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Le case del Giappone

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Quando l’architettura diventa una filosofia di vita

Se si guarda l’interno di una casa giapponese, ancora oggi, ci si può trovare davanti a dei repentini cambi di prospettiva e di gestione degli spazi, grazie a soluzioni architettoniche che in Occidente abbiamo imparato a governare solo negli ultimi decenni.

Le pareti scorrono silenziose, una stanza scompare, un salone si divide in tre ambienti diversi, la luce cambia, il giardino entra dentro l’abitazione. Non è un gioco d’illusionismo e nemmeno un’invenzione dell’architettura contemporanea. È il modo in cui, da oltre mille anni, il Giappone ha concepito il significato stesso dell’abitare.

Un interno tradizionale giapponese si apre sul giardino attraverso pannelli scorrevoli, trasformando luce, tatami e paesaggio in un unico spazio abitato.
Un interno tradizionale giapponese si apre sul giardino attraverso pannelli scorrevoli, trasformando luce, tatami e paesaggio in un unico spazio abitato.

Per un occidentale una casa è soprattutto un rifugio: un insieme di stanze, ciascuna con una funzione precisa, delimitata da muri solidi e destinata a rimanere immutabile nel tempo.

Per un giapponese, almeno fino all’età moderna, una casa è qualcosa di vivo. Non è un contenitore, ma un organismo. Cambia con le stagioni, con le ore del giorno, con le necessità della famiglia. Respira insieme alla natura. Per comprenderla bisogna dimenticare, almeno per qualche minuto, il nostro modo di pensare. Bisogna togliersi le scarpe, chinare leggermente il capo e attraversare quella soglia che separa due mondi.

Una civiltà costruita contro i terremoti, non contro il tempo

La prima domanda che un europeo dovrebbe porsi è semplice: perché le antiche case giapponesi sono quasi tutte di legno? La risposta non riguarda soltanto l’abbondanza di foreste. Il Giappone è una delle regioni più sismiche del pianeta. Ogni anno migliaia di scosse, spesso impercettibili, ricordano agli abitanti che la terra è viva. Costruire enormi edifici di pietra, come quelli dell’Europa medievale, sarebbe stato poco pratico e spesso pericoloso. Il legno, invece, possiede una straordinaria elasticità. Oscilla senza spezzarsi, assorbe le vibrazioni e, soprattutto, può essere facilmente sostituito. Esiste perfino un antico proverbio giapponese che afferma che una casa non deve combattere il terremoto: deve accompagnarlo.

Un padiglione tradizionale in legno, rialzato e aperto sul giardino: una struttura leggera pensata per adattarsi all’ambiente, non per contrastarlo.
Un padiglione tradizionale in legno, rialzato e aperto sul giardino: una struttura leggera pensata per adattarsi all’ambiente, non per contrastarlo.

Anche gli incendi rappresentavano un nemico costante. Le città dell’epoca Edo erano così densamente costruite che un singolo fuoco poteva distruggere migliaia di edifici in poche ore. Per questo motivo le abitazioni erano pensate anche per essere ricostruite rapidamente.

In Occidente ammiriamo edifici che sfidano i secoli. In Giappone si è preferito creare edifici capaci di rinascere. È una differenza sottile, ma racconta due visioni del mondo completamente diverse.

L’epoca Heian, la nascita dello shinden-zukuri e dello shoin-zukuri

Quando, nell’VIII secolo, la corte imperiale trasferì la capitale a Heian-kyō, l’attuale Kyoto, nacque uno degli stili architettonici più eleganti della storia giapponese. Lo chiamarono shinden-zukuri.

Le grandi famiglie aristocratiche costruivano residenze che sembravano piccoli universi. Al centro si trovava il grande edificio principale, lo shinden, mentre ai lati sorgevano padiglioni collegati da corridoi coperti. Non esistevano quasi muri permanenti. Al loro posto comparivano pannelli mobili, tende di bambù, paraventi, porte scorrevoli e grandi aperture verso l’esterno.

Modello di una residenza aristocratica in stile shinden-zukuri: padiglioni, corridoi coperti e giardini formano un unico paesaggio abitato.
Modello di una residenza aristocratica in stile shinden-zukuri: padiglioni, corridoi coperti e giardini formano un unico paesaggio abitato.

L’intera abitazione poteva spalancarsi completamente sul giardino. E il giardino non era una semplice decorazione, era una prosecuzione della casa. Laghetti, ponticelli, piccoli corsi d’acqua, ciliegi, aceri, pini e rocce erano disposti secondo criteri estetici che cercavano di riprodurre la natura nella sua forma più armoniosa. Le stagioni diventavano protagoniste della vita quotidiana. In primavera si osservavano i ciliegi in fiore, in estate si ascoltava il canto delle cicale, in autunno si contemplava la luna, in inverno si apprezzava il silenzio della neve.

Le dame di corte, come racconta il celebre Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, trascorrevano il tempo scrivendo poesie, componendo calligrafie e osservando il mutare del paesaggio.

La casa non serviva a proteggersi dalla natura…serviva ad abitarla.

Con l’ascesa della classe militare dei Samurai, tra il XIV e il XVI secolo, il Giappone cambiò profondamente. Anche le abitazioni cambiarono. Lo stile shoin-zukuri sostituì progressivamente quello aristocratico.

Il tokonoma, fulcro simbolico della stanza, accoglie dipinti e composizioni floreali scelti secondo la stagione e offerti alla contemplazione.
Il tokonoma, fulcro simbolico della stanza, accoglie dipinti e composizioni floreali scelti secondo la stagione e offerti alla contemplazione.

Le case diventarono più raccolte, più ordinate e più sobrie. Fu allora che comparvero molti elementi ancora oggi simbolo dell’abitazione giapponese. Il più celebre è il tokonoma, una nicchia rialzata dove esporre un rotolo dipinto, una calligrafia, una composizione floreale o un semplice ramo. Non era una mensola ornamentale, ma il cuore spirituale della stanza. L’ospite più importante sedeva sempre rivolto verso il tokonoma, quasi a riconoscere che la bellezza meritasse rispetto quanto le persone. Accanto comparvero le librerie incassate (chigaidana), gli scrittoi e una distribuzione degli ambienti molto più razionale.

Tatami, Fusuma e shōji: tre piccole rivoluzioni

Anche i pavimenti subirono una piccola trasformazione, venendo quasi completamente ricoperti di tatami, dei pannelli rettangolari modulari, costruiti con un telaio di legno o altri materiali rivestito da paglia intrecciata e pressata.

Un occidentale vede nel tatami un semplice “tappeto”. In realtà rappresenta una vera e propria unità di misura. Per secoli le dimensioni delle stanze vennero indicate non in metri quadrati, ma in numero di tatami. Una stanza da quattro tatami e mezzo, una da sei, una da otto. Persino oggi gli appartamenti giapponesi vengono spesso descritti in questo modo.

Ricostruzione di un interno tradizionale: tatami modulari e shōji scorrevoli definiscono spazi flessibili, aperti alla luce e al giardino.
Ricostruzione di un interno tradizionale: tatami modulari e shōji scorrevoli definiscono spazi flessibili, aperti alla luce e al giardino.

Il tatami regola anche il comportamento. Ci si cammina scalzi, ci si dorme, ci si mangia, ci si inginocchia, ci si siede. Perfino il modo corretto di camminarvi sopra è stato codificato dall’etichetta tradizionale.

Uno degli aspetti più sorprendenti delle abitazioni giapponesi è l’assenza del concetto occidentale di stanza fissa. I fusuma sono pannelli opachi rivestiti di carta. Gli shōji, invece, sono intelaiature lignee ricoperte di carta washi traslucida. Basta farli scorrere per trasformare completamente gli ambienti. Una sala per ricevere ospiti diventa una camera da letto. Tre piccole stanze diventano un unico salone.

La luce non entra mai con violenza, viene filtrata, addolcita, quasi meditata. L’architetto Bruno Taut, rifugiatosi in Giappone negli anni Trenta, scrisse che nessun altro popolo aveva saputo “costruire con la luce” quanto i giapponesi…ed aveva ragione.

Il sukiya-zukuri e la rivoluzione della semplicità

Se lo shoin-zukuri rappresentava l’eleganza disciplinata dei samurai, il sukiya-zukuri raccontava qualcosa di ancora più profondo. Nacque attorno alle case del tè. Il grande maestro Sen no Rikyū trasformò la cerimonia del tè in una filosofia dell’esistenza.

Le sue sale erano minuscole, talvolta appena quattro tatami e mezzo. I materiali erano volutamente semplici: Legno non perfettamente levigato, bambù, argilla, carta. Le travi apparivano leggermente irregolari e nulla sembrava ricco, eppure ogni elemento era scelto con estrema cura.

Qui prende forma il concetto di wabi-sabi: mentre l’Occidente ricerca spesso la perfezione, il Giappone impara ad amare l’imperfezione.

Una crepa può rendere un oggetto più bello, un nodo nel legno racconta una storia, una superficie consumata testimonia il passaggio della vita.

La bellezza non consiste nell’immutabilità ma nel cambiamento.

Le case della gente comune: Minka e Machiya

Finora abbiamo parlato delle dimore dei nobili, ma oltre il novanta per cento della popolazione viveva in abitazioni molto diverse.

Le minka erano le case dei contadini, degli artigiani e dei pescatori. Ogni regione sviluppò caratteristiche proprie. Nel nord, dove gli inverni sono rigidissimi, nacquero le celebri abitazioni di

Il villaggio di Shirakawa-go, dove le minka dai tetti in paglia gasshō-zukuri si inseriscono nel paesaggio montano e agricolo.
Il villaggio di Shirakawa-go, dove le minka dai tetti in paglia gasshō-zukuri si inseriscono nel paesaggio montano e agricolo.

Shirakawa-go e Gokayama. I loro tetti altissimi, chiamati gasshō-zukuri, ricordano due mani giunte in preghiera. L’inclinazione supera spesso i sessanta gradi e non è un vezzo estetico: Serve a impedire che enormi masse di neve si accumulino durante l’inverno. All’interno il sottotetto veniva utilizzato per allevare i bachi da seta. Il calore prodotto dagli animali riscaldava naturalmente l’intera abitazione. Un esempio perfetto di architettura sostenibile quando questa parola ancora non esisteva.

Una minka in stile gasshō-zukuri: il ripido tetto di paglia impedisce l’accumulo della neve e ricava spazio per l’allevamento dei bachi da seta.
Una minka in stile gasshō-zukuri: il ripido tetto di paglia impedisce l’accumulo della neve e ricava spazio per l’allevamento dei bachi da seta.

Nelle città, invece, comparvero le machiya. Erano lunghe, strette e profonde e la ragione era sorprendentemente pratica: Le imposte venivano calcolate sulla larghezza della facciata. I mercanti quindi riducevano il fronte strada, sviluppando la casa in profondità. Davanti il negozio, dietro il laboratorio, poi la cucina e infine il giardino interno.

Una machiya urbana: la facciata stretta sulla strada e lo sviluppo in profondità rispondevano anche al sistema fiscale delle città giapponesi.
Una machiya urbana: la facciata stretta sulla strada e lo sviluppo in profondità rispondevano anche al sistema fiscale delle città giapponesi.

Molte machiya possedevano piccoli cortili chiamati tsuboniwa. Pur occupando pochissimo spazio, permettevano alla luce e all’aria di raggiungere gli ambienti interni. Ancora una volta la natura trovava sempre il modo di entrare nella casa.

L’engawa: il luogo dove finisce la casa e comincia il giardino

Esiste uno spazio tipicamente giapponese che non ha un vero equivalente occidentale: l’engawa.

Non è una veranda, nè un portico e nemmeno un balcone. È una fascia di legno che corre lungo il perimetro della casa, coperta dal tetto ma aperta verso il giardino. Qui si beve il tè, si osserva la pioggia, si ascolta il vento, si leggono libri. Si resta semplicemente in silenzio. L’engawa rappresenta il confine tra il costruito e il naturale. Ma è un confine che unisce, non che divide.

Fotografia storica che mostra alcune donne in kimono sull’engawa, la soglia aperta che unisce gli ambienti domestici al giardino.
Fotografia storica che mostra alcune donne in kimono sull’engawa, la soglia aperta che unisce gli ambienti domestici al giardino.

Il genkan: dove si lascia il mondo esterno

Ogni casa tradizionale possiede un ingresso ribassato chiamato genkan. È qui che ci si toglie le scarpe e non è soltanto una questione igienica. È un gesto simbolico: Significa lasciare fuori la polvere del mondo ed entrare in uno spazio diverso, più raccolto, più intimo, più rispettoso.

Ancora oggi milioni di giapponesi ripetono questo gesto ogni sera senza quasi pensarci. Ma dietro quella semplice abitudine sopravvive un’antichissima concezione dello spazio domestico.

Il focolare che riuniva la famiglia

Molte abitazioni tradizionali possedevano un irori, un focolare quadrato incassato nel pavimento. Serviva per cucinare, riscaldarsi e illuminare. Sopra il fuoco pendeva un gancio regolabile che sosteneva il bollitore. Il fumo saliva lentamente fino al tetto, impregnando il legno e contribuendo a conservarlo dagli insetti. Anche questo dettaglio rivela l’intelligenza pratica dell’architettura giapponese: perfino il fumo diventava un alleato.

L’irori, focolare quadrato incassato nel pavimento, riuniva cucina, riscaldamento e illuminazione al centro della vita domestica.
L’irori, focolare quadrato incassato nel pavimento, riuniva cucina, riscaldamento e illuminazione al centro della vita domestica.

Il vuoto, il tempo e il Ka-so come elementi architettonici

Uno degli aspetti più difficili da comprendere per un occidentale è il valore attribuito al vuoto.

Noi tendiamo a riempire: Quadri, mobili, scaffali, decorazioni.

I giapponesi hanno sviluppato invece il concetto di ma. Il “ma” non è semplicemente uno spazio vuoto. È uno spazio carico di possibilità. È il silenzio tra due note musicali. La pausa tra due parole. L’intervallo che permette alla mente di respirare. Per questo le case tradizionali sono spesso spoglie. Non per povertà, ma per scelta.

Un altro concetto fondamentale è il mujō, l’impermanenza. Nulla dura per sempre. Il legno cambia colore, la carta si ingiallisce, il bambù si consuma, il tetto di paglia deve essere rifatto.

In Occidente cerchiamo materiali eterni, il Giappone ha imparato invece ad accettare ciò che invecchia. Persino il santuario di Ise, uno dei luoghi più sacri dello shintoismo, viene completamente ricostruito ogni vent’anni da oltre tredici secoli. Non perché sia fragile, ma perché la continuità risiede nel gesto, non nella materia.

È una lezione straordinaria: L’identità non dipende dagli oggetti…dipende dalla memoria.

Così come in Cina esiste il feng shui, anche il Giappone sviluppò una propria disciplina chiamata Ka-so.

1. Casa e giardino compongono un unico equilibrio: percorsi, vegetazione, luce e orientamento traducono nello spazio i principi del ka-so.
Casa e giardino compongono un unico equilibrio: percorsi, vegetazione, luce e orientamento traducono nello spazio i principi del ka-so.

L’orientamento della casa, la posizione dell’ingresso, la direzione dei venti, la luce del sole e perfino la disposizione delle stanze erano studiati per favorire un equilibrio armonico tra uomo e natura.

Non si trattava semplicemente di superstizione. Era il tentativo di comprendere come il paesaggio influenzasse la vita quotidiana. Molte di queste intuizioni trovano oggi conferma nelle moderne discipline della bioarchitettura.

Una lezione ancora attuale

Oggi il Giappone è uno dei paesi più tecnologici del mondo. Grattacieli, metropolitane, robot e intelligenza artificiale convivono con tradizioni millenarie. Eppure molte idee nate oltre mille anni fa continuano a influenzare gli architetti contemporanei.

Il minimalismo, la modularità degli spazi, l’uso della luce naturale, il rapporto con il paesaggio, l’impiego di materiali sostenibili. Sono tutti principi che oggi l’Occidente considera innovativi, ma che il Giappone sperimentava quando in Europa si costruivano ancora castelli fortificati.

Forse è proprio questa la lezione più preziosa: Noi abbiamo spesso immaginato la casa come una fortezza. I giapponesi l’hanno pensata come una conversazione. Una conversazione continua con il vento, con la pioggia, con il sole, con il passare del tempo.

Per questo, entrando in un’antica abitazione giapponese, si prova una sensazione difficile da descrivere. Non c’è ostentazione, non c’è ricchezza esibita. C’è equilibrio ed ogni elemento sembra trovarsi esattamente dove dovrebbe essere. Ogni vuoto ha un significato. Ogni silenzio possiede una voce.

Se c’è qualcosa che il Giappone e la sua architettura hanno tenuto segreto per tanti secoli e che oggi stanno insegnando al mondo, non è come costruire una casa, ma come imparare ad abitarla.

  • (Napoli, 1970), è un antiquario specializzato in Tappeti ed arte Orientale.
    Appassionato di musica e storia, già durante gli studi universitari di Ingegneria Elettronica, si interessa al lavoro della madre, fondatrice della Persepolis, una importante galleria di tappeti.
    Nel 1996 realizza uno dei primi siti web del settore, www.persepolis.it e diventa poi, nel 2001, il più giovane Presidente dell'Associazione Napoletana Antiquari, nonchè consigliere FIMA (Federazione Italiana Mercanti d'Arte) organizzando due edizioni della Mostra Antiquaria Internazionale "Reggia di Portici".
    Dopo l'esperienza associativa, espande l'attività della sua azienda interessandosi, oltre all'Arte Orientale, anche all'Antiquariato Europeo, confermandosi come punto di riferimento nel settore.
    A Giugno 2025 inizia la sua avventura social, che in pochi mesi, grazie a video che parlano di storia dell'arte, lo porta ad una discreta notorietà.

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