La musica ha un tempo
E non è soltanto quello indicato dal metronomo
Confesso che ogni tanto, sfogliando il programma di un concerto, resto interdetta. Non perché trovi opere di scarso valore – tutt’altro. Sempre più spesso leggo titoli straordinari: lo Stabat Mater di Pergolesi o di Rossini, il Messiah di Händel, una Passione di Bach, un oratorio sacro di grande fascino. Quello che mi sorprende è il periodo in cui vengono proposti.
Uno Stabat Mater nel cuore dell’estate. Il Messiah a giugno. Una musica profondamente legata alla Passione di Cristo eseguita mentre fuori ci sono quaranta gradi e la maggior parte delle persone pensa alle vacanze.
Naturalmente nessuno mette in discussione la bellezza di questi capolavori. Sarebbero meravigliosi anche se eseguiti sulla luna. La domanda è un’altra. Ha ancora senso ignorare completamente il tempo per cui queste opere sono nate?
Oggi siamo abituati a considerare il repertorio come un immenso catalogo dal quale scegliere liberamente qualsiasi brano in qualsiasi periodo dell’anno. Per secoli non è stato così. Il calendario non era un dettaglio organizzativo. Era parte integrante della vita musicale. Nelle grandi cattedrali, nelle collegiali, nei monasteri, negli ospedali veneziani e nelle cappelle di corte, il susseguirsi delle stagioni liturgiche determinava anche il repertorio.
L’Avvento aveva una propria atmosfera musicale. Il Natale la sua. La Quaresima richiedeva un linguaggio diverso. La Settimana Santa rappresentava il culmine della meditazione religiosa. La Pasqua esplodeva in una musica completamente differente. Ogni tempo possedeva un colore sonoro.
Forse l’esempio più straordinario è quello di Johann Sebastian Bach. Durante gli anni trascorsi a Lipsia, Bach compose cicli completi di cantate destinati alle diverse domeniche e festività dell’anno liturgico. Ogni domenica aveva letture bibliche proprie. Ogni domenica aveva una cantata diversa e questa non era una scelta casuale. La musica commentava il Vangelo del giorno e dialogava con la liturgia. Accompagnava il fedele lungo il cammino spirituale dell’anno. Ascoltare oggi una di quelle cantate significa entrare in quel mondo. È difficile immaginare quanto fosse stretto il rapporto tra musica e calendario.
Lo stesso vale per le Passioni. La Passione secondo Matteo e la Passione secondo Giovanni di Bach non nacquero come normali opere da concerto. Erano parte integrante delle celebrazioni del Venerdì Santo. Non erano pensate per intrattenere ma erano strumenti di meditazione. Il loro posto naturale era all’interno della Settimana Santa.
Naturalmente oggi vengono eseguite durante tutto l’anno e nessuno potrebbe pensare di limitarne l’ascolto. Ma è difficile negare che, quando risuonano nei giorni che precedono la Pasqua, assumano un’intensità particolare.
Anche Venezia offre un esempio affascinante. Gli Ospedali Grandi – la Pietà, i Mendicanti, gli Incurabili e l’Ospedaletto – erano celebri in tutta Europa per le loro esecuzioni musicali. Antonio Vivaldi lavorò a lungo presso l’Ospedale della Pietà. Le celebrazioni religiose seguivano un calendario rigoroso e la produzione musicale accompagnava le principali ricorrenze dell’anno.
Anche nelle grandi basiliche veneziane la scelta del repertorio era strettamente collegata alle festività. La musica non era semplicemente “bella”, era appropriata. Esisteva una parola latina che riassumeva tutto questo: decorum. Ogni cosa aveva il proprio luogo e il proprio tempo.
Tra le opere che più risentono del loro contesto vi è certamente lo Stabat Mater. Il testo descrive Maria ai piedi della Croce. È uno dei momenti più intensi della spiritualità cristiana. Per questo motivo, nei secoli, è stato abitualmente eseguito durante la Quaresima e soprattutto nella Settimana Santa.
Quando Pergolesi compose il suo celebre Stabat Mater nel 1736, nessuno avrebbe immaginato di ascoltarlo durante una festa estiva. Non perché fosse proibito. Semplicemente perché avrebbe perso gran parte della propria forza simbolica.
Il Messiah di Händel rappresenta un caso diverso e molto interessante. Molti lo identificano con il Natale. In realtà la sua prima esecuzione assoluta ebbe luogo a Dublino nell’aprile del 1742, in occasione di un concerto di beneficenza. Solo nel corso del tempo, soprattutto nel mondo anglosassone, l’opera è diventata uno dei simboli musicali del periodo natalizio. Questo dimostra che anche le tradizioni evolvono. Ma una volta consolidatesi, contribuiscono a creare una memoria collettiva che sarebbe un peccato ignorare.
Viviamo nell’epoca della filologia musicale. Ci preoccupiamo dell’accordatura a 415 Hertz. Utilizziamo archetti barocchi. Ricerchiamo corde di budello. Studiamo i trattati del Settecento. Cerchiamo di capire come respirava un cantante o come articolava una frase un violinista dell’epoca. Tutto questo è giustissimo. Ma allora mi chiedo: perché tanta attenzione si interrompe davanti al calendario?
Perché ricostruiamo con precisione uno strumento del 1720 e poi eseguiamo uno Stabat Mater nel Ferragosto? Anche il tempo è parte della filologia.
Naturalmente esistono mille ragioni che possono portare a una scelta diversa. Festival estivi, anniversari, disponibilità degli artisti, Esigenze economiche, Programmazioni già definite. Nessuno propone regole rigide, la musica deve vivere ma vivere non significa necessariamente dimenticare la propria storia.
Le Quattro Stagioni (che non ha scritto solo Vivaldi) rappresentano un caso diverso. Personalmente continuo a pensare che dovrebbero essere eseguite integralmente. Separarne i concerti significa privare il pubblico dell’idea complessiva del ciclo. Tuttavia, se vengono eseguite in novembre o in febbraio, il problema è relativo. L’opera racconta il ciclo della natura nella sua interezza.
Lo Stabat Mater, invece, racconta un momento preciso della storia della salvezza. La differenza è sostanziale. Per spiegare meglio il concetto basta uscire dalla musica classica. Immaginiamo di ascoltare in pieno gennaio “Un’estate al mare” di Giuni Russo. La canzone sarebbe splendida come sempre, la voce di Giuni continuerebbe a emozionarci. Ma tutti avvertiremmo una leggera sensazione di straniamento.
Allo stesso modo, “Il mare d’inverno”, scritta da Enrico Ruggeri e resa celebre da Loredana Bertè, sembra appartenere naturalmente a un’altra stagione, a un’altra luce, a un altro stato d’animo. Nessuno vieta di ascoltarla ad agosto. Ma è in inverno che quelle immagini acquistano un significato particolare.
La musica evoca ricordi e i ricordi hanno un calendario. Esiste una domanda che mi piace rivolgere agli amici musicisti. Perché il Concerto di Capodanno di Vienna continua a svolgersi il 1° gennaio? Perché non il 15 agosto? La risposta è semplice. Perché quel concerto è diventato un rito. Il suo valore non dipende soltanto dalle musiche degli Strauss, ma anche dal momento in cui il mondo intero le ascolta. Tempo e musica, in quel caso, sono inseparabili.
Con queste righe non intendo criticare direttori artistici, orchestre o organizzatori, il cui lavoro è spesso reso difficile da problemi economici, disponibilità degli interpreti e vincoli logistici. Vorrei semplicemente lanciare una riflessione. Forse, nella corsa a riempire le stagioni concertistiche, abbiamo finito per considerare le opere come tessere intercambiabili di un grande mosaico.
Eppure i compositori ci hanno lasciato qualcosa di più. Ci hanno lasciato una musica che dialoga con il tempo. Recuperare questo dialogo non significa essere conservatori, significa restituire alle opere una parte del loro significato originario. Perché la musica non è fatta soltanto di note. È fatta di storia, di memoria, di simboli e anche di stagioni. Forse non è necessario vietare uno Stabat Mater ad agosto.
Ma sarebbe bello che, almeno qualche volta, chi costruisce un cartellone si domandasse se quella musica non possa emozionare ancora di più quando torna a risuonare nel tempo per il quale è stata concepita. Perché, in fondo, anche il calendario fa parte della partitura.

