Magnifica Humanitas: la Persona oltre l’algoritmo
Roberto Milani intervista Tonino Cantelmi
Introduzione
L’enciclica Magnifica Humanitas affronta il tema della custodia della persona umana nel contesto della trasformazione digitale e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, richiamando l’attenzione sui possibili effetti di tali processi sulla libertà individuale, sulle relazioni, sull’educazione, sul lavoro e sulla qualità della vita.
Concentrandosi sulla prospettiva clinica e scientifica, il contributo di Cantelmi appare particolarmente rilevante per il suo lungo percorso di ricerca sull’impatto delle tecnologie digitali sulla mente umana e per la sua esperienza nell’ambito della psichiatria, della psicoterapia e delle dipendenze comportamentali.
Avvalendosi della sua competenza, si desidera porre in relazione le indicazioni generali dell’enciclica con fenomeni osservabili sul piano clinico, educativo e sociale, in particolare per quanto riguarda l’uso dei dispositivi digitali, la c.d. “economia dell’attenzione”, le nuove forme di dipendenza e le implicazioni psicologiche dell’intelligenza artificiale.
L’intento è pertanto quello di contribuire ad una lettura interdisciplinare di un testo di così ampio respiro, evidenziandone le ricadute concrete nelle nostre vite ed offrendo strumenti di comprensione utili al dibattito in merito al rapporto tra tecnologia, salute mentale e dignità della persona.
L’enciclica afferma che l’IA può abituarci a “delegare troppo”, indebolendo giudizio personale, creatività e desiderio di relazione autentica. Dal suo osservatorio clinico, quali segnali vede oggi nei pazienti — soprattutto giovani — di questa delega cognitiva ed emotiva alla tecnologia?
Molti anni fa, in un articolo, scrissi: «Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati, ma esistenzialmente sempre più soli». Da allora questa frase è stata ripresa, e lo è tuttora, da siti, blog, social network e testate giornalistiche. Credo che questa eco dica qualcosa di importante: quella frase intercetta un nervo scoperto del nostro tempo. Abbiamo moltiplicato le connessioni, reso immediato l’accesso alle informazioni, aumentato enormemente gli stimoli eppure, non sempre abbiamo fatto crescere, insieme a tutto questo, la qualità dei legami, la profondità del pensiero e la capacità di abitare la nostra interiorità.
È il paradosso della società tecnoliquida postmoderna: tutto è più vicino, rapido, disponibile ma l’incontro autentico, il discernimento e la pazienza del pensiero sembrano diventare più faticosi. La tecnologia non è più soltanto uno strumento, è l’ambiente in cui pensiamo, desideriamo, ci rappresentiamo e ci relazioniamo. Per questo l’enciclica coglie un punto decisivo quando avverte che l’IA può «abituarci a delegare troppo» e a cercare «risposte pronte». Non stiamo delegando solo compiti operativi; rischiamo di delegare funzioni interiori: il giudizio, l’attesa, la creatività, perfino il modo di comprendere ciò che proviamo.
Dal mio osservatorio clinico vedo anzitutto un indebolimento dell’attesa. Molti ragazzi faticano a restare dentro una domanda, un’incertezza e un’emozione non immediatamente spiegata. Cercano risposte, sintesi e decisioni già pronte. Ma la maturazione psichica nasce anche dal saper sostare nel dubbio, tollerare il vuoto, attraversare la frustrazione e confrontarsi con un altro che non risponde sempre come vorremmo.
Qui entra in gioco un tema che considero centrale: il sensation seeking, la ricerca continua di stimoli, emozioni e sensazioni sempre nuove e soprattutto forti. La tecnoliquidità non crea dal nulla questa tendenza, ma la intercetta e la potenzia. Il ragazzo viene educato a passare da una notifica all’altra, da un video all’altro, da un contenuto all’altro, con una soglia sempre più bassa di tolleranza alla noia, al silenzio e alla fatica. Il rischio è che non impari più ad ascoltare l’emozione, ma solo a sostituirla con un nuovo stimolo, non a comprendere ciò che prova, ma a coprirlo rapidamente.
Un altro segnale è la delega del giudizio. I giovani non chiedono più soltanto alla tecnologia: “che cosa devo sapere?”, ma sempre più spesso sembrano chiederle: “che cosa devo pensare?”, “che cosa devo provare?”, “come devo rispondere?”, “come devo stare in questa relazione?”. È una delega sottile, perché viene percepita come efficienza. Ma non tutto ciò che è efficiente fa crescere. Il giudizio personale si forma nella fatica, nel confronto, nell’errore e nella responsabilità. Se una macchina risponde sempre prima che il soggetto abbia realmente pensato, il rischio non è solo perdere una competenza ma è perdere una parte dell’esercizio della libertà.
In questo scenario si comprende anche il successo di una parola provocatoria: brain rot, letteralmente “cervello marcio”. Non la userei mai per demonizzare i giovani. Continuo a pensare che i ragazzi siano molto più intelligenti, sensibili e capaci di come spesso li rappresentiamo noi adulti. Però quella formula intercetta un fenomeno reale: il rischio di una recessione cognitiva.
Con brain rot non intendo un cervello che “marcisce”, ma una mente che rischia di disabituarsi alle sue funzioni più alte: concentrazione prolungata, memoria attiva, lettura profonda, pensiero critico, capacità di collegare informazioni e costruzione autonoma di un ragionamento. Siamo immersi in un flusso di titoli, slogan, frammenti, video brevi, contenuti emotivamente intensi e immediatamente sostituibili. Questo rende la mente rapidissima nel reagire, ma non necessariamente più capace di comprendere.
Il problema non è il singolo contenuto breve. Il problema è l’abitudine permanente alla frammentazione. Comprendere un testo complesso, seguire un ragionamento non immediato, collegare cause e conseguenze, sopportare la fatica dell’apprendimento: tutto questo richiede tempo, continuità e silenzio mentale. Richiede una mente non solo accesa, ma allenata.
La tecnologia, soprattutto quando propone stimoli rapidi, personalizzati ed emotivamente intensi, sollecita le aree più antiche del cervello, quelle legate alla gratificazione, all’allarme, alla risposta immediata. Negli adolescenti questa dimensione è particolarmente sensibile. Se però mancano adulti capaci di accompagnare e regolare, le aree più riflessive, corticali, responsabili del pensiero critico, rischiano di essere poco esercitate.
È qui che il brain rot incontra la delega tecnologica. Il ragazzo sa trovare risposte, ma fatica a costruire domande. Sa reagire agli stimoli, ma fatica a sostare nel pensiero. Sa consumare contenuti, ma non sempre sa trasformarli in esperienza. Con l’uso massiccio dell’intelligenza artificiale si aggiunge un rischio ulteriore: il debito cognitivo. Quando deleghiamo troppo presto alla macchina la sintesi, la scrittura, la comprensione e la decisione, otteniamo un vantaggio immediato, ma accumuliamo un debito nella formazione delle nostre capacità interiori.
C’è poi l’impressione di oggettività. Le risposte dell’IA sono ordinate, sicure, linguisticamente impeccabili. Proprio per questo possono sembrare neutrali. Ma non lo sono mai del tutto: riflettono criteri, dati, modelli e parametri culturali. Nei ragazzi più fragili questo può generare dipendenza cognitiva, cioè non mi fido più del mio giudizio, non reggo l’incertezza, cerco una conferma esterna che abbia il tono dell’autorità.
Infine, c’è la questione più delicata: la relazione. L’enciclica parla della «simulazione della comunicazione umana» e afferma: «Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza». È un passaggio fondamentale. Una macchina può rispondere, ma non può incontrare. Può simulare empatia, ma non può condividere la vulnerabilità. Può consolare, ma non può assumersi la responsabilità morale di un legame.
Il pericolo più grande non è che i giovani credano ingenuamente che la macchina sia una persona. Il pericolo più grande è che perdano lentamente il desiderio di cercare davvero l’altro. Che si abituino a una relazione sempre disponibile, sempre responsiva, sempre adattata, ma senza corpo, senza reciprocità e senza imprevedibilità. Una relazione che consola, ma non trasforma, che risponde, ma non chiama alla responsabilità, che simula vicinanza, ma non genera comunione.
Nei pazienti più giovani tutto questo si manifesta in forme concrete: fatica a tollerare la noia, ansia davanti al silenzio, bisogno continuo di conferma, dipendenza da risposte immediate, impoverimento del linguaggio emotivo, difficoltà nella conversazione profonda, ritiro dalle relazioni reali, paura del giudizio dell’altro, ricerca di ambienti digitali più controllabili della vita incarnata.
Non si tratta di demonizzare l’intelligenza artificiale. L’IA può essere un aiuto prezioso. Ma deve restare strumento, non ambiente sostitutivo dell’umano. Possiamo delegare alle macchine procedure, calcoli, sintesi, supporti. Non possiamo delegare il giudizio, la coscienza, la creatività, l’empatia, il desiderio dell’altro.
La risposta al brain rot e alla delega cognitiva non può essere solo il moralismo del “togliamo gli schermi”. I ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di restituire senso, futuro e direzione. Hanno bisogno di esperienze lente, corporee, relazionali, non immediatamente consumabili. Devono imparare che non tutto ciò che conta è rapido, utile, performante, misurabile.
In fondo direi così: non dobbiamo consegnare alla macchina la fatica di diventare persone. Non basta chiederci come rendere l’IA più umana; dobbiamo chiederci come impedire che l’uomo diventi meno capace di umanità.
Il testo parla di esposizione precoce e non mediata a dispositivi digitali e social, con effetti su sonno, attenzione, regolazione emotiva e relazioni. Qual è, secondo lei, la soglia oltre la quale l’uso digitale diventa un fattore di rischio psicopatologico e non solo educativo?
La tecnologia digitale non è più semplicemente uno strumento che usiamo: è un ambiente che abitiamo. Internet, i social, lo smartphone non restano fuori dalla vita reale, ma entrano nel modo in cui pensiamo, desideriamo, ci relazioniamo, costruiamo identità e regoliamo le emozioni. Il virtuale può essere molto reale: reale nelle emozioni che suscita, nelle ferite che produce, nelle dipendenze che alimenta e nelle identità che modella.
La cyberpsicologia dell’età evolutiva ci aiuta a comprendere questo passaggio. La distinzione rigida tra online e offline è ormai insufficiente, perché l’esperienza digitale non è un semplice “altrove”, ma una dimensione che si intreccia stabilmente con la vita psichica e relazionale. È il paradigma dell’onlife: una condizione nella quale la realtà virtuale è psicologicamente reale e partecipa alla costruzione dell’identità, delle relazioni tra pari, dell’immagine corporea, della sessualità, dell’autostima e del senso di sé. L’enciclica usa una formula molto efficace quando afferma che la rete «non è un mondo parallelo o puramente virtuale», perché ciò che accade online entra ormai nella vita concreta delle persone, soprattutto dei più giovani.
Per questo, quando parliamo di esposizione precoce e non mediata, non possiamo limitarci a chiederci quante ore un ragazzo trascorra davanti a uno schermo. Dobbiamo domandarci che cosa accade alla sua vita psichica, affettiva e relazionale dentro questo ambiente.
La soglia oltre la quale l’uso digitale diventa un fattore di rischio psicopatologico non è dunque soltanto quantitativa. Il tempo conta, certamente, soprattutto quando invade la notte, lo studio, la vita familiare, il corpo e le relazioni. Ma la vera soglia è più profonda: viene superata quando il digitale non è più integrato nella vita del ragazzo, ma comincia a sostituirla; quando non amplia l’esperienza, ma la restringe; quando non sostiene la crescita, ma diventa il principale regolatore dell’umore, dell’identità e della relazione.
Da anni, in ambito clinico, parliamo di psicopatologie web-mediate per indicare proprio questa costellazione di fenomeni. Non si tratta necessariamente di incasellare tutto in una diagnosi rigida, ma di osservare segnali ricorrenti: perdita di controllo, impulso irrefrenabile a collegarsi, tentativi falliti di ridurre l’uso, pensieri ricorrenti su ciò che accade online, irritabilità o ansia quando non ci si può connettere, uso continuato nonostante conseguenze negative, menzogne sul tempo trascorso in rete, progressivo impoverimento della vita reale.
L’enciclica richiama quattro aree decisive: sonno, attenzione, regolazione emotiva e relazioni. Sono esattamente le aree in cui, dal punto di vista clinico, vediamo comparire i primi segnali di rischio.
Il sonno è spesso il primo campanello d’allarme. Quando un adolescente resta connesso fino a notte, controlla notifiche prima di dormire, si sveglia per guardare il telefono o sacrifica ore di riposo nella penombra della stanza, non siamo davanti a una semplice cattiva abitudine. Il fenomeno del vamping, cioè il restare online durante la notte, ci dice che il digitale può colonizzare uno spazio fondamentale della salute mentale. Il sonno regola umore, memoria, attenzione, impulsività e apprendimento. Quando la notte viene abitata dallo schermo, non si perdono solo ore di riposo: si perde equilibrio psichico.
Un’altra soglia riguarda l’attenzione. Una mente esposta continuamente a notifiche, scrolling, video brevi, messaggi e micro-ricompense diventa rapida nel passare da uno stimolo all’altro, ma meno allenata alla profondità. Vedo ragazzi che faticano a leggere un testo lungo, a sostenere lo studio, a restare in una conversazione senza interruzioni, a tollerare attività non immediatamente gratificanti. Non è soltanto distrazione: è una diversa educazione del funzionamento mentale.
Poi c’è la regolazione emotiva. Molti adolescenti usano il digitale non solo per comunicare, ma per calmarsi, distrarsi, anestetizzarsi, sentirsi riconosciuti. Mi annoio e scorro; sono triste e cerco conferme; sono ansioso e controllo; mi sento escluso e rientro compulsivamente nei social. Così il dispositivo diventa un regolatore esterno dell’umore. Il rischio è che il ragazzo non impari ad attraversare l’emozione, ma a coprirla subito con un nuovo stimolo.
In questa area si collocano fenomeni come la FoMO, la paura di essere tagliati fuori, e la nomofobia, cioè l’ansia di restare senza telefono o senza connessione. Non sono semplici mode linguistiche: descrivono una condizione nella quale la connessione non è più una possibilità, ma una necessità psicologica. Il ragazzo non controlla più il telefono perché gli serve davvero qualcosa; lo controlla perché non tollera di non esserci, di non sapere, di non essere raggiungibile, di non ricevere conferme.
La soglia forse più delicata è quella relazionale. Ho spesso detto che la connessione rischia di sostituire la relazione. La connessione è più facile, più rapida, più controllabile; la relazione autentica, invece, implica corpo, volto, attesa, conflitto, limite, frustrazione. Quando un ragazzo preferisce stabilmente la relazione mediata a quella faccia a faccia, quando si sente più sicuro online che nella vita reale, quando evita lo sguardo, il corpo, la scuola, la piazza, allora il digitale può diventare rifugio e prigione insieme.
Questo non significa demonizzare Internet. La rete può sostenere legami, appartenenze, espressione di sé, perfino processi identitari. In alcuni casi, soprattutto nei ragazzi più ritirati, può mantenere un filo minimo con l’altro. Ma quando quel filo diventa l’unico legame, quando la stanza digitale sostituisce la vita incarnata, allora il rischio clinico è evidente.
Il punto decisivo è che l’adolescenza è il tempo dei compiti di sviluppo: costruire identità, accettare il corpo, imparare la relazione, sviluppare competenza emotiva, acquisire autonomia, dare forma a un progetto di vita. Se il digitale diventa il luogo prevalente in cui questi compiti vengono affrontati, esibiti o evitati, allora può incidere sulla crescita. Le ricerche sull’uso di Internet in adolescenza mostrano infatti che l’uso problematico si collega soprattutto a fragilità nella conoscenza e coerenza del sé, nella competenza emotiva e nella qualità delle relazioni familiari.
La soglia psicopatologica viene superata quando l’uso digitale sottrae libertà. Quando il ragazzo continua a usare il dispositivo pur sapendo che gli fa male. Quando non riesce a interrompersi. Quando l’online diventa dominante sul pensiero, sull’umore e sulle relazioni. Quando compaiono insonnia, ansia, irritabilità, isolamento, calo scolastico, perdita di interessi, conflitti familiari, ritiro, alterazioni dell’immagine corporea, dipendenza dall’approvazione sociale.
La domanda clinica decisiva, allora, non è soltanto: quanto tempo passa online? È: che cosa sta perdendo mentre è online? Sta perdendo sonno, attenzione, corpo, scuola, amicizie reali, capacità di attendere, libertà interiore, desiderio di futuro? Quando il digitale sottrae più vita di quanta ne abiliti, siamo oltre la semplice educazione digitale: siamo nel campo della prevenzione clinica e, talvolta, della cura.
L’enciclica denuncia l’economia dell’attenzione: piattaforme progettate per catturare tempo, sguardo e fragilità degli utenti. Possiamo parlare di una vera responsabilità clinica, sociale e persino politica delle piattaforme nella crescita delle dipendenze digitali?
Sì, possiamo e dobbiamo parlarne, purché lo facciamo con rigore. Le piattaforme non sono piazze neutrali. Sono ambienti progettati, e ogni ambiente progettato orienta comportamenti, abitudini, desideri e forme di apprendimento. Se una piattaforma massimizza il tempo di permanenza, trasforma ogni gesto in dato, usa notifiche intermittenti, scorrimento infinito, raccomandazioni personalizzate e contenuti emotivamente ad alta intensità, allora non sta semplicemente offrendo un servizio: sta costruendo un’architettura dell’attenzione.
L’enciclica lo dice in modo molto netto: «Non possiamo considerare l’IA moralmente neutra». E aggiunge che «ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza». Questo vale anche per le piattaforme social. Non sono contenitori vuoti: incorporano una visione dell’utente, del tempo, della relazione, del profitto, dell’attenzione.
Mi sono occupato direttamente di questo tema anche nel parere scientifico pro veritate redatto con la professoressa Marta Cacciotti, in occasione della causa promossa dal Moige contro Meta e TikTok. Quel documento nasceva proprio dall’esigenza di valutare, con un impianto scientifico e neuropsicologico, i possibili effetti dell’uso problematico dei social media sullo sviluppo cerebrale, emotivo e relazionale di bambini e adolescenti.
Il punto centrale del parere è che piattaforme come TikTok, Instagram e Facebook non sono soltanto ambienti digitali di comunicazione e intrattenimento. Sono ecosistemi costruiti per massimizzare il coinvolgimento dell’utente. Lo fanno attraverso meccanismi di rinforzo variabile, notifiche intermittenti, like, messaggi, visualizzazioni, algoritmi di raccomandazione personalizzati. Il feedback non arriva sempre, arriva in modo imprevedibile: proprio per questo l’utente torna a controllare. È una logica nota alla psicologia comportamentale e all’apprendimento per rinforzo, simile, per struttura, a quella che rende potenti i meccanismi del gioco d’azzardo.
Questo diventa particolarmente delicato nell’età evolutiva. Il cervello di un bambino o di un adolescente è ancora in fase di maturazione. I circuiti della ricompensa, del controllo degli impulsi, della salienza emotiva e dell’autoregolazione sono più vulnerabili alle sollecitazioni ambientali. Le ricompense sociali — like, commenti, visualizzazioni, notifiche — attivano il sistema dopaminergico, cioè quel sistema che ha a che fare con gratificazione, motivazione, attesa della ricompensa. Se tale stimolazione è continua, personalizzata e intermittente, può favorire controllo ripetuto, craving, perdita di controllo, difficoltà a interrompere l’uso.
Qui nasce una responsabilità clinica delle piattaforme, perché questi meccanismi possono incidere su sonno, attenzione, autostima, immagine corporea, regolazione emotiva, confronto sociale e relazioni tra pari. Non parliamo solo di contenuti apertamente dannosi. Possono essere problematici anche contenuti non espliciti, presentati come intrattenimento, ma capaci di orientare sensibilità, giudizio, confronto corporeo, stereotipi e condotte rischiose. Nelle piattaforme visive, filtri, editing, corpi idealizzati e approvazione pubblica possono alimentare sentimenti di inadeguatezza e disagio, soprattutto nella prima adolescenza, quando lo sguardo dei pari ha un peso enorme nella costruzione di sé.
C’è poi una responsabilità sociale. Se una generazione impara a misurare il proprio valore attraverso visibilità, approvazione numerica, risposta immediata e presenza continua, cambia il modo in cui si costruiscono identità, appartenenza, reputazione e desiderio. L’adolescente rischia di vivere in una tensione permanente tra esposizione e confronto: devo mostrarmi, devo piacere, devo rispondere, devo esserci, altrimenti scompaio.
Infine, c’è una responsabilità politica, perché quando un modello economico prospera sulla cattura dell’attenzione e sulla fragilità emotiva dei minori, non siamo più davanti a una questione privata tra utente e dispositivo. Siamo davanti a un tema di bene comune: salute mentale, tutela dell’infanzia, trasparenza algoritmica, responsabilità delle imprese, protezione della libertà.
Il controllo genitoriale è importante, ma non basta. Può limitare tempi e accessi, può filtrare alcuni contenuti evidenti, ma non può governare fino in fondo i meccanismi profondi di raccomandazione, rinforzo intermittente e personalizzazione del flusso. Un genitore può vedere quanto tempo il figlio resta connesso; molto più difficilmente può sapere perché l’algoritmo continua a proporgli certi contenuti, con quale frequenza, con quale intensità e con quale effetto cumulativo.
Dire a un adolescente “devi controllarti” è giusto, ma insufficiente. Sarebbe come chiedere a una persona fragile di resistere da sola dentro un ambiente costruito per aggirare la sua capacità di resistenza. L’educazione individuale è fondamentale, ma senza responsabilità progettuale, normativa e sociale rischia di diventare moralismo impotente.
Servono verifiche indipendenti, protezioni reali per i minori, limiti al design manipolativo, trasparenza sui sistemi di raccomandazione, possibilità di ricorso, metriche di benessere e non soltanto di engagement. La domanda etica è molto semplice: questa tecnologia aumenta la libertà della persona o la rende più dipendente?
Il tema non è demonizzare il digitale. Il tema è riconoscere che l’età evolutiva ha bisogno di protezione, mediazione e responsabilità adulta. La libertà non si difende solo predicandola agli utenti; si difende anche progettando ambienti che non sfruttino sistematicamente le fragilità umane.
Il Papa insiste su trasparenza, responsabilità, verifiche indipendenti, accesso equo ai dati e possibilità di ricorso contro decisioni algoritmiche. In ambito sanitario e psicologico, quali paletti servono già da oggi giacché l’IA aiuti diagnosi e cura senza ridurre la persona a profilo, punteggio o previsione?
In ambito sanitario e psicologico l’intelligenza artificiale può essere un aiuto prezioso, ma solo a una condizione: deve restare dentro la relazione di cura, non prenderne il posto. Nel Parere del Comitato Nazionale per la Bioetica Relazione di cura, consenso informato e responsabilità nell’era dell’intelligenza artificiale, che ho coordinato e redatto con Alberto Gambino, Giovanni Maga e Carlo Maria Petrini, abbiamo sottolineato proprio questo: l’ingresso dell’IA in medicina non è una semplice innovazione tecnica, ma una trasformazione che modifica il modo di decidere, il ruolo del medico e le aspettative del paziente.
Per questo l’IA deve essere trasparente nel suo utilizzo: il paziente deve sapere se viene impiegata, quale funzione svolge nel percorso diagnostico o terapeutico e che i suoi risultati sono sempre probabilistici, mai infallibili. Il consenso informato, in questo scenario, non può ridursi a un modulo ancora più complesso e incomprensibile; deve rimanere un processo dialogico, proporzionato alla persona, alla sua storia, alla sua fragilità e alla sua capacità di comprendere.
Il punto decisivo, però, è che l’algoritmo può offrire dati, correlazioni, previsioni, suggerimenti, ma non può assumere la responsabilità della cura. La decisione clinica resta un atto umano, fondato su discernimento, competenza, prudenza, ascolto ed empatia. Questo vale sempre, ma vale ancora di più in salute mentale, dove la relazione personale non è un accessorio del trattamento: è parte stessa della cura.
Dunque, servono sistemi verificabili, dati protetti, attenzione ai bias, supervisione istituzionale, responsabilità distribuita tra medici, strutture, produttori e organismi di controllo. Ma soprattutto serve un principio antropologico chiaro: la persona non coincide mai con il suo profilo, con un punteggio di rischio o con una previsione algoritmica. L’IA può aiutarci a vedere meglio alcuni aspetti della realtà clinica, ma non deve mai farci guardare meno la persona nella sua unicità.
L’enciclica invita ad “educare a decidere quando e per cosa non usare” l’IA. Da psichiatra e pioniere della cyberpsicologia, come immaginerebbe un’educazione digitale realistica per famiglie, scuole e comunità: più divieti, più alfabetizzazione emotiva, o una nuova “igiene dell’attenzione”?
Io credo che servano tutte queste cose insieme, ma dentro una cornice più ampia: dobbiamo tornare a educare. Non basta introdurre qualche divieto, né è sufficiente insegnare ai ragazzi a usare meglio gli strumenti digitali. La questione decisiva è formare persone libere, capaci di scegliere, di pensare, di attendere, di dire sì e di dire no. L’educazione digitale, se è autentica, non insegna soltanto come usare una tecnologia, ma anche quando non usarla, perché non usarla e che cosa custodire dell’umano mentre la usiamo.
La prima responsabilità è degli adulti. Per troppo tempo abbiamo chiesto ai ragazzi di autoregolarsi da soli dentro ambienti progettati per catturare attenzione, desiderio ed emozioni. Ma un adolescente non può essere lasciato solo davanti a dispositivi così potenti. Qui torna un tema che considero decisivo: abbiamo bisogno di genitori adulti, non di genitori “adultescenti”. Genitori affettuosi, certo, ma anche capaci di contenimento, direzione, autorevolezza. Dire di no non è un atto repressivo; è un atto d’amore, quando quel no apre uno spazio di crescita, protegge il sonno, il corpo, la scuola, la relazione, la libertà interiore.
Il problema non è tornare al padre-padrone o a un’autorità rigida. Il problema è superare l’idea del genitore-amico, del genitore che teme il conflitto, che non vuole deludere il figlio, che cerca consenso invece di assumersi la fatica educativa. La genitorialità richiede un passaggio dall’egocentrismo all’oblatività: esserci, esserci-con, esserci-per. Un adulto che non sa tollerare la frustrazione del figlio difficilmente potrà aiutarlo a tollerare la propria. E senza frustrazione non c’è crescita, non c’è autonomia, non c’è libertà.
Per questo immagino una educazione digitale molto concreta nelle famiglie: dispositivi fuori dalla camera durante la notte, niente smartphone come calmante emotivo, tempi senza schermo a tavola, nello studio, nella conversazione, nel gioco. Ma queste regole devono essere accompagnate da presenza, dialogo, testimonianza. Un figlio accetta più facilmente un limite se sente che dietro quel limite c’è un adulto credibile, non un controllore distratto.
La scuola, poi, deve fare la sua parte. Io penso che l’educazione digitale debba diventare una vera materia scolastica, non un progetto occasionale. Ma non dovrebbe essere soltanto informatica. Dovrebbe unire cyberpsicologia, educazione emotiva, pensiero critico, etica dell’IA, gestione dell’attenzione, riconoscimento dei meccanismi persuasivi delle piattaforme, uso consapevole dei dati, responsabilità online, cyberbullismo, identità digitale, rapporto tra corpo e immagine. I ragazzi devono imparare che ogni tecnologia educa chi la usa: educa lo sguardo, il desiderio, la memoria, la relazione, il modo di percepire sé stessi e gli altri.
In questo senso parlerei davvero di una nuova igiene dell’attenzione. L’attenzione oggi è uno dei luoghi fondamentali della libertà. Se non sono più io a orientare la mia attenzione, ma sono notifiche, algoritmi, piattaforme e sistemi di raccomandazione a decidere che cosa guardo, quanto resto, che cosa desidero, allora la mia libertà si indebolisce senza che me ne accorga. Educare l’attenzione significa insegnare ai ragazzi a riconoscere ciò che li cattura, ciò che li frammenta, ciò che li agita, ciò che li rende dipendenti dal consenso.
Anche l’intelligenza artificiale va inserita in questo percorso. Non possiamo limitarci a dire: usatela o non usatela. Dobbiamo insegnare a usarla senza delegare il pensiero. L’IA può aiutare a studiare, ordinare informazioni, riformulare, approfondire; ma se viene usata per evitare la fatica della comprensione, della scrittura, della memoria, del giudizio, allora produce debito cognitivo. Il ragazzo ottiene un risultato, ma perde un passaggio formativo. E in educazione il passaggio conta quanto il risultato.
Infine servono comunità. Famiglia e scuola non bastano se intorno tutto spinge nella direzione opposta. Le comunità educative, sportive, ecclesiali, associative devono tornare a offrire esperienze incarnate: amicizie reali, servizio, gioco, silenzio, lettura, natura, responsabilità, incontro con la fragilità. La risposta alla solitudine digitale non è una app migliore, ma una relazione più vera. Non possiamo combattere l’isolamento dei ragazzi solo parlando di tecnologia; dobbiamo offrire luoghi in cui valga ancora la pena esserci con il corpo, con la voce, con il volto.
Dunque sì, servono limiti, alfabetizzazione emotiva e igiene dell’attenzione. Ma soprattutto servono adulti che non abbiano paura di essere adulti. L’educazione digitale non è un capitolo tecnico: è una questione antropologica. Si tratta di aiutare i ragazzi a non diventare utenti perfettamente adattati, ma persone capaci di libertà, responsabilità, relazione e futuro. La domanda educativa fondamentale non è: quale tecnologia sapranno usare? È: quale umanità sapranno custodire mentre la useranno?



