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Jacqueline du Pré

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Il violoncello, la fede e la danza della vita

C’era una volta una ragazza di Oxford, nata nel 1945, che trasformò il violoncello in un’estensione del proprio corpo e della propria anima. Jacqueline du Pré non era solo una musicista prodigio: era un fenomeno emotivo, una forza della natura che catturava ogni spettatore con l’intensità del suo suono e la profondità dei suoi gesti.

Fin da bambina, Jacqueline ricevette i primi insegnamenti dalla madre, Doris du Pré, musicista appassionata che le trasmise non solo le basi tecniche del violoncello, ma soprattutto la sensibilità musicale e l’approccio emotivo alla musica. Doris incoraggiava Jacqueline a “sentire” ogni nota, a trasformare il gesto tecnico in espressione, insegnandole a collegare mente, cuore e corpo nello strumento. Questo approccio precoce fu fondamentale per la sua successiva maturità artistica: le lezioni non erano solo esercizi, ma una vera e propria educazione all’interpretazione e all’intensità emotiva.

Jacqueline du Prè, da bambina, mentre suona il violoncello in giardino.
Jacqueline du Prè, da bambina, mentre suona il violoncello in giardino.

Giovanissima, studiò poi con maestri leggendari come William Pleeth, che le insegnò il rigore tecnico e la precisione delle linee musicali, e Mstislav Rostropovich, che le trasmise la potenza espressiva, la capacità di far parlare il violoncello come una voce umana e l’uso teatrale del corpo nell’esecuzione. Fondamentale fu anche l’incontro con Pablo Casals, da cui Jacqueline apprese il concetto del violoncello come mezzo di comunicazione spirituale e profonda introspezione musicale.

Ogni maestro contribuì a forgiare la sua identità artistica, combinando tecnica, intensità emotiva e visione interpretativa unica. Il suo stile era distintivo: una tecnica leggera ma incisiva, archetto fluido, vibrato ampio e profondo, e un uso del corpo come estensione dello strumento. Ogni gesto sul violoncello era un linguaggio, un flusso continuo tra pensiero musicale e movimento fisico.

Ma fu il “Concerto in mi minore” di Elgar a consacrarla. La sua registrazione con la London Symphony Orchestra diretta da John Barbirolli rimane una delle più celebri nella storia della musica. La prima esecuzione di questo concerto da parte di du Pré nel 1965 a Londra fu accolta con entusiasmo travolgente: il pubblico percepì non solo la perfezione tecnica, ma l’intensità emotiva che rendeva ogni frase musicale viva e palpabile. Rostropovich, con ammirazione, disse che dopo aver ascoltato Jacqueline sembrava quasi che nessun altro dovesse più suonare quel concerto, perché ne aveva rivelato l’essenza in modo definitivo.

Jacqueline du Prè e Daniel Barenboim.
Jacqueline du Prè e Daniel Barenboim.

Il 1966 segnò una svolta: incontrò Daniel Barenboim, pianista e direttore d’orchestra. Barenboim non fu soltanto un partner musicale: fu guida, sostegno emotivo e compagno di vita. Già noto per la sua carriera internazionale, aveva diretto ensemble come la Chicago Symphony Orchestra, la Staatsoper Unter den Linden, la Staatskapelle di Berlino e la Orchestra Sinfonica di Vienna. Fondò insieme a Edward Said la West-Eastern Divan Orchestra, un progetto che ancora oggi unisce musicisti israeliani e arabi, simbolo del dialogo culturale e della pace.

In Germania, Barenboim ebbe un legame profondo con la musica tedesca, interpretando con maestria Beethoven, Brahms, Wagner e altri grandi autori, contribuendo alla rinascita culturale post-bellica. La collaborazione tra du Pré e Barenboim fu straordinaria: esploravano il repertorio cameristico e orchestrale con un’intensità senza precedenti, creando interpretazioni ancora oggi leggendarie.

Barenboim la guidava nelle scelte interpretative e la sosteneva nella gestione della pressione artistica e della vita pubblica. La loro relazione, un sodalizio completo, intrecciava amore e arte profondamente. Il loro amore li portò fino a Gerusalemme, nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni.

Fu lì che Jacqueline fece una scelta personale e coraggiosa: decise di convertirsi all’ebraismo. La conversione non fu superficiale: significava appartenenza culturale e spirituale, impegno verso la comunità ebraica e rafforzamento del legame con Barenboim. Il matrimonio fu celebrato al Muro Occidentale (Kotel), simbolo di spiritualità e storia ebraica, e rappresentò fusione di amore, arte e fede. La sua scelta ispirò molti contemporanei, mostrando come un’artista potesse intrecciare identità culturale e carriera musicale senza compromessi.

Jacqueline du Prè nel 1967.
Jacqueline du Prè nel 1967.

Nel 1973, quando la carriera era al culmine, la sclerosi multipla cominciò a manifestarsi. La perdita di sensibilità nelle mani fu una frattura interna: il corpo, che era il suo strumento, smise di obbedire. Ogni nota mancata era dolore, ogni silenzio un lutto. Il violoncello divenne lontano, e il palco che amava le fu negato. Ma la sua presenza e leggenda continuarono a illuminare il mondo musicale, ispirando generazioni. Tra le figure che la stimarono vi fu anche il principe Carlo (oggi re Carlo III), studente di musica e violoncello da giovane, che ammirava la dedizione e la profondità musicale di du Pré.

La loro amicizia dimostra quanto la sua influenza superasse il mondo dei concerti, toccando la vita culturale e sociale del Regno Unito.

Decenni dopo la sua morte, la storia di Jacqueline fu trasformata in danza: nel 2020, Cathy Marston creò per The Royal Ballet il balletto “The Cellist”, un viaggio emozionale e corporeo. Il balletto non è una biografia, ma una rappresentazione della vita artistica e personale di du Pré:

  • Il violoncello diventa personaggio: sul palco, un danzatore interpreta lo strumento, dialogando fisicamente ed emotivamente con Jacqueline.
  • La malattia come dramma: la progressiva perdita della capacità di suonare è resa con movimenti frammentati, separazioni e vulnerabilità.
  • La musica come filo narrativo: le note di Elgar accompagnano i passaggi più intensi, facendo percepire allo spettatore grandezza e dolore insieme.
  • Una celebrazione della vita: il balletto racconta anche l’amore e il legame profondo con Barenboim, rendendo tangibile l’anima di un’artista che non ha mai smesso di vivere attraverso la musica.

Jacqueline suonò alcuni dei violoncelli più celebri della storia, strumenti che contribuirono a definire la sua voce unica e a consolidare la sua leggenda:

  • Stradivari “Davidov” 1712: costruito da Antonio Stradivari a Cremona, il “Davidov” era famoso per il suono potente e lirico. Du Pré lo utilizzò nelle registrazioni più celebri, incluso il Concerto in mi minore di Elgar. Oggi lo strumento è noto anche perché è stato suonato da Yo-Yo Ma.

    Caratteristiche principali: timbro ricco e profondo, perfetto per il fraseggio emotivo di du Pré; risposta rapida dell’arco, che permetteva sfumature delicate e vibrato espressivo; capacità di sostenere note lunghe senza perdita di intensità emotiva.

  • Stradivari “Du Pré” 1673: più raro e antico, questo strumento appartiene alla prima fase della produzione di Stradivari. Jacqueline lo suonò durante gli anni giovanili.

    Caratteristiche principali: dimensioni leggermente più compatte, che favorivano agilità tecnica; timbro caldo e chiaro, ideale per espressività lirica; grande trasparenza sonora, che esaltava il fraseggio continuo e la modulazione dinamica.

  • Violoncello costruito su misura da Sergio Peresson: negli ultimi anni della sua carriera, Jacqueline iniziò a suonare un violoncello moderno costruito su misura dal liutaio Sergio Peresson, liutaio italo-americano noto per strumenti di alta qualità. Questo strumento divenne il suo principale negli ultimi anni di concerti e registrazioni.

    Caratteristiche principali: leggero ma con ricchezza armonica e proiezione sonora; forme e corde studiate per facilitare l’espressività e la modulazione dinamica; risposta stabile e uniforme, meno sensibile alle condizioni climatiche rispetto agli strumenti antichi.
Jacqueline du Prè intenta a suonare lo Stradivari “Davidov”.
Jacqueline du Prè intenta a suonare lo Stradivari “Davidov”.

Questo dimostra che l’uso di strumenti storici, per quanto prestigiosi, non è sempre fondamentale per ottenere un’espressione musicale intensa e personale. Inoltre, molti strumenti antichi, come gli Stradivari, sono stati oggetto di restauri e modifiche nel corso dei secoli, e la loro integrità originale è spesso parziale.

L’innovazione e l’adattamento tecnico, come nel violoncello Peresson, possono quindi essere strumenti altrettanto validi per un’artista, permettendo un controllo maggiore del suono, della dinamica e della proiezione, soprattutto nelle esigenze moderne di sala da concerto e registrazione.

Questi 3 violoncelli diventano quasi personaggi della vita artistica di du Pré: attraverso di essi, il pubblico percepisce non solo la maestria tecnica, ma l’intensità emotiva e la comunicazione quasi vocale che lei instaurava tra corpo, mente e musica. Questa relazione speciale tra artista e strumento è anche al centro del balletto “The Cellist”, in cui uno dei danzatori interpreta il violoncello, dialogando con la protagonista e dando vita a una vera e propria conversazione scenica tra corpo e suono.

Jacqueline du Pré ci ha lasciato poco tempo, ma una musica eterna. Le sue registrazioni restano punto di riferimento e la sua storia ispira per tecnica, musicalità, forza del carattere, coraggio delle scelte spirituali e bellezza della vita trasformata in arte.

Non è solo memoria di un talento spezzato: è simbolo di come la musica possa unire passione, amore e identità, diventando linguaggio universale e immortale.


Jacqueline du Prè: la maestria e l’intensità durante l’esecuzione di “Concerto in mi minore” di Elgar.
Il pas de trois da “The Cellist” (Cuthbertson, Ball, Sambé, The Royal Ballet).
  • Musicista / violoncellista, da sempre interessata alla divulgazione della musica ed in particolare di quella antica realizzata con strumenti originali e con prassi esecutive adeguate.
    Ha suonato in diversi gruppi e conosce differenti realtà musicali: dalla musica classica a quella tradizionale, fino alla musica dei giorni nostri attraverso la collaborazione con alcuni cantautori liguri. Si interessa di musica a 360° incrementando il suo bagaglio di conoscenze, partendo da un diploma ottenuto al Conservatorio di Musica di Genova, per svilupparsi con la partecipazione a concerti ed a spettacoli musicali diversi.
    Ha effettuato svariati concerti in Italia e all’estero (Francia, Germania, Svizzera, Scozia) come violoncellista in molti gruppi (tra i quali: Caledonian Companion, Orchestra Barocca Italiana, Myrddn Quartet, Modo Antiquo).
    Ha inciso diversi CD per le case discografiche Bongiovanni, Edipan, Arion, De Vega e ha effettuato diverse registrazioni per la Radio Svizzera Italiana.
    Dirige fin dalla sua nascita l’associazione culturale “Accademia del Chiostro” che organizza da anni spettacoli all’interno dei musei e dei palazzi storici presenti in Genova e in Liguria. Nel 2019 è iniziato il lento rinnovamento che ha portato alla trasformazione definitiva di Accademia del Chiostro da associazione culturale ad associazione di promozione sociale.
    All’interno dell’associazione ha costituito un’orchestra stabile di archi che è specializzato nell’esecuzione del repertorio dal periodo classico ai giorni nostri e che comprende tutti professionisti di primissimo piano, unendo giovani talenti emergenti ed artisti forti di un affiatamento derivante da una collaborazione pluridecennale.
    Ha fatto parte del Comitato Scientifico della collana Mnemosine Edizioni Licosia occupandosi del settore Musica e Danza e della sezione Fidapa sezione di Genova, di Terziario Donna, di Ascom Arte e di Aidda.

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