Capitolo VI
Mi aspetta il nord Europa, altro che caserme popolate da uomini senza albe; sono su un treno, destinazione: la terra dei fiamminghi, Anversa.
Avevo detto a mio padre, che volevo vivere con Edvige e costruirmi un futuro in Belgio, e lui: «Vai, vai, poi mi racconti». I primi tempi furono per certi versi entusiasmanti, avevamo un piccolo bilocale, lei lavorava come segretaria in un centro dove venivano quotati i diamanti. Per me, nel giro di un giorno, aveva trovato due lavori, attraverso un centro interinale: operaio addetto alla costruzione di una fabbrica di birra e operaio in una ditta di traslochi.
Scelsi la birra o meglio, la costruzione del silo per la fermentazione del luppolo, una sorta di enorme tubo coibentato da materiale isolante, nel cui centro vi era un asse sul quale un enorme cestello ruotava su cuscinetti a sfera, grandi come uomini. Il cestello era composto da griglie metalliche che pesavano settanta chili, ed andavano imbullonate. Quando il capo cantiere mi vede dichiara: «Ho il lavoro per te, scaricare e posizionare le lastre». Il clima era inclemente ed il cielo perennemente grigio; uscivo la mattina che era ancora buio e rientravo, dopo otto ore di scarico lastre, che era di nuovo buio.
Una sera optiamo per andare in discoteca, la più trendy. Sembrava un harem orientale, lettoni rotondi ovunque, tende, drappi, decisamente tutto “troppo”. La sala era gremita di bella gente, soprattutto mediorientale e vi era un gran numero di fanciulle vestite da cortigiane orientali: non era ben chiaro quale servizio espletassero.
Stavo parlando in italiano con un ragazzo quando un tizio sui 160 chili, vestito con una tunica araba, mi dice: «Ma tu sei di Genova». Era appena successo che il padrone della discoteca, mafioso imperiese di primissimo calibro, riconoscesse il mio accento e preso da commossa nostalgia, decidesse di aiutarmi.
Mi dice: «Puoi lavorare qui in discoteca, magari ti trovo qualcosa di diverso». Difficile che ti propongano di fare il filosofo, quando sei alto due metri e pesi cento chili. Comunque mi trova un lavoro a Bruxelles, paga discreta e fatica zero, rispetto alla fabbrica di birra.
Un giorno mi presenta un suo amico calabrese che mi spiega: «Sai, avrei bisogno di recapitare un pacchetto alla mia famiglia, lo farei io ma ho qualche problemino in Italia, niente di grave, ma preferisco non andare. Mi hanno detto che sei un bravo ragazzo, che ci si può fidare». Gli rispondo che gli avrei fatto sapere. Avevo appena deciso che lavorare per gli italiani all’estero non faceva per me.
Dall’Italia arriva a trovarmi Alessio, compagno di mille avventure: «Ti trovo bene, un po’ bianco, ma bene. Ma non ci andate al mare? Sai abbiamo cominciato ad andare a Spotorno: spiaggia, ristorante, polpo e patate, bianco fresco, discoteca e si dorme alla baia dei Saraceni… ma tu sei felice, si vede, sei innamorato! Comunque ad agosto in programma c’è la Thailandia: seicentomila lire di volo, andata e ritorno. Non credo che ti interessi, qui sei felice».
Alessio riparte, noi facciamo la spesa in un discount, lei mi sta parlando e contemporaneamente, da buona femmina coltivatrice/raccoglitrice, sceglie le occasioni tra le offerte: io osservo le nostre immagini riflesse in uno specchio. Vedo un tizio con la barba lunga, in tuta e giubbotto pesante, pallido. Dimostro dieci anni di più. Spingo un carrello che si riempie di scatole bianche con scritte incomprensibili, e una voce dal profondo sale a dirmi: «Guarda che hai vent’anni, sembri un vecchio». Una settimana dopo sono a Spotorno, polpo con patate, vino bianco e sogno la Thailandia.
Mio padre mi chiede: «Com’è andata?». «Beh, diciamo che forse non era il momento giusto». Niente di più vero, io ero un quintale d’infantilità, mentre lei era già da un pezzo una donna fatta.
Eccoci a Bangkok, un inferno di traffico e fogne a cielo aperto. Dormiamo in un tugurio con le formiche nei letti, ma modesto nel prezzo, cosa fondamentale per dei barboni cronici come noi. A parte i templi incredibili, l’unica attrazione è il quartiere a luci rosse, dove frotte di prostitute tristi si propongono ai turisti di ogni età e nazionalità.
Per carità non sono un santo, il problema sono le donne thailandesi, di cui è impossibile valutare l’età: potrebbero essere bambine come donne. Non mi ispirano, io preferisco le brasiliane. Andiamo sulle isole, Ko pangahn, Ko tao, Ko pi pi, paradisi lussureggianti, spiagge coralline e, magic mushroom[1]. «Bisogna sperimentare».
Dico ad Alessio: «Io mi prendo un risotto con la dose minima del fungo, tu fai la guardia». Terminato il pasto, mi trovo ad armeggiare per allacciarmi il costume da bagno, tanto la cosa si dimostra essere estremamente faticosa. Ci riesco finalmente, dopo un tempo non quantificabile, alzo lo sguardo ed esplode un coro di fragorose risate. Un’intera compagnia d’Italiani aveva seguito la mia impresa in religioso silenzio ed ora si sbellicava dalle risa.
Vengo contagiato dall’ilarità, ma non riesco a smettere di ridere, mi duole la pancia, lacrimano gli occhi, alla fine fuggo. Corro in spiaggia ma vedo la sabbia distante come se fossi alto tre metri, nemmeno mi fossi trasformato in Gulliver, infine mi corico sul bagnasciuga, le onde ritmicamente sommergono il mio volto, provocandomi una percezione visiva caleidoscopica.
Sento solo il rumore del mare e del vento sulle palme. Non so quanto tempo trascorse, ma fu un’esperienza notevole. Un ragazzo torinese, incoraggiato dall’esito positivo della mia vicenda, la sera prova il risotto con dose massima. Lo vediamo rincorrere “l’omino” in spiaggia, dopo di che è preda di terribili allucinazioni; la notte ed i rumori degli animali gli evocano fantasmi spaventosi, insomma ore da dimenticare.
Ci spostiamo verso l’estremo nord, al confine con Cambogia e Laos: siamo a Cian may, da dove partono i trekking nella giungla. Anche noi partiamo. Sette giorni – elefante e zattera dormendo in villaggi su palafitte nel bel mezzo della foresta.
È buio, l’indigeno che ci accompagna estrae una pipa particolare con la quale fuma una specie di resina. Mi informo, è il mitico oppio, che nella mia testa mi rimanda ai poeti maledetti, Baudelaire, Rimbaud… e ad un immaginario di fumerie.
Sperimentare si impone: «Alessio, fai la guardia». Sono coricato su di un fianco, l’indigeno sorridente attende che io aspiri: al secondo tiro già sto sognando. Il mattino dopo sono sinceramente convinto di aver giocato a backgammon con Alessio (peccato che io non ci abbia mai giocato in vita mia). Strano rapporto il mio con le droghe, visto il mio atteggiamento generale da salutista – niente sigarette, praticamente niente alcool, molto sport -: lo definirei una sperimentazione consapevole.
Note:
[1] Fungo allucinogeno



