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Libia: dalla Jamahiriya alla frammentazione

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L’ultimo decennio

Per oltre dieci anni, la Libia è stata raccontata come un Paese a cui mancherebbe soltanto l’ennesima elezione, un nuovo accordo politico o un altro vertice internazionale per ritrovare l’unità. Questa narrazione ottimistica si scontra con una realtà ben diversa: il territorio è spezzato tra entità rivali che funzionano come veri e propri quasi-Stati, domini armati controllati da milizie, istituzioni svuotate di autorità ed una classe politica che trae vantaggio dal mantenimento della divisione. Norme giuridiche, sistemi monetari e perfino diritti fondamentali cambiano da una regione all’altra, dando vita ad esperienze completamente differenti per i cittadini a seconda del posto di blocco che incontrano.

Riconoscere fino in fondo questa frammentazione è un passaggio imprescindibile: non solo serve a smontare l’illusione di uno Stato unitario ancora funzionante, ma anche ad ipotizzare soluzioni coerenti con ciò che la Libia è diventata nel tempo, piuttosto che con l’immagine che attori esterni continuano a proiettare. Il richiamo costante ad una “Libia unica” avrebbe finito per occultare meccanismi di potere che prosperano proprio sulla divisione, mentre modelli di tipo decentrato o federale emergerebbero come le uniche opzioni realistiche per avviare una stabilizzazione duratura.

Il percorso libico verso la democrazia viene descritto come una sequenza di illusioni ed occasioni mancate. Ogni dichiarazione di fedeltà all’unità nazionale, pronunciata da leader locali o mediatori internazionali, avrebbe avuto l’effetto di coprire fratture profonde, generate da governi concorrenti e da reti di milizie che rivendicano ciascuna una propria legittimità. Dopo oltre undici anni di stallo politico, conflitti armati ed incontri diplomatici molto pubblicizzati, il Paese risulterebbe oggi diviso quanto lo era all’inizio della crisi.

Muʿammar Gheddafi, emblema della Jamahiriya.
Muʿammar Gheddafi, emblema della Jamahiriya.

La simbologia

I simboli stessi dello Stato non avrebbero più un significato condiviso: la bandiera esposta a Tripoli non rappresenterebbe la stessa realtà di quella issata a Bengasi; dal 2014, la Libia si è di fatto spezzata in due entità parallele. Ad ovest, l’amministrazione con sede a Tripoli, guidata dal Governo di Unità Nazionale[1], esercita il controllo sulla maggioranza della popolazione. Ad est e nel sud, un apparato alternativo con centro a Bengasi governa il resto del territorio, sostenuto da una Camera dei Rappresentanti[2] priva di legittimità e dall’apparato militare di Khalifa Haftar[3] e dei suoi figli.

La realtà frammentaria

La suddivisione della Libia: Tripolitania, Cirenaica, Fezzan.
La suddivisione della Libia: Tripolitania, Cirenaica, Fezzan.

Le due aree funzionano come sistemi separati: ciascuna gestisce un proprio bilancio, incassa proventi petroliferi, amministra ministeri ed impone tasse. Nella pratica quotidiana, una legge approvata a Tripoli non produce alcun effetto nelle regioni orientali, così come le decisioni prese a Bengasi restano lettera morta nella parte occidentale del Paese; questa doppia struttura rappresenta uno dei principali ostacoli a qualsiasi progetto di ricomposizione nazionale.

Le istituzioni nazionali sono state tra le prime vittime della crescente frammentazione libica, ridotte nel tempo a strutture svuotate di reale autorità. La Banca centrale[4] della Libia, divisa dopo gli scontri del 2014, era riuscita a ricompattarsi solo temporaneamente nel 2022, per poi ricadere nuovamente nella spaccatura. Alla fine del 2023, le autorità orientali avrebbero iniziato a stampare in segreto miliardi di dinari al di fuori di ogni registrazione ufficiale[5]. L’immissione incontrollata di liquidità ha aggravato l’inflazione e spinto la valuta forte verso i circuiti informali, colpendo direttamente la popolazione, sempre più in difficoltà nell’accesso ai dollari ed ai beni di prima necessità.

La sede della Banca Centrale libica.
La sede della Banca Centrale libica.

Anche sul piano della sicurezza il quadro appare completamente disarticolato: il Paese non dispone più di un esercito o di una forza di polizia unificati. Al loro posto operano decine di milizie armate, che esercitano il potere effettivo sotto le insegne delle autorità dell’ovest o dell’est. Nella parte orientale, le forze fedeli a Khalifa Haftar coordinano numerose brigate, comprese formazioni salafite. A Tripoli e nelle aree occidentali, la difesa della capitale è affidata ad un mosaico di gruppi armati, dalle forze di deterrenza alle brigate di Misurata, alcune formalmente legate al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, altre del tutto autonome[6]. Queste milizie controllano infrastrutture chiave come aeroporti, valichi di frontiera e posti di blocco, nodi essenziali per l’economia nazionale. Sebbene molti cittadini continuino a percepire stipendi statali, nella vita quotidiana il potere reale resta nelle mani degli uomini armati, non delle istituzioni politiche.

La divisione emerge con chiarezza anche sul piano politico. Le elezioni municipali del 2024-2025[7] avevano fatto registrare, in numerose città, una partecipazione superiore al 70% nel primo turno, segnale incoraggiante di un rinnovato interesse per la democrazia locale dopo anni di rinvii e fallimenti. Tuttavia, nelle aree orientali, le autorità parallele hanno annullato le consultazioni in 27 municipalità[8], spesso ricorrendo a pressioni ed intimidazioni; ai residenti è stato semplicemente comunicato che non si sarebbe votato. Così, mentre nel sud e nell’ovest del Paese si eleggevano sindaci e consigli comunali, una parte significativa della popolazione veniva esclusa dal processo elettorale, smentendo nei fatti ogni retorica sull’unità politica nazionale.

Anche il controllo delle risorse finanziarie si è trasformato in un campo di scontro, tra i più duri della storia recente del Paese. L’economia libica dipende quasi interamente dal petrolio[9], ma nemmeno questo settore è al riparo dalla contesa. Nel 2024, milizie orientali hanno bloccato circa la metà della produzione nazionale — pari a circa 700 mila barili al giorno — per rafforzare le proprie rivendicazioni politiche[10]. Sebbene la Compagnia nazionale del petrolio, con sede a Tripoli, continui a firmare contratti di esportazione, le forze dell’est sono in grado di interrompere il flusso, sequestrare le spedizioni o chiudere gli oleodotti. Quando, ad esempio, il governo di Tripoli ha rimosso il governatore della Banca centrale, le forze fedeli a Haftar hanno reagito bloccando i porti petroliferi, fermando oltre la metà delle esportazioni e causando perdite superiori ai 100 milioni di dollari in pochi giorni[11]. Parallelamente, la circolazione di banconote stampate da autorità rivali ha eroso la fiducia nella moneta nazionale, alimentando l’incertezza quotidiana dei cittadini, che non possono più essere certi del valore del denaro che utilizzano.

Mappa dei maggiori giacimenti di petrolio e gas naturale della Libia. Fonte: U.S. Energy Information Administration.
Mappa dei maggiori giacimenti di petrolio e gas naturale della Libia. Fonte: U.S. Energy Information Administration.

Nel dibattito internazionale sulla Libia, la parola “unità” continua a ricorrere con insistenza. Politici libici e diplomatici stranieri la ripetono in ogni conferenza stampa ed in ogni piano di pace, evocando lo schema di un solo Paese, una sola bandiera ed un’unica tornata elettorale. Questa narrazione appare sempre più scollegata dalla realtà sul terreno. Nella parte orientale del Paese, le élite locali hanno ormai consolidato una struttura di potere autonoma; ad ovest, invece, i leader politici continuano a muoversi attraverso complesse trattative con i gruppi armati.

Un possibile scenario futuro

Un approccio più realistico sarebbe preferibile ad una fiducia astratta nel futuro: riconoscere che il Paese è di fatto diviso non equivarrebbe ad una resa, ma rappresenterebbe piuttosto un punto di partenza più onesto. In questo contesto si spiegano le crescenti ipotesi di un assetto federale, basato sulle storiche regioni della Tripolitania[12], della Cirenaica[13] e del Fezzan[14], o addirittura su una frammentazione in più entità statali, ciascuna dotata di un proprio governo e legata ad un’autorità centrale debole. Una prospettiva che può apparire radicale, ma che rifletterebbe in modo più fedele gli equilibri reali; meglio amministrare una Libia decentralizzata che continuare ad inseguire una retorica dell’unità destinata a sfociare ciclicamente in nuove violenze.

La storia recente del Paese rafforzerebbe questa lettura: ogni tentativo esterno di imporre soluzioni definitive ed inclusive si è scontrato con la reazione delle fazioni locali, che hanno sistematicamente sabotato accordi percepiti come penalizzanti. Le cosiddette “road map finali” si sono dissolte non appena i gruppi armati hanno intravisto il rischio di perdere terreno, mentre i governi di unità nazionale hanno resistito solo finché sostenuti dai loro sponsor più influenti. I mediatori internazionali continuano a proporre piani rigidi, come se le milizie potessero sciogliersi per decreto, ignorando il peso dei rispettivi alleati stranieri, dall’Europa ai Paesi del Golfo. Undici anni di conflitto dimostrano che in Libia il potere si esercita con le armi, non attraverso le urne.

La Libia attuale appare così come un mosaico di feudi locali e reti clientelari, ben lontano dall’immagine di Stato unitario promossa dalla sua classe dirigente. Città come Sirte[15], Bengasi[16], Misurata[17] e Sabha[18] sono governate di fatto da autorità autonome, mentre l’esecutivo di Tripoli viene descritto come un’entità più formale che sostanziale. Il Paese avrebbe bisogno di soluzioni concrete: consigli locali dotati di reali poteri, un rafforzamento della sicurezza di comunità e la costruzione graduale di istituzioni partendo dal basso. Solo attraverso un ripensamento profondo dell’assetto politico potrebbe emergere un equilibrio duraturo e prendere forma uno Stato moderno, forse sotto forma di una federazione flessibile o di una leadership a rotazione, modellata sulle condizioni attuali e non su slogan o visioni irrealistiche.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_di_unit%C3%A0_nazionale_(Libia)

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Camera_dei_rappresentanti_(Libia)

[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/khalifa-belqasim-haftar/

[4] https://www.med-or.org/news/crisi-in-libia-nuovi-rischi-di-instabilit%C3%A0-e-insicurezza

[5] https://www.agenzianova.com/news/libia-la-banca-centrale-denuncia-la-circolazione-di-oltre-3-miliardi-di-euro-in-dinari-contraffatti/

[6] https://www.rid.it/shownews/7292/libia-guerra-tra-milizie-a-tripoli-il-premier-dbeibah-prova-a-rafforzare-il-suo-potere

[7] https://www.insidertrend.it/2024/11/14/esteri/libia-elezioni-amministrative-alle-urne-il-16-novembre-test-cruciale-per-il-futuro-del-paese/

[8] https://www.agenzianova.com/a/694acf8187daf0.73902324/6852199/2025-12-23/libia-la-commissione-elettorale-annulla-alcuni-risultati-delle-municipali-per-irregolarita-ai-seggi

[9] https://lcsms.info/economia-libica-dopo-il-2011-mappe-di-capacita-e-sfide/#:~:text=4.4%20Debole%20contributo%20dei%20settori,%5B42%5D.

[10] https://www.rivistaenergia.it/2024/08/haftar-stop-petrolio-libia/#:~:text=Il%20Generale%20Haftar%20impone%20un%20nuovo%20stop,Libia.%20Nuovi%20problemi%20per%20l’export%20in%20arrivo

[11] https://www.ilpost.it/2024/10/04/libia-petrolio-produzione-ripresa/

[12] https://www.treccani.it/enciclopedia/tripolitania/

[13] https://www.treccani.it/enciclopedia/cirenaica/

[14] https://www.treccani.it/enciclopedia/fezzan/

[15] https://www.treccani.it/enciclopedia/sirte/

[16] https://www.treccani.it/enciclopedia/bengasi_(Enciclopedia-Italiana)/

[17] https://www.treccani.it/enciclopedia/misurata_(Enciclopedia-Italiana)/

[18] https://www.treccani.it/enciclopedia/sebha/

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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