Un rapporto da rafforzare
Mediterraneo mare nostrum
Il recente incontro, organizzato da Caput Mundi, dedicato a “Genova ed il Mediterraneo” ha aperto un focus significativo sugli assetti geopolitici globali, per le rotte commerciali, energetiche e tecnologiche e per le relazioni tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente, con particolare riguardo al nostro Paese, al suo ruolo marittimo e alla sua collocazione geografica.
Non a caso Napoleone, ripeteva che “la politica degli Stati è nella loro geografia”, con ciò confermando una verità senza tempo, laddove da sempre ogni realtà statuale — minuscola, media o grande — per potersi rapportare al mondo e svilupparvi una presenza significativa inevitabilmente deve ragionare sugli scenari fisici e umani in cui è fissata e confrontarsi con le molteplici dinamiche che la circondano.
In questo ambito la dimensione marittima è ineludibile per l’Italia, bagnata com’è da tre mari, con 7.551 chilometri di linea di costa, e proiettata nel cuore del Mediterraneo. Fare finta di nulla di questa “dimensione” pare impossibile. Eppure – ormai da decenni – è così. Occorre allora prenderne coscienza ed invertire, culturalmente, economicamente, e politicamente la rotta.
A partire intanto dalla consapevolezza rispetto ad una grande tradizione, che ci consegna l’epopea splendente delle Repubbliche Marinare e le figure straordinarie di imprenditori, mercanti, avventurieri, capitani e politici. In questo ambito Genova è l’esempio della capacità di adattamento della sua gente alle leggi di natura e della sua storia. Una capacità che ha visto, nella proiezione mediterranea dei genovesi, l’espressione del loro pragmatismo e dello spirito di intrapresa, rispetto a scenari via via sempre nuovi, alle nuove dimensioni del mondo, del commercio, dell’impresa.
Quanto quella Storia è conosciuta ed esaltata nei nostri programmi scolastici? Quanto ne sanno le nostre, spesso disincantate, giovani generazioni? E cosa rimane, nella nostra memoria collettiva, di quelle grandi, mitiche figure di “uomini di mare” e di commercianti che hanno segnato la Storia del mondo? Qualche lapide sbiadita nella toponomastica delle nostre città e qualche isolato monumento, a rischio “censura” da parte delle schiere della cancel culture.
Eppure, la marittimità dovrebbe essere una priorità della nostra narrativa nazionale, ritrovando nel Mediterraneo il “segno del proprio destino – come ricordava Ferdinand Braudel – poiché ne costituisce l’asse meridiano e le è dunque naturale il sogno e la possibilità di dominare quel mare in tutta la sua estensione”.
Un secondo elemento da fissare ci viene dalla figura di Camillo Benso Conte di Cavour – uno dei padri della Patria e protagonista del nostro Risorgimento – che ebbe ben chiara la “questione marittima”, persuaso che “il commercio segue sempre la bandiera”, considerando la marina mercantile uno strumento essenziale per la politica economica del Regno e comprendendo la valenza geostrategica legata alla realizzazione del Canale di Suez.
Passato il Ventennio (contrassegnato dall’interventismo pubblico, che permise all’Italia di raggiungere il quarto posto al mondo per tonnellaggio navale, dopo Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone) e la fase della ricostruzione post-bellica, per il nostro Paese è arrivata, tra Anni Sessanta ed Ottanta, la sonnacchiosa routine democristiana. Solo grazie al recupero d’attenzione dei governi Spadolini e Craxi – durante gli Anni Ottanta – si posero le premesse per un nuovo protagonismo sul mare, rientrato purtroppo nel cono d’ombra determinato da Tangentopoli.
E tutto questo nel momento in cui nuovi protagonisti si affacciavano entro lo spazio mediterraneo, giocando spregiudicatamente la loro partita geopolitica ed economica: la Turchia, con una politica di ricostruzione di una grande Marina militare e attraverso la visione strategica del “Mediterraneo allargato”; la Cina, affacciatasi in Europa dalla porta del Pireo, uno dei principali porti sul Mediterraneo che la Grecia di fatto, dopo l’epoca delle sanzioni dure della Merkel & Co, è stata costretta a svendere letteralmente.
Da lì le navi cinesi si sono mosse in modo capillare. Oggi le ritroviamo a Vado Ligure, Rotterdam… in pratica la Cina ha collocato un po’ ovunque i suoi avamposti commerciali, arrivando con i suoi treni nel cuore dell’Europa attraverso tratte che portano a Belgrado, piuttosto che a Budapest.
Nel contempo mentre il commercio Usa-Cina si riduce quello UE-Cina aumenta (nell’import la quota del dragone passa dal 15,8% al 20,5% e quella dell’export dall’8% all’8,7%) consolidando la rotta via mare Asia/Euro-Mediterranea. Il progressivo rafforzamento delle rotte a corto raggio si manifesta con la crescita dell’offerta di servizi regolari e di una flotta dedicata, che asseconda la scelta di nearshoring di diverse imprese, dall’Asia, all’area mediterranea, soprattutto in Turchia, Egitto e Tunisia, anche per ridurre il rischio di futuri shock globali.
Il Mediterraneo mantiene insomma la sua centralità nel contesto geoeconomico, mentre autorevoli stime prevedono, nonostante i conflitti, una crescita media annua al 2028 dei traffici container del Mediterraneo di poco più del 3% contro il 2,5% della media Mondo. La tendenza che si sta manifestando riguarda il crescente interesse verso la regionalizzazione dei flussi di commercio anche se l’Asia, con la Cina in testa resta, protagonista della Manifattura mondiale.
Lucio Caracciolo, direttore di “Limes” ha scritto: “noi non siamo un’invenzione, non siamo all’ora zero, non veniamo dal nulla. Se c’è la persistenza della memoria, forse ci sarà anche la persistenza dell’Italia”.
L’invito di fondo è di ritrovare con “la persistenza della memoria”, il senso di una cultura identitaria, di destini geopolitici, di necessità economiche attraverso cui tracciare una prospettiva di lavoro.
Un po’ quello che ha fatto Caput Mundi con il suo recente incontro, corollario essenziale dell’impegno della piattaforma digitale, coordinata da Arianne Ghersi, Fabio Bozzo e Roberto Milani, che – di giorno in giorno – alimenta le riflessioni sui destini italiani (e non solo) nell’ambito dei più ampi spazi globali.





