sia un clamoroso arresto durato qualche giorno.
E in Italia? Come accennato prima un esempio importante è stato il genovese Fabrizio De André che spesso ha parlato delle persone ai margini della società e ha voluto ridare loro una sorta di dignità. Il cantautore era anche antimilitarista come si può vedere dai brani “La guerra di Piero” e la “Ballata dell’Eroe”. Lo stesso De Gregori ha scritto canzoni contro la guerra e la sua “Generale” è tra le più conosciute ed apprezzate.
Anche in Italia il culmine tra musica e attivismo sociale si ebbe negli anni Sessanta durante i così definiti “anni di piombo”. “La Locomitiva” di Guccini incita alla ribellione contro il sistema e Venditti con la sua “Stambecco ferito” ha trattato temi sociali.
Altri artisti importanti impegnati in questi temi furono sicuramente Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, e il grande Giorgio Gaber. In tempi più recenti artisti come Caparezza e Marracash affrontano i temi della disuguaglianza, della corruzione e dell’alienazione sociale. Cantautori contemporanei come Levante e Bruno Sas si sono impegnati su temi sociali trattando questioni come i diritti delle donne, la precarietà del lavoro e l’importanza della solidarietà.
Non abbiamo finora accennato a qualche composizione di musica classica legata in qualche modo a contesti di cambiamento sociale. Sicuramente un esempio formidabile è la Sinfonia n. 3 di Beethoven: originariamente fu dedicata a Napoleone, che il compositore vedeva come un liberatore e un campione degli ideali repubblicani, ma successivamente la dedica fu cancellata con rabbia quando Napoleone si proclamò imperatore. La Sinfonia resta però un’espressione potente di eroismo e libertà, che riflette i tumulti dell’era rivoluzionaria.


