L’inutile lezione di Mons. Staglianò: il caso di Imagine
Ecco che nel maggio scorso comparve in rete un video di mons. Antonio Staglianò, vescovo emerito di Noto e presidente della Pontificia Accademia di Teologia (mica pizza e fichi) che si impegna con molta enfasi in un’interpretazione apologetica di Imagine di John Lennon come inno alla pace universale, dove dietro il richiamo poetico al nothing to kill or die for (niente per cui uccidere o per cui morire) ecco che perdono significato anche le religioni, perché potenzialmente belligere nel loro afflato identitario.
Tale intervento, che peraltro era già stato anticipato nei contenuti nel 2020, ha comprensibilmente suscitato diverse reazioni, sia di sostegno, sia di senso opposto. A queste ultime l’alto prelato, preso alla sprovvista, ha risposto con un articolo sul sito “Sud e futuri” in cui cerca di chiarire il senso e l’intenzione della sua presa di posizione, difendendo il metodo inclusivo ed aperto della ‘corrente teologica’ di cui è esponente (che si autodefinisce pop theology), rivendicando, in tale prospettiva, la propria completa condivisione di quello che giudica essere il messaggio fondamentale di Imagine, cioè il rifiuto della violenza, ed in particolare della violenza religiosa.
Per quanto Staglianò si trinceri con una citazione dal Vangelo, quando Gesù dice a Pietro “rimetti la spada nel fodero” (Mt 26,52)[1], dimostrando che il cristianesimo si presenta con il volto di un Dio che non chiede sacrifici umani, né tanto meno guerre sante, stupisce l’approccio dozzinale dell’analisi del testo della canzone. Non sarebbe stato inopportuno che il Vescovo emerito trattasse con più rispetto le parole di Lennon e ne facesse un’esegesi corretta e non una lettura terribilmente superficiale e perciò fuorviante.

Si tralasci il fatto che l’antico testamento presenti numerosi passi dove “Dio” si presenta come Adonai Sabaoth (signore degli eserciti)[2], espressione contenuta anche nel Sanctus del messale romano esistente, ecco che il Presidente della Pontificia Accademia di Teologia metta sullo stesso piano i verbi to kill e to die for. Se si può accettare che il principio che il “vero” Dio (per chi crede) sia l’antitesi alla violenza non, si può dimenticare, se non nella superficiale e rozza analisi di Staglianò, che ogni passo del nuovo testamento trasuda l’idea del “sacrificio” della propria vita.
Se Innocenzo IV (il genovese Sinibaldo Fieschi)[3] impose nel 1245 il colore rosso alle vesti dei cardinali era per richiamare a costoro l’idea stessa del martirio. “Fa specie che – come sostiene Leonardo Lugaresi – in un verso di appena sette parole il vescovo ne dimentichi una, to die, perdendo di vista che il nodo della questione sta appunto nell’indebita, opaca e, questa sì violenta, equiparazione che Lennon fa tra ‘uccidere’ e ‘morire’, togliere e dare la vita; quindi, in definitiva tra il carnefice e la vittima, il persecutore e il martire”[4].
La fortuna, in ambito cristiano, che – in epoca recente – ha questa canzone, scritta ben 55 anni fa, è testimoniata anche dal fatto che il cardinale Antonio Tagle[5] – uno dei papabili al soglio di Pietro all’ultimo Conclave – durante un evento pubblico nel 2019, si esibì con una versione ridotta del capolavoro di Lennon, dove era stato epurato il verso che immagina “un mondo senza religioni”, concentrandosi solo nei versi “pacifisti”.
Canzone spesso presente nelle recite scolastiche della scuola primaria, Imagine sembra essere diventato un inno di come tutti vorrebbero fosse il mondo, grazie anche all’ambiguità del testo, unitamente alla potenza evocatrice della musica. Eppure, Imagine non auspica un mondo in cui non ci sia niente per cui uccidere: ne vuole uno in cui non ci sia nulla per cui valga la pena dare la vita. Ed è difficile pensare qualcosa di meno cristiano di questo.

Ma – la domanda sorge spontanea – Lennon voleva veramente dire quello che affermò il mons. Staglianò? I dubbi sono molti!
Si inizi dall’esegesi musicale e testuale del capolavoro di Lennon, che ha lasciato tracce profonde nella memoria musicale di più generazioni di ascoltatori, tanto da diventare riconoscibile già alla seconda nota.
Ecco che si è di fronte ad una ballad soft rock costruita sulla classica struttura A-A-B-A-B (strofa, strofa, ponte, strofa, ritornello). Il brano è in tonalità Do Maggiore, caratterizzato dal famoso arpeggio di pianoforte che si muove tra il I ed il IV grado (Do e Fa) con un riff discendente. Pezzo di apparente semplicità, anche per una ballad, dietro al quale si cela una notevole originalità (che rende l’armonia indimenticabile). Gli accordi sono, infatti, eseguiti in modo non usuale, al di sotto del Do centrale dello strumento. Ecco che ne risulta un suono un po’ scuro e l’uso del riverbero a nastro ha reso l’inizio di Imagine inconfondibile.
I commenti nei confronti dell’interpretazione di Staglianò non attengono alla struttura musicale del pezzo, ma il testo. Questo non può essere reso avulso ed estraneo da tutta la produzione dell’Autore e l’esegesi delle parole deve trovare ratio solo attraverso un’analisi comparata delle sue opere, quantomeno, coeve.
All’inizio delle polemiche sulle parole del presule mi è venuto alla mente l’agile, ma completo, testo di David Nieri Imagine: Utopia o nichilismo (La Vela).

Chi era John Winston (Ono) Lennon?
Negli anni del successo cercò di vendersi come un figlio della classe operaia (un working class hero). Egli non era nulla di tutto ciò. Nonostante avesse sofferto per l’assenza della figura paterna e soprattutto materna (Julia Stanley, ricordata nel pezzo “Julia” del 1968 nel White Album)[6], quand’ella era ancora in vita (morì investita nel 1958), ma incapace di avere un rapporto maturo e genitoriale con il figlio, venne cresciuto dalla sorella della madre Mary Elizabeth Stanley in Smith, detta “Mimi” che apparteneva alla solida classe media piccolo imprenditoriale. Egli crebbe al 251 di Menlove Avenue, in una zona di classe media di Liverpool che subì ingenti danni durante la Seconda guerra mondiale.
In una recente intervista Paul Mc Cartney[7], cresciuto in una atmosfera familiare serena, anche se in modo modesto, disse che John era l’unico posh del gruppo. A dirla tutta l’unico sottoproletario era Richard Starkey (Ringo Starr)[8]. Ciò non toglie che Lennon, si voglia per la precarietà economica ed affettiva della madre, cresca – per dirla con Nando Fasce (“La musica nel tempo: Una storia dei Beatles”, 2018[9]) – “sospeso nella zona grigia fra diversi mondi che in lui si scontrano e sovrappongono.
Da un lato, l’ambiente piccolo borghese, incarnato dalla zia e dalle sue aspirazioni di rispettabilità; dall’altro, i riverberi della più modesta condizione dei genitori e delle differenze – reali e immaginate – tra le loro famiglie di provenienza sul piano sociale, culturale e religioso”.
L’amata, ma assente madre si conferma, con il figlio, “la good-time girl di sempre. Si comporta come una zia o una sorella maggiore un po’ eccentrica: è allegra e trasgressiva, sempre pronta ad assecondare gli estri e le bizzarrie del figlio. Gli trasmette la passione famigliare per il banjo e gli insegna i primi accordi basati su brani popolari del periodo fra le due guerre. In John, questa passione si affianca all’uso dell’armonica a bocca, sulla quale da tempo si esercita, con l’aiuto di un giovane inquilino della zia”.
Che il successivo legame con Yoko Ono[10], sublimi i bisogni di John fino a trasformarsi in un edipico rapporto figlio – madre è cosa nota.

John, giovane turbolento, dall’incompleto percorso scolastico, venne rapito dalle suggestioni della beat generation[11], senza, però, che il ribellismo insito nel movimento venisse compensato da letture “organiche”. Nieri ci ricorda che nel Regno Unito, uscito con le ossa rotte dal, pur vinto, conflitto, è proprio all’interno della classe lavoratrice, alla quale Lennon si ispira, pur non appartenendoci, che si va a sviluppare un assoluto individualismo, “in cui il piacere personale prende il sopravvento rispetto al bene collettivo, in una barbara rincorsa all’ascesa sociale non importa con quali mezzi”.
D’altronde John non aveva ancora 20 anni quando Alan Sillitoe[12] diede alle stampe il romanzo Saturday Night and Sunday Morning (1958)[13]. Il personaggio Arthur Seaton è un giovane operaio che “non crede ai manifesti programmatici della sinistra e all’utopia dell’uguaglianza socialista, il suo è un ‘socialismo individuale’ privo, quindi di un’apertura all’indirizzo di un obiettivo comune e condiviso in grado di forgiare una classe consapevole e unita”.
Ecco che questo individualismo intimista diventa la cifra di Lennon. Di esso si trovano tracce anche nella prima produzione del gruppo. Il pezzo I’m a loser dall’album Beatles for sale (1964)[14] ne è un chiaro esempio. Ecco che le riflessioni di mons. Viganò viene meno di fronte alla presa d’atto del fondamentale individualismo di John.

Questo individualismo, peraltro molto adolescenziale e mai maturo, si va a scontrare con la lettura “letterale” della canzone Imagine. Sarebbe bello pensare che si tratti di un volo “alto” e di un sogno ad occhi aperti (You may say I’m a dreamer. But I’m not the only one – Potreste dire che sono un sognatore. Ma non sono l’unico). Ma non è così. Se si guarda ad un pezzo pubblicato, sempre nel 1970, God ecco che l’Autore esordisce con le parole God is a concept / By which we measure our pain (Dio è un concetto con il quale misuriamo il nostro dolore). Da qui inizia una sequela di “io non credo…”. I don’t believe in Bible / I don’t believe in Tarot / I don’t believe in Hitler / I don’t believe in Jesus / I don’t believe in Kennedy […].
Da più parti si è voluto leggere un “impegno pacifista di Lennon che scrive una canzone contro tutti gli idoli, a partire da Dio e dai suoi molti profeti. Ecco però che il volo alto termina con una affermazione, che cancella ogni possibile impegno e cade nel più cupo egoismo: “I just believe in me / Yoko and me /and that’s reality” (io credo in me / in Yoko e me / questa è la realtà). Il pezzo termina con le parole: “The dream is over”, legandolo – non si sa quanto consapevolmente – ad Imagine.
Il nichilismo di Lennon, suggerito da Nieri, non è un nichilismo consapevole, culturalmente adulto come quello che unisce, con un sottile fil rouge, immortali autori della filosofia da Gorgia a Nietzsche (“manca lo scopo; manca la risposta al perché; tutti i valori si svalutano”). È solo un confuso pensiero di un giovane insoddisfatto “che ce l’ha fatta”, ancorché magicamente talentuoso.
Parimenti non si può dire che quella di Lennon sia una utopia “alta”, che costituisca una proposta, più che rivoluzionaria, fuori dagli schemi, così come dovrebbe essere etimologicamente. Fin dall’antichità si riportano autori che, mediante lo strumento del “non luogo”, hanno proposto modelli sociali e filosofici alternativi. Non è negabile che le grandi ideologie dal XVIII secolo sono state anticipate da teorie “utopiche” che hanno innervato la proposta.
Lennon si muove più sul terreno dell’autocompiacimento e dello sfruttamento della notorietà. Si prenda a modello la creazione di “Nutopia”[15]. Il 2 aprile 1973 Lennon e Ono presentarono, in una conferenza stampa a New York, il paese concettuale di “Nutopia”.[16] Lennon e Ono si dichiararono ambasciatori del paese e chiesero l’immunità diplomatica per porre fine ai problemi di immigrazione di Lennon (quale alta utopia!). Lennon parlò del paese immaginario, che avrebbe incarnato gli ideali delle sue canzoni Imagine e Mind Games[17], affermando quanto segue nella dichiarazione “ufficiale”, firmata il giorno prima in un ristorante di Tribeca:
Annunciamo la nascita di un paese concettuale, NUTOPIA. La cittadinanza del paese può essere ottenuta dichiarando la propria conoscenza di NUTOPIA. NUTOPIA non ha terra, né confini, né passaporti, solo persone. NUTOPIA non ha altre leggi se non quelle cosmiche. Tutti gli abitanti di Nutopia sono ambasciatori del Paese. In qualità di due ambasciatori di Nutopia, chiediamo l’immunità diplomatica e il riconoscimento del nostro Paese e del suo popolo presso le Nazioni Unite.
Questa dichiarazione compare nella busta interna dell’LP Mind Games, insieme all’inno di questo nuovo paese, significativamente una traccia vuota di quattro secondi.
Ecco che l’Utopia diventa un modo per ottenere la residenza. Non è difficile collegare il fatto che il periodo dell’impegno “politico” terminò nel 1975 e la green card venne concessa nel 1976.
Grande artista, ma uomo insicuro. Ecco che il cerchio si chiude. Mons. Viganò, nella certezza che non fosse interesse di nessuno il guardare l’opera di Lennon in modo integrale, prese una cantonata storica nell’attribuire all’Autore ciò che egli disse solo incidentalmente. Imagine resta una delle più belle canzoni mai scritte (per me, forse la più bella), ma resta il fatto – per dirla con Bennato – che “sono solo canzonette”.
Note:
[1] https://www.biblegateway.com/passage/?search=Matteo%2026%3A52-54&version=CEI;BDG
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Io_sono_colui_che_sono
[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/innocenzo-iv_(Federiciana)/
[4] https://www.sabinopaciolla.com/vagliate-tutto-1-ts-521-la-fatica-del-giudizio-cristiano/
[5] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/documentation/cardinali_biografie/cardinali_bio_tagle_la.html
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Julia_(The_Beatles)
[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_McCartney
[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Ringo_Starr
[9] https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/konsigli/%E2%80%9CLa-musica-nel-tempo%E2%80%9D–3859382.html
[10] https://it.wikipedia.org/wiki/Y%C5%8Dko_Ono
[11] https://www.esquire.com/it/news/attualita/a39967249/beat-generation-i-giovani-ribelli-degli-anni-cinquanta/
[12] https://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Sillitoe
[13] https://en.wikipedia.org/wiki/Saturday_Night_and_Sunday_Morning
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/I%27m_a_Loser
[15] https://en.wikipedia.org/wiki/Nutopia
[16] https://www.johnlennon.com/news/the-birth-of-nutopia-2-april-1973-%F0%9F%8F%B3%EF%B8%8F/
[17] https://it.wikipedia.org/wiki/Mind_Games_(album_John_Lennon)




