NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo IV

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Presentazione delle squadre, tutti schierati, USA, Olanda, Inghilterra, Canada, Francia, Turchia, ed Italia uno e Italia due; ci sono anch’io: da non credere, faccio parte della nazionale. Come al solito non ci facciamo mancare niente, quindi una parte di noi indossa le uniformi storiche, nonché preziosissime, dei Lancieri di Montebello. Siamo belli, rigidi e marziali quando: «Ragazzi, non ce la faccio più, me la faccio addosso».

Non è possibile, proprio uno di quelli con l’uniforme storica, preziosissima, quindi in prima fila. Un brivido scuote il plotone, un’inarrestabile ilarità provoca uno sbandamento nell’impeccabile rigidità del blocco. E, mentre le autorità tedesche si susseguono sul palco, un sommesso sfottò perseguita il malcapitato vestito con il pezzo di antiquariato. Inutili le richieste di aiuto, inutili le preghiere, il volto imperlato di sudore, contratto in un eroico e italianissimo sforzo; un tuono liberatorio echeggia. Viva l’Italia! Non sapremo mai l’entità del danno al prezioso capo storico, che sicuramente avrebbe meritato ben altra sorte. Questo era comunque lo spirito dissacrante dei ragazzi della Boeselager.

Qualche giorno di allenamento, stiamo correndo, il Tenente dice: «Li avete visti quei finocchi degli Olandesi, con i capelli lunghi come i figli dei fiori?». Sentiamo un rombo cadenzato, poi un gruppo di soldati con la coda di cavallo che ci passa sulle orecchie: «Sì, Tenente, li abbiamo visiti i finocchi, sono là davanti».

Prima gara pattuglia diurna. Stiamo andando abbastanza bene, ma lenti; si avvicina il mezzo dei giudici: «Colpiti!».

«Come colpiti, ma dove ca… era il carro?». Ed il carro spunta magicamente da un bosco. La scena si ripete diverse volte finché un nostro capitano che era imbarcato sul mezzo dei giudici, trasmettendo con una radio portatile, comincia ad intonare, sulla base musicale di una iurnata ‘e sole: «Dietro la curva, c’e un cannone, e poi un carro sopra la collina…» italica arte di arrangiarsi, con i tedeschi che ridono e ci credono simpatici cretini. Nonostante l’espediente, la prova va malissimo, ci siamo giocati ogni speranza, essendo questa la gara principale. Siamo solo all’inizio e già a terra; arriva il Colonnello: «Bene ragazzi è andata male, concludiamo comunque questa cosa, ma ricordatevi che non lo fate per la patria o per l’esercito, lo fate per voi».

Libera uscita, incazzati neri, abbiamo appena scambiato le nostre mimetiche color verdone con quelle degli Americani, che le hanno da veri fighi e con quelle andiamo in discoteca. Una bionda teutonica sta ballando con un soldato inglese, decisamente alticcio, vede uno di noi e comincia a parlargli. Avremo tanti difetti noi Italiani, ma rispetto agli Inglesi, con le donne, ci sappiamo fare di più. Evidentemente la cosa non piace all’anglico, che inizia a spintonare il novello Romeo. Un minuto dopo inizia una baraonda degna dei migliori film di Bud Spencer, eccetto che per la durata; tutti gli Inglesi erano a terra al quinto minuto, e noi in caserma, sotto le coperte, al sesto.

Al settimo arriva il Colonnello con il Comandante della caserma e la polizia: «Ci hanno detto che degli Italiani con le uniformi americane hanno scatenato una rissa, ne sapete niente?». «Noi… veramente eravamo a letto…». E il Colonnello al Comandante tedesco, con una faccia veramente convinta: «Non si preoccupi indagherò e, se ci sono delle responsabilità, saranno presi adeguati provvedimenti».

Il drappello di investigatori se ne va. Dopo poco siamo testimoni del significato di schizofrenia: rientra il Colonnello, sempre con la sua faccia veramente convinta; il viso pian piano si trasfigura in un ghigno satanico e dice: «Molto bene, come è andata bastardi, gliele avete date sode?». Questo era il comandante della Boeselager.

Percorso di guerra: decisamente peggiore del previsto, fondo bagnato e componente emotiva che ti annebbia la mente. Funzionava in questo modo: il percorso poteva essere corto o lungo, dipendeva dalla quantità di postazioni nemiche neutralizzate con le bombe a mano. Arriviamo alle prime postazioni: le finestre, cominciamo a lanciare… ne andasse dentro una! Decisione, ci teniamo le ultime bombe per la successiva postazione e ci becchiamo un chilometro di percorso di penalità.

Seconda postazione: le buche. Neanche le riesco a vedere, io, il ‘profeta del lancio’, ne sbaglio due su quattro, spero negli altri, li guardo; anche loro mi stanno guardando, speravano in me. E vai, altro giro altro regalo; ultimo tratto: un laghetto da attraversare o nuotando o allungando ulteriormente il percorso. Ma noi siamo svegli e optiamo per la terza via: corriamo sugli argini pensando: «Che stronzi ‘sti tedeschi».

Peccato che gli stronzi hanno messo un filo spinato che ti costringe a correre nell’acqua, peccato che il fondo fangoso ti fa scivolare e per non cadere, indovina un po’, dove ti devi tenere con le mani? Al filo spinato.

Arriviamo con un tempo di merda, sporchi come merde, con il morale di merda e le mani destre insanguinate.

Ottimo guerrieri.

Il Colonnello neanche ci parla più, evidentemente abbiamo deluso le sue aspettative. Nel momento di massima depressione, uno se ne esce: «Va beh ragazzi, sapete che c’e? C’è che ora gliela facciamo vedere, tanto non abbiamo più niente da perdere, siamo ultimi». Il giorno dopo, riconoscimento mezzi: primi. Tiro, primi. Due giorni dopo: nuoto operativo, non ce n’è per nessuno: primi. Pattuglia notturna: una cavalcata delle Valchirie, primi. Il Colonnello accenna un mezzo sorriso. Un po’ meno bene la gimcana con l’autoblindo e decisamente male la ricognizione dall’elicottero degli ufficiali: «Maledetti cani morti».

È finita: attendiamo il risultato e l’immancabile festa finale con salsicce e birra.

Primi: USA uno; secondi: USA due; terzi: Canada uno, quarti: Italia due. Noi.

Cominciano gli immancabili: se avessimo fatto, se non avessimo sbagliato; chi se ne frega: oramai mi vedo già in Belgio con Edvige.

Licenza premio, sono con Edvige, che mi porta in giro per Anversa. Siamo in una piazza del centro storico, in un’ antica birreria, sto osservando una lavagna che riporta duecento tipi di birra, quando mi dice: «Quando finisci il sevizio militare vieni a vivere con me, ho trovato l’appartamento, ti trovo lavoro, io adesso guadagno discretamente e continuo a studiare. Nessun problema». Guardo quegli occhi entusiasti, incastonati nel viso lentigginoso e luminosissimo di questa diciassettenne, così diversa dalle nostre ragazze. Penso che ho vent’anni e sono un metro e novantacinque di super guerriero e non ho nemmeno la metà delle palle di questa tipa.

Riparto con un obiettivo: congedarmi, prendere la patente per l’auto e poi vivere in Belgio con la visione più in gamba che ho mai conosciuto.

Al ritorno: cerimonie e premiazioni. Addirittura si inventano un’uniforme apposta per noi: stivaletti da lagunare, pantaloni modificati con le tasche sulle cosce, maglione, pistola e cappello da paracadutista. Rientriamo nei reparti di appartenenza e, amara sorpresa, scopriamo la vera vita del najone.

Fine degli allenamenti, soltanto inutili servizi, interminabili attese e feroce nonnismo.

Sono disperato, telefono al mio allenatore di pallanuoto:

«Senti, non siete riusciti a inserirmi nella squadra della Marina, non siete riusciti a mandarmi al centro sportivo, se però inviate al mio Comandante una richiesta per farmi allenare, mi ha detto che mi fa andare in piscina tutti i giorni ed io mi levo da ‘sto schifo». «Non ti preoccupare, non c’è problema». Ed infatti eccomi recuperare tutte le guardie pregresse e gli altri vari servizi. Croce sopra alla pallanuoto.

Le guardie erano la più gigantesca perdita di tempo che si potesse immaginare. Di solito si dovevano sorvegliare aree di nessuna utilità con turni di due ore di servizio e quattro di riposo, oculatamente scelti di modo che a me toccassero a notte fonda e nel riposo le pulizie del corpo di guardia.

In inverno il freddo e l’equipaggiamento scadente rendevano la cosa una tortura, inoltre le ispezioni impedivano il sonno. Il corpo di guardia era una stanza di brande con materassi divenuti neri dalla sporcizia, dal momento che ci si poteva assopire solamente vestiti per essere in prontezza operativa immediata. La guardia era l’occasione per pensare e, se avevi dei problemi, questi si ingigantivano come mostri notturni.

La guardia era anche l’unica occasione nella quale eri armato veramente, per cui, alcuni soldati con problemi particolarmente gravi, venivano sopraffatti dalla notte, dal freddo, dall’inutilità di quella vita e la facevano finita sparandosi in bocca. Fu un problema particolarmente grave in quegli anni, tanto che fu istituito un servizio di ascolto, e cominciarono ad essere presi provvedimenti per stroncare il nonnismo.

Come se non bastasse si aggiungevano anche le frustrazioni dei militari di carriera.

Sono di servizio, mi dicono: «Stanotte ti abbiamo messo nel turno peggiore; sai, di ispezione c’è quel pazzo del Sergente maggiore… quello che ha fatto il corso di ardimento, arriva di nascosto e ti mette un coltello alla gola. Non potevamo metterci una spina». «Ma porc…, proprio a me!».

Quattro di mattina, devo sorvegliare un piazzale pieno di carri armati; praticamente impossibile. Mi aspetto la visita del ‘burlone’, per cui decido di non farmi sorprendere e mi corico su di un carro. Attendo. Come Gatto Silvestro, vedo un’ombra che, quatta quatta, si aggira per il piazzale cercando la guardia. Me lo trovo sotto e scarrello[1]: «Altolà, fermo o sparo». Il Sergente: «Ispezione, non hai rispettato la procedura, non ho sentito prima l’altolà, chi va là». Ed io tranquillamente: «Lei è già entrato nel perimetro e non è accompagnato dal Capo posto, fermo o sparo».

Gli assalti smisero, ma l’assurda vita del najone continuava. Ultimo mese. Sono quel che si dice un fantasma, ho percorso tutta la gerarchia dei najoni, sono al top. Da missile perché devi schizzare sempre, spina, burba, vecchia ed infine fantasma, perché nessuno ti vede più.

Se chiedi ad una spina malefica: «Spina, mi vedi?» lei ti risponde: «No, sento una voce, ma non vedo nessuno». Il fantasma ha diverse caratteristiche: capelli lunghi, barba lunga, divisa particolare personalizzata, da fantasma appunto. In qualità di entità soprannaturale venivo evocato in fureria, l’ufficio dove venivano compilati i servizi per i militari da altri militari, secondo un rigido criterio di anzianità.

Purtroppo ultimamente un clan di meridionali, pur non avendo i requisiti per esentarsi dai servizi, minacciava i soldati preposti che perciò mi evocarono: «Io le guardie non le posso fare, u capisti?». Io capii, ma capì anche lui. L’ufficio era a pian terreno e lui uscì, col mio aiuto, dalla finestra. E bravo eroe, ti manca un mese ed ora sei a rapporto dal Capitano e rischi di farti venti giorni di rigore.

La recita inizia: classico cazziatone con riferimenti morali: «Da lei non me l’aspettavo, mi ha deluso…». Io sono affranto, occhio da Bambi sperduto e quindi il misericordioso perdono. Funzionava così la legge del cazziatone: tu commettevi un’infrazione, ti beccavi un bello shampoo e finiva lì, anzi magari ti evitavano anche dei casini legali, un po’ come il buon padre di famiglia.

Nelle caserme si respirava un’atmosfera multietnica, direi globalizzata. Italiani provenienti da tutte le regioni dello stivale, normalmente ignoranti, che parlavano i loro idiomi, una babele di dialetti. Ma il massimo era al rientro dalle licenze, quando ognuno portava i piatti tipici della sua terra e avvenivano sontuosi banchetti notturni clandestini. Dopo il contrappello, il controllo delle presenze, spente le luci partiva il sabba: salami piccanti calabresi, babà e pastiere napoletane, vino, pane e formaggi sardi, una cerimonia pagana celebrata in onore della dea Libidine Culinaria.

Un mio vicino di branda, un pastore sardo, ha cominciato ad usare il letto dopo un mese, era abituato a dormire a terra. Due i mesi necessari per parlarmi: «Tu che hai studiato, come si fa a rimanere qui?

Sto bene, mangio, mi lavo, ho degli amici, gli ufficiali mi rispettano. Non voglio più tornare a pascolare».

Ultima notte: domani mi congedano, non sarò più un soldato della cavalleria esplorante, un super occhio dell’Occidente sui Paesi del Patto di Varsavia, non so esattamente chi o cosa sarò, ma non importa, ho sempre una visione da raggiungere; in ogni caso una leggera angoscia mi sorprende, domani sarò di nuovo nella jungla. Questa sera è speciale, ci sarà il passaggio della ‘stecca’.

La stecca è un oggetto sul quale sono stati segnati i giorni trascorsi, un calendario, un conto alla rovescia che viene tramandato da scaglione a scaglione. Vengono nominati democraticamente i Capi stecca dai soldati giovani: questi avranno l’onore di rappresentare l’intero scaglione in questo rito. Il Capo stecca è una figura eletta in base alla sua mole ma soprattutto perché è stato sempre uno regolare. Sono in branda, quando mi comunicano che sono stato nominato, devo fare il mio dovere. Cammino tra due ali di ragazzi schierati in ordine di anzianità, ho in mano il prezioso manufatto, la cui forma deve rimanere segreta ai civili.

Indosso anfibi, mutande, giacca mimetica e basco, come il comandante di un esercito di straccioni. All’altro Capo del corridoio, il Capo stecca ricevente, lui in boxer a fiori ed elmetto: «Io Capo stecca del 9° scaglione ‘86 cedo la stecca a te, Capo stecca del 1° scaglione ‘87: conservala e fanne buon uso nel rispetto delle antiche tradizioni». Mi risponde in rima ed al termine del saluto militare veniamo abbondantemente docciati da spumante di infima qualità – d’altronde la paga era di quattromila lire al giorno.

DON, DON, DON… la campana. Ci sono gli arrivi. Eccomi, richiudo la catena.


Note:

[1] Mettere il colpo in canna.


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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