Capitolo III
Alle 13 finisco di lavorare e rientro a casa, in realtà non faccio molta strada, abitiamo praticamente attaccati al cimitero. Ci siamo trasferiti lì dopo la morte di mia madre, erano case popolari alle quali i dipendenti statali potevano accedere in modo privilegiato. Certo, belle non sono: i classici palazzoni grigi stipati all’inverosimile da postali, poliziotti e ferrovieri. Da queste case, in alto si vedono quelle di via Asiago, che lassù dominano la val Bisagno; certo in comune con quelle di piazza Manin hanno solo la vicinanza, lì abitano i ricchi, anche se più in basso però, agli operai sembra di essere in aereo.
Noi no, in fondo, in riva al fiume, all’umido.
Ad ogni pianerottolo hai l’impressione che qualcuno ti osservi dallo spioncino, non siamo molto popolari nel caseggiato, a volte ho anche la netta impressione che ci evitino, probabilmente per via della mia professione. Solo quando qualcuno ha bisogno – per via di un lutto – di informazioni oppure di una collocazione più comoda per un suo parente in un campo, allora ridiventiamo improvvisamente visibili.
Il nostro appartamento è uguale a quello degli altri, classici sessanta metri quadri, stesse suddivisioni, stessi mobili, cucine di formica, lampadari con le lampade al neon rotonde, lavatrice in bagno che scarica nella vasca da bagno corta.
Mio padre oramai in pensione trascorre le giornate alla televisione con mio fratello, in realtà si tengono compagnia e comunque per loro il tempo si fermato all’età dei dodici anni di mio fratello stesso, un susseguirsi di consuetudini che non cambiano mai: «Ciao come va? » «Bene» «Hai fame? È pronto in cucina» e mio fratello: «Pensavo di iscrivermi in palestra, cosa ne pensi? » «Bella idea». «No forse è meglio di no». E così tutti i giorni.
Per quel che mi riguarda pranzo e mi chiudo nella mia camera con i miei fumetti e sostanzialmente attendo il giorno dopo. Ho provato ad avere hobby o a praticare sport, mi ero iscritto in una palestra, ma mi prendeva l’ansia con tutta quella gente che mi osservava e, secondo me, giudicava per come facevo gli esercizi, per come ero vestito e perché ero grasso. Insomma non mi sentivo bene.
Mi piaceva la pallanuoto, anche perché a Genova o fai calcio o fai pallanuoto. Per il calcio ero negato, gli altri bambini mi mettevano sempre in porta. Una volta feci una prova alla squadra dello Sturla di pallanuoto, ma mi scartarono subito.
USCITA DI SICUREZZA



