Nato islamica: Israele ed i rapporti tra Turchia ed Egitto
Arianne Ghersi intervista Marco Ansaldo
Negli ultimi mesi si è fatta largo la notizia di una “NATO islamica”, ribattezzata così giornalisticamente. Inizialmente i paesi coinvolti erano unicamente Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Il progetto, al di là dell’aspetto strettamente militare, quali vantaggi porta alla Turchia?
Porta alla Turchia quella dimensione sovranazionale che Ankara attendeva per riuscire a svincolarsi da alleanze militari che giudica vecchie, e per certi aspetti superate – la NATO – e iniziare a costruire un sistema più aderente alle sfide che si preparano non solo nel futuro, ma nell’immediato, vedi Israele.
La Turchia, lo sappiamo, è un colosso militare. Di più, è un Paese militare. Dove c’è un’educazione militare e dove i bambini, fin da piccoli, assistono il lunedì mattina nelle scuole e al venerdì prima del fine settimana all’alzabandiera davanti alla statua di Mustafa Kemal, il generale fondatore della Turchia moderna che divenne Ataturk, il Padre dei turchi.
Assieme all’esperienza di un altro importante Paese dalla forte impronta militare come il Pakistan, che da sempre ammira la Turchia, e ai dissapori ormai superati sul caso Khashoggi con l’Arabia Saudita che porta truppe e fondi, la nuova “Nato islamica” si prepara ad allargare ulteriormente l’iniziale triplice alleanza.
Al di là dell’effettiva stipula di un accordo, non valutabile in un breve lasso temporale, si connota infatti di un nuovo tassello: il coinvolgimento dell’Egitto. Non è certo un mistero che i rapporti diplomatici tra Turchia ed Egitto fossero tesi da anni. Siamo davanti ad un cambio di paradigma?
Nel 2026 il riavvicinamento tra Turchia ed Egitto è diventato ormai una vera cooperazione strategica, pur senza significare che i due Paesi siano diventati alleati in tutto. Due le cause del nuovo assetto: l’economia e il quadro geopolitico regionale mutato. In economia gli interessi sono molto concreti. Il commercio bilaterale ha raggiunto quasi i 9 miliardi di dollari, e i due governi puntano a 15 miliardi entro il 2028.
Sul fronte strettamente internazionale le situazioni di Gaza e Libia li hanno portati a convergere. Per la Striscia sia il Cairo che Ankara sostengono il cessate il fuoco, gli aiuti umanitari e il mantenimento dei palestinesi a Gaza. Erdogan e al Sisi ne hanno discusso insieme al Cairo lo scorso febbraio e stanno coordinando le iniziative diplomatiche.
Ma la Libia è forse il cambiamento più interessante. Come sappiamo, la Tripolitania è ormai un protettorato turco, e i nostri servizi segreti italiani hanno avvertito che l’influenza turca si sta estendendo pure alla Cirenaica. In passato Turchia ed Egitto erano schierati su fronti opposti nella guerra civile libica: adesso dichiarano di voler collaborare per unità, sovranità e integrità territoriale dell’intero Paese.
Eppure l’Egitto ha “accusato” in passato il governo turco di sostenere i Fratelli Musulmani. La Turchia ha controvertito questa ipotesi o siamo davanti ad uno scenario tale da far emergere in maniera preponderante il pragmatismo diplomatico?
I rapporti erano precipitati dopo il golpe egiziano del 2013 contro Mohamed Morsi, sostenuto politicamente da Erdogan. Ankara considerava al Sisi un golpista, mentre il Cairo vedeva la Turchia come sostenitrice dei Fratelli Musulmani. Le relazioni diplomatiche rimasero fortemente degradate per anni.
Il disgelo cominciò dal 2020-21 con contatti discreti. La svolta arrivò nel 2024, con il ripristino del Consiglio di cooperazione strategica e le visite reciproche di Erdogan al Cairo e di al Sisi ad Ankara. Il riavvicinamento ora non è più soltanto diplomatico: ad agosto il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, ex capo dell’intelligence, ha definito i rapporti con l’Egitto giunti a un “a excellent level”, sottolineando la convergenza sulla Libia.
E pure su difesa e sicurezza il rapporto si è ulteriormente approfondito nel 2026, con accordi per investimenti e commercio. Ma la cosa interessante, secondo me, è proprio quanto sia cambiato il rapporto sulla Libia: è uno dei casi più evidenti in cui due Paesi che qualche anno fa sostenevano campi contrapposti stiano cercando oggi una posizione comune.
Da rivali regionali sono diventati partner pragmatici. Non hanno necessariamente eliminato tutte le differenze — soprattutto su alcune questioni ideologiche e regionali — ma hanno capito che gli interessi comuni (Mediterraneo orientale, Gaza, Libia, sicurezza regionale, commercio) rendono molto più conveniente cooperare che competere.
Libere considerazioni
L’aspetto più preoccupante per la regione, e per il mondo, è adesso l’evidente crescita di tensione fra Israele e Turchia. Nei giorni scorsi Benjamin Netanyahu ha usato nei confronti di Ankara un termine mai utilizzato prima: quello di “Paese nemico”.
Il premier israeliano non ha adoperato il termine “rivale” oppure “avversario”, ma si è espresso con una parola che Gerusalemme usa solitamente nella fase che precede un attacco, oppure una guerra. Del resto, è nei suoi sette conflitti diversi – al momento – che Netanyahu sta sopravvivendo politicamente.
Tuttavia, non sfiderei mai un Paese dotato del potenziale militare formidabile che ha la Turchia, oltre alla sua mentalità e forza. Che, intendiamoci, per molti aspetti vale quella israeliana. L’eventuale guerra fra Israele e Turchia è l’evento che nessuno si augura, né vorrebbe vedere.





