Homo religiosus
Date a Hoxha quel che è di Hoxha…
Homo religiosus: una parola che racchiude un concetto antropologico che ha profonde radici storiche e che è stato ripreso nel XX Secolo per sostenere la tesi che vedrebbe l’essere umano come intrinsecamente orientato verso il sacro, il trascendente.
Non c’è traccia di civiltà antica che non abbia avuto a che fare con un culto religioso, con la ricerca del divino e l’introspezione spirituale. Questo è sempre accaduto a differenti latitudini, epoche e contesti di comunità più o meno organizzate; dalle caverne alle chiese, moschee, templi, sinagoghe o sale di preghiera. Nessun potere politico, organizzato per piegare o annullare questo bisogno intrinseco dell’essere umano, è riuscito nell’intento, e mi sentirei di dire “menomale”.
Nel mondo è un fenomeno ancora ampiamente diffuso, basti consultare le statistiche annuali, ma è proprio il caso di dire “grazie a Dio” se pensiamo che nella nostra Europa e nel tanto bistrattato Occidente, ci siamo lasciati alle spalle non poche atrocità.
Sembra impossibile credere che fino a qualche decennio fa anche in paesi a noi vicini venivano usate le leggi dello Stato per soffocare la fede nel sangue. È il caso dell’Albania che proprio quest’anno celebra i cinquant’anni dalla promulgazione della Costituzione dell’allora Repubblica Sociale di Albania guidata dal leader comunista Enver Hoxha, fortemente ispirato dalla rivoluzione culturale cinese e da una visione marxista-leninista dello Stato.
In modo tanto semplice quanto feroce considerava la religione come una minaccia alla coesione e alla costruzione di un “nuovo uomo socialista” e immaginava un mondo libero da tutti i dogmi religiosi ritenuti altamente retrogradi.
Già dal 1967 i dirigenti del partito del Lavoro di Albania diedero vita alla campagna antireligiosa più aggressiva della storia del paese, con la chiusura forzata di moschee, chiese, monasteri e procedendo alla confisca di ogni luogo di preghiera, spesso dati alle fiamme o distrutti, insieme a testi sacri e simboli. Credenti e ministri di culto furono perseguitati, incarcerati, torturati e uccisi.
La Costituzione del 1976 sancì formalmente l’ateismo di stato, facilmente ascrivibile anch’esso alla categoria delle religioni di stato, con articoli molto espliciti che disponevano l’urgenza di radicare nella popolazione una visione scientifico materialista del mondo, vietando ogni forma di credo e paragonando le agitazioni antidemocratiche e fasciste, a quelle religiose, penalmente perseguibili.
L’unico e il primo Stato al mondo a considerare l’ateismo un principio costituzionale da difendere e veicolare attraverso l’istruzione forzata, la cultura e la non meglio specificata “vigilanza sociale”.
In quegli anni l’Albania perse una quantità enorme di patrimonio artistico e culturale, opere architettoniche secolari, identità culturali, tradizioni tramandate da secoli; una lacerazione profonda del tessuto sociale e un reset delle memorie collettiva: uno sciagurato dramma nazionale che collassò tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90 quando vennero abolite le leggi che vietavano il culto religioso e si tornò nelle chiese, in ginocchio, in preghiera.
Intere generazioni nate e cresciute “senza Dio”, che non avevano mai visto né partecipato a riti religiosi, con la fine ufficiale del regime comunista e dell’ateismo di stato, ebbero nuovamente la possibilità di tornare ad una libera fede.
Cosa è stato il piccolo Hoxha e i suoi pochi anni di delirio sanguinario, di fronte all’eternità che l’homo religiosus ha sempre saputo di poter ereditare? Cosa sono le miserie di un uomo che uccide il corpo per colpire l’anima, di fronte alle vie imperscrutabili del divino che il convertito Saulo da Tarso, anch’esso persecutore per volontà dell’impero, convertito poi sulla via di Damasco, cita nell’epistola biblica ai Romani?
Testimoni di quegli anni affermano a mezza bocca di aver sentito dire tra le strade di Tirana: “date a Hoxha quel che è di Hoxha e a Dio quel che è di Dio”.



