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Siria-Iraq: tensione tra milizie irachene e jihadisti in Siria

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Il casus belli sono davvero i curdi?

L’intensificarsi degli scontri nel nord-est della Siria non può più essere interpretato come un conflitto circoscritto tra le forze governative siriane e le unità a guida curda; la dinamica in atto segnala un cambiamento strategico più ampio, con conseguenze dirette ed immediate sulla sicurezza dell’Iraq.

Per Baghdad, il nodo centrale è rappresentato dalla composizione di parte delle forze impegnate sul fronte siriano. All’interno degli apparati militari di Damasco opererebbero infatti ex combattenti dell’ISIS o miliziani con trascorsi nell’estremismo jihadista, attualmente in avanzata verso le aree di confine. In questo contesto, i media statali iracheni hanno riferito, il 18 gennaio[1], il dispiegamento di ulteriori unità delle Popular Mobilization Forces[2], schierate lungo la frontiera siro-irachena nella provincia di Ninive[3]. Parallelamente, reparti dell’esercito regolare iracheno sono stati posizionati anche lungo il confine occidentale della provincia di Anbar[4]. La possibilità che forze armate ideologicamente contrapposte arrivino a fronteggiarsi direttamente lungo il confine viene descritta come uno scenario ad alto rischio, potenzialmente destabilizzante per l’intera regione.

Insegna delle PMF (Hashd Al-Sha'abi).
Insegna delle PMF (Hashd Al-Sha’abi).

Influenze internazionali

A complicare ulteriormente il quadro vi è la pressione esercitata dagli Stati Uniti su Baghdad affinché proceda al disarmo delle milizie filoiraniane, mentre gruppi jihadisti sunniti attivi in Siria continuano a muoversi e rafforzarsi in prossimità della frontiera. Né l’Iraq né l’Iran sarebbero disposti a ridurre il peso dei propri alleati armati senza garanzie concrete sul contenimento delle formazioni jihadiste presenti sul versante siriano; in assenza di tali assicurazioni, il rischio è che il confine si trasformi nel prossimo teatro di scontri aperti.

Da questa prospettiva, qualsiasi dibattito sul disarmo delle milizie sostenute da Teheran in Iraq che non affronti simultaneamente la questione dei combattenti jihadisti stranieri in Siria appare scollegato dalle reali dinamiche del conflitto mediorientale. Trattare i due dossier come compartimenti separati significa ignorare il funzionamento della rete dei militanti, caratterizzati da una forte capacità di adattamento e di spostamento tra teatri di crisi contigui.

Fattore determinante è la stabilità governativa?

L’Iraq, per posizione geografica e fragilità politica, si trova al centro di queste pressioni incrociate: la stabilità del Paese non può essere garantita attraverso approcci parziali. L’idea, diffusa in alcune capitali occidentali e condivisa da settori della leadership irachena, secondo cui sarebbe possibile disarmare le milizie filoiraniane senza conseguenze, mentre i gruppi jihadisti sunniti in Siria verrebbero neutralizzati senza effetti collaterali, viene giudicata profondamente errata. I due fronti sono interconnessi e l’Iraq continua a pagare il prezzo delle tensioni che si propagano dal conflitto siriano.

Dalla caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024, la Siria continua ad essere attraversata dalla presenza di combattenti jihadisti stranieri e da reti estremiste attive. A confermarlo è stato l’attacco attribuito allo Stato Islamico che, nel dicembre 2025, ha causato la morte di tre cittadini statunitensi[5]; inoltre il gruppo ha riattivato cellule dormienti ed intensificato le attività di reclutamento sia in Siria sia in Iraq, sfruttando l’instabilità regionale e le persistenti falle nei dispositivi di sicurezza.

Miliziani espongono una bandiera dell'IS.
Miliziani espongono una bandiera dell’IS.

L’esperienza degli ultimi anni mostra come i militanti costretti a ritirarsi da un’area non scompaiano, ma tendano piuttosto a riconfigurarsi: sotto pressione militare modificano i propri spazi operativi, individuando contesti più permissivi in cui riorganizzarsi, senza rinunciare alla lotta armata.

Per l’Iraq, tali contesti coincidono in larga misura con le province a maggioranza sunnita come Mosul, Salahaddin e Anbar che portano ancora i segni della devastazione subita durante il periodo di controllo territoriale dello Stato Islamico. Qui, la fragilità delle istituzioni locali, le rivendicazioni politiche rimaste irrisolte e la diffidenza tra le comunità ed il governo centrale di Baghdad continuano a rappresentare fattori di vulnerabilità.

Il disarmo

In questo quadro, Washington continua a sollecitare la leadership irachena a procedere al disarmo delle formazioni armate sostenute dall’Iran, presentando tale richiesta come parte di un percorso di rafforzamento della sovranità nazionale e di riforma del settore della sicurezza.

Una posizione che, pur comprensibile sul piano dei principi, è da valutarsi come parziale, poiché non tiene pienamente conto della natura politica di queste milizie. Tali gruppi sono infatti il risultato di una strategia iraniana di lungo periodo, concepita per ridefinire in modo duraturo gli equilibri di potere in Iraq dopo l’invasione statunitense del 2003[6] e la caduta di Saddam Hussein[7].

Saddam Hussein
Saddam Hussein

Molte delle formazioni allineate a Teheran operano formalmente all’interno delle Forze di Mobilitazione Popolare, beneficiando di un riconoscimento giuridico che consente loro di agire con ampia autonomia operativa e con un chiaro orientamento ideologico. La loro influenza si estende ai settori politico, economico e della sicurezza, e si manifesta sia sul territorio iracheno sia su quello siriano, evidenziando una struttura pensata su scala transnazionale.

L’influenza di Teheran

Il calcolo strategico di Teheran non riguarda tanto le comunità sunnite per come si presentano oggi, quanto il potenziale che potrebbero esprimere se sostenute dall’esterno. L’eventuale affermazione a Damasco di un governo a guida sunnita — soprattutto se legittimato da una narrazione di resistenza armata o da reti di combattenti stranieri — potrebbe infatti diventare un modello alternativo capace di esercitare attrazione sulle province sunnite irachene, mettendo in discussione l’assetto geopolitico che l’Iran mira a preservare.

Per Teheran e per i gruppi ad essa alleati, la partita siriana non rappresenta una semplice variabile tattica, ma una questione di sopravvivenza strategica. In questa prospettiva, chiedere il disarmo delle milizie filoiraniane in Iraq mentre in Siria restano attivi ed armati gruppi jihadisti sunniti equivarrebbe ad un grave errore: significherebbe rinunciare a strumenti di deterrenza ritenuti essenziali contro minacce future.

Infografica delle influenze dell'Iran sul Medio Oriente.
Infografica delle influenze dell’Iran sul Medio Oriente.

Le frontiere, infatti, non fermano automaticamente la militanza armata, ma spesso ne favoriscono la circolazione. Il confine tra Iraq e Siria, nel corso degli anni, ha funzionato come un corridoio per combattenti, armi e ideologie radicali, smentendo l’idea che i conflitti possano essere confinati rigidamente entro i limiti nazionali.

La linea sostenuta da Washington — disarmo delle milizie sciite in Iraq e neutralizzazione dei jihadisti sunniti stranieri in Siria — si basa sull’assunto che questi due processi possano procedere separatamente. Un’ipotesi che non regge: la sicurezza interna irachena è strettamente legata a ciò che avviene oltre confine. Trascurare queste connessioni significa esporsi al rischio di ripetere errori già compiuti in passato, quando la sottovalutazione degli effetti del conflitto siriano favorì il ritorno dello Stato Islamico e mise a dura prova la tenuta delle istituzioni di sicurezza irachene.

Finché in Siria resteranno attivi gruppi jihadisti sunniti ed in Iraq continueranno ad operare milizie sciite fortemente radicate, il percorso verso una piena normalizzazione dei rapporti tra Baghdad e Damasco rimarrà ostacolato. In questo contesto, la diplomazia da sola non è sufficiente a superare il peso delle ideologie e degli attori armati che determinano gli equilibri sul terreno.

Se queste dinamiche non verranno affrontate in modo strutturale, l’Iraq difficilmente potrà svolgere un ruolo di stabilizzazione tra le potenze regionali in competizione; al contrario, rischia di trasformarsi nuovamente nello spazio in cui le rivalità tra sunniti e sciiti si combattono per procura. Pensare che Baghdad, con il sostegno di Teheran, possa smantellare le formazioni filoiraniane senza una strategia credibile contro le reti jihadiste presenti in Siria appare più come una lettura distorta dei rapporti di forza, della storia recente e delle logiche di sopravvivenza, che come una reale prospettiva politica.

In assenza di soluzioni coordinate che affrontino simultaneamente entrambe le crisi, la regione sembra avviata verso un nuovo ciclo di violenza settaria, con l’Iraq destinato ancora una volta a pagarne il prezzo più alto.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://x.com/iraqmedianet/status/2012869460630110418?s=46&t=hKu5EmykonswvnVZTSi8aQ

[2] https://understandingwar.org/wp-content/uploads/2025/04/The20Leadership20and20Purpose20of20IraqE28099s20Popular20Mobilization20Forces.pdf

[3] https://english.almayadeen.net/news/politics/iraq-s-pmf-reinforces-border-with-syria-after-damascus-sdf-d

[4] https://www.cesi-italia.org/it/articoli/la-strategia-dellis-nella-provincia-irachena-di-al-anbar

[5] https://www.bbc.com/news/articles/c9d9vpxjp2go

[6] https://www.ilpost.it/2023/03/20/armi-di-distruzione-di-massa-iraq-bush/

[7] https://www.ilpost.it/2023/12/13/saddam-hussein-cattura-buca/

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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