Capitolo XI
Dalla mia posizione di lavoro posso cogliere le miserie umane da un punto da vista privilegiato: preti che misurano il tempo della Messa in base all’offerta, famiglie che iniziano contendersi l’eredità quando il feretro è ancora sul bordo della fossa, la morbosa curiosità di persone che assistono alle esumazioni delle altre famiglie e, su tutti, uno stuolo di sciacalli, pronti ad approfittare del momento: i marmisti per le decorazioni, gli infermieri che piazzano i clienti alle pompe funebri già dagli ospedali, noi per le mance ed il Comune per le tasse. Un meccanismo che stritola tutti coloro che vi capitano ed io che continuo trattare ossa come fossero bastoni: una sorta di dissociazione.
«Mugabi vieni qui», dice il capo, «c’e da seppellire un bambino!».
«Capo, abbi pazienza, lo sai che mi dà fastidio questo servizio».
«Dai, poche storie, ci sono già i famigliari, vai a fare la fossa, che tra mezz’ora arrivo».
Giornata di merda, un solo servizio supera il ponte levatoio posto tra me ed il mondo, l’inumazione dei bambini; in quel caso percepisco l’innaturalità di una vita finita troppo presto e lo scandalo del dover effettuare un’operazione così sacra, con modalità industriali.
La morte di un bimbo appena nato, dopo l’immenso dolore, provoca una sorta di rifiuto da parte dei genitori, come se volessero rimuovere questo evento, dimenticandolo: al cimitero di Staglieno il Campo dei Bambini sembra abbandonato, quasi nessuno cura le piccole tombe, tanto meno il Comune.
I familiari sono andati via, un senso di oppressione mi attanaglia, devo andare. Sposto la catena…
USCITA DI SICUREZZA



