Il mito fondante della felicità
E sono 250!
In ogni paese o città degli Stati Uniti si sono svolte festeggiamenti per celebrare l’anniversario dell’indipendenza americana. Chilometri quadrati di bandiere adornano gli edifici pubblici e le private abitazioni in un diffuso sentimento di identità, così distante dalla tradizione europea. Non è certo l’occasione per sfuggire dalla retorica e dalla narrazione, insite in ogni celebrazione. Il presidente Trump non poteva non cogliere questa succulenta occasione per dare sfogo alle sue abituali magniloquenze: “Siamo la migliore nazione del mondo da sempre, i più forti, i più potenti, nessuno è come noi, tutti vogliono essere come noi, siamo la terra della libertà, il faro della speranza, siamo più ricchi e forti come mai”.
La Old Glory diventa stendardo verso vecchie e nuove minacce: “Questa era la bandiera che sventolò vittoriosa a Saratoga, e queste erano le stelle e strisce che sventolavano trionfanti quando gli inglesi sventolarono la bandiera bianca della resa a Yorktown. Nessuno pensava che fosse possibile. Erano la più grande potenza mondiale, e si arresero, e quello fu l’inizio. Da allora, il mondo intero ha capito che gli americani non permetteranno mai a nessuno di portarci via la nostra libertà. Non succederà!”. Anche nella più ampia arena mondiale non si è riusciti a sfuggire la retorica .
Il presidente Mattarella – di solito sobrio fino al grigiume – saluta il 250° anniversario con le parole: “L’indipendenza americana è patrimonio condiviso di quanti si riconoscono nei principi di libertà, rappresentanza democratica e tutela universale dei diritti”.
Senza poter dimenticare che, indiscutibilmente, gli Stati Uniti sono ancora la potenza egemone per definizione, è necessario sottolineare la mistica che costituisce il punto di richiamo e di attrazione – anche da posizioni antagoniste – dell’americanità. Nella stessa antica dichiarazione di indipendenza vi sono elementi retorici e filosofici che non possono non far vibrare gli animi.

Mentre molte costituzioni moderne (almeno post-belliche) tradiscono la volontà dei vari fondatori di scrivere un documento misurato proprio sui bisogni specifici di questa o quella identità statale, la dichiarazione di indipendenza americana, intende parlare, non tanto alla popolazione delle 13 colonie primigenie, ma ad una più vasta universalità. Si ricordino le seguenti parole: “Noi teniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà ed il Perseguimento della Felicità (Life, Liberty, Pursuit of Happiness).
Qui non si fa riferimento a virginiani, newyorkesi ma all’ Umanità (Mankind). Proiezioni di ampio respiro che possono essere fatte proprie da chiunque, sotto ogni bandiera. Decine di autori hanno analizzato la natura di questa “felicità” da perseguire, termine nodale per dare senso alla dichiarazione di indipendenza.
La questione della felicità sta al centro della narrazione che fin dagli inizi le rivoluzioni democratiche producono su se stesse. Lemma risorto dalla notte dell’antichità nella seconda parte del XVII secolo, ha avuto interpretazioni assolutamente differenti tra di loro. Non molto tempo fa, l’onnipresente, Canfora ebbe a dire che la happiness americana nulla aveva a che fare con le bonheur rivoluzionario perché sempre accompagnato dal complemento di specificazione “du peuple” (1794), “de tous” (1789), ovvero che in Francia la felicità si declinava in termini politici e globali, mentre in America era meramente “individualistica”. Come spesso accade Canfora, uomo dotto ed erudito, non approfondisce l’analisi, ma si ferma alle questioni superficiali.
Il primo elemento caratterizzante la “felicità” americana, individualista e comunitaria nello stesso tempo, è di natura linguistica. Il suo perseguimento è diritto del people. Esso può essere tradotto come popolo (come viene tradotta l’espressione francese peuple) piuttosto con come “gente”, “abitanti”: nel primo caso assistiamo all’affermarsi di una entità organica, nel secondo caso a risultare vincente è l’esatto opposto.
Come ricorda Matteucci (La Rivoluzione americana come rivoluzione costituzionale, 1987) mentre i francesi si riconoscevano dall’essere cittadini e sudditi dello stato francese gli americani – così come commentò George Bancroft – il popolo americano esisteva e si riconosceva come tale, “sin dai primissimi stanziamenti e sin d’allora nutriva in sé l’amore per la libertà, libertà nella nuova patria, ma anche libertà della nuova patria” anche se la sua alba era lontana ed incerta. Quello che rende difficile comprendere la complessità della happiness per gli europei è che quella americana fu una rivoluzione senza ideologie e senza dogmi, e cioè senza un preordinato schema di società da realizzare.

Feconda e ricca frutto di profondi studi, invece, è l’analisi proposta dalla Arendt (On revolution, 1963). Ella riconosce che la genesi dell’espressione “ricerca della felicità” – che ne costituisce interpretazione – risiede nella consuetudine americana di parlare, specialmente nel corso del XVIII secolo di “felicità pubblica”, laddove i francesi parlavano di “libertà pubblica”. Gli americani, infatti, sapevano che la libertà pubblica consiste nel partecipare agli affari pubblici e che le attività connesse con questi affari non costituivano affatto un peso, ma davano a quelli che le svolgevano nella vita pubblica un senso di felicità che non avrebbero potuto provare altrimenti.
Vi sono elementi dell’esperienza americana, fin dalla sua origine, radicalmente differenti dalla matrice francese. Se si confrontano le opere di Tocqueville si riscontra che alcune specificazioni del concetto pubblico di “felicità” vengono sottolineate con maggior forza in Francia, rispetto all’America, perché nella prima, esistente una monarchia assoluta e soprattutto uno stato fortemente centralizzato, il dibattito pubblico era limitato all’ambito intellettuale e non si declinava nell’esercizio della chose publique, mentre i “coloni” americani, già vivevano attivamente il processo di condivisione delle scelte “pubbliche” e quindi il lemma felicità non necessariamente doveva caricarsi di aggettivi per essere compiutamente compreso. Anzi proprio l’ambiguità del termine costituisce la chiave dell’esperienza americana.
Non è casuale che l’espressione “ricerca della felicità” venne inserita da Jefferson nella Dichiarazione di Indipendenza al posto di “proprietà”, nella antica formula di “vita, libertà, e proprietà”, la quale comunemente definiva i diritti civili in quanto distinti dai diritti politici. Nella mente dell’uomo di Monticello la “felicità” era proprietà e fine dell’agire politico. Può stupire, quindi, che Jefferson, che ben riconosceva il valore pubblico della “felicità” non volle usare il termine “felicità pubblica”, che si trova così spesso nella letteratura politica del tempo e che era, probabilmente, una significativa variante americana – scrive Arendt – “del linguaggio convenzionale dei proclami regali”, in cui ‘il benessere è la felicità del nostro popolo, il benessere privato dei sudditi del re è la loro felicità privata”.
Ecco che il termine felicità non è solo una proiezione verso il futuro, ma anche un richiamo agli antichi diritti dei coloni. Non è un caso che lo spesso Jefferson – in un esposto destinato alla Convenzione della Virginia del 1774, che sotto molti punti di vista anticipava la Dichiarazione di indipendenza – affermò che i “nostri antenati”, quando lasciarono i domini britannici in Europa, esercitarono “un diritto che la natura aveva dato a tutti gli uomini […] di fondare nuove società, sotto leggi e regole che a loro sembreranno più adatte a promuovere la felicità pubblica”. Se Jefferson aveva ragione se “i liberi abitanti dei domini britannici” erano emigrati in America in cerca di “felicità pubblica”, allora le colonie, per il loro semplice fatto di esistere erano – fin dall’inizio – un vivaio di rivoluzionari. Le libertà, non specificatamente godute in madrepatria ecco che diventavano “felicità pubblica”.
Tuttavia, il fatto storico è che la Dichiarazione d’Indipendenza parla di “ricerca della felicità” e non di felicità pubblica: ed è probabile che Jefferson stesso non fosse intimamente molto sicuro del tipo di felicità che voleva intendere quando faceva della sua ricerca uno dei diritti inalienabili dell’uomo. Non vi è dubbio che la non distinzione fra “private rights and public happiness”, come appare anche in Madison (Federalist papers n.14) non sia stata neanche rilevata nei dibattiti dell’Assemblea. Da questo voluto malinteso deriva la fortuna di questa espressione che più di qualsiasi altra cosa contribuì alla creazione di una ideologia specificatamente americana.
Ideologia in parte contraddittoria e certamente disorganica, ma che doveva conciliare il pubblico con il privato. Non è un caso che lo stesso Jefferson affermasse che la felicità sta al di fuori della sfera pubblica, “nel seno e nell’amore della mia famiglia, nella compagnia dei miei vicini e dei miei libri, nella sana attività delle mie fattorie e dei miei affari“ (Lettera a Madison 9 giugno 1793). Ecco che si è in un ambito in cui il pubblico non ha diritto di intervenire.

Questo è il punto nodale: la “felicità” ha un rilievo pubblico, laddove il suo “portatore” può agire in ambito pubblico, grazie ad essa, ma essa nasce in un contesto privato “minimo” e “limitato”. Nella sua evoluzione in ambito di società borghese la “felicità” americana, altro non è che il riflesso di una “libertà negativa”, laddove si intende che “l’essenza della libertà è sempre consistita nella capacità di scegliere come si vuole scegliere e perché così si vuole, senza costrizioni o intimidazioni, senza che un sistema immenso ci inghiotta […] La vera libertà è questa, e senza di essa non c’è mai libertà, di nessun genere, e nemmeno l’illusione di averla” (Isaiah Berlin, Four Essays on Liberty, 1982).
Ecco la differenza con la bonheur de tous di origine francese. Quest’ultima è il riflesso di una “libertà positiva”, della facoltà di agire secondo propria volontà, ma anche senza dimenticare che Rousseau diceva che “l’obbedienza alla legge è la libertà”, quindi la libertà positiva si trasforma in una morale comune. Ma veramente possiamo essere felici in un mondo che ci dice come essere felici? Ecco che siamo alla radice del mito ed è noto che la mitologia politica, in fondo, è la poesia del potere.
Gli Stati Uniti che, nella loro eterna “eccezionalità”, non possono e non vogliono attingere agli strumenti del “mito” del continente europeo hanno trovato nella “felicità” (status immoto) e nel suo conseguimento (perpetuo “moto a luogo”), una ragion d’essere tanto elastica da essere buona per tutte le stagioni.
Buon compleanno America!








