NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo XII

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Ho vinto un concorso come tecnico trimestrale all’Istituto di Fisica nucleare di Genova. Il mio compito consisteva nel costruire delle particolari schede elettroniche che non esistevano in commercio e collaudare i sensori per i neutrini che dovevano essere installati nelle profondità del Gran Sasso.

In quel periodo mi resi veramente conto del significato del termine intelligenza. Lavoravo a fianco di persone che cercavano di misurare la quantità di neutrini che attraversavano la terra, cercavano di fotografare i sogni. Persone in grado di concepire strutture inimmaginabili, costruite nelle profondità di una montagna e di spiegarmi con la semplicità e l’entusiasmo con cui si racconta un viaggio, i segreti della materia. Lavoravo con gli alieni.

Paradossalmente, matematici in grado di riempire lavagne di formule, si perdevano quando era necessario sostituire un condensatore. In quel caso intervenivo io, il genio della banalità, e tutti loro a ringraziarmi, come avessi compiuto chissà quale operazione. Grandi, gli Istituti professionali italiani.

Un ricercatore mi dice: «Hanno realizzato la fusione a freddo, ci proviamo anche noi, dammi una mano». Più che una mano, un muletto, ottanta chili di mattoni di piombo per isolare da interferenze i loro giochi. Terminavo la mia giornata di lavoro ed erano lì a montare e smontare, rientravo la mattina seguente e loro ancora non si erano fermati.

Una frenesia incredibile pervadeva la struttura, fino a che un giorno li trovo in apprensione sui risultati ottenuti: «Lo sviluppo di energia non c’è stato però… c’è qualcosa… questo picco periodico…. è troppo regolare e si verifica più frequentemente di giorno». Ascoltavo i loro discorsi sorseggiando un caffè ed osservando fuori dalla finestra studenti, automobili e l’autobus; quando: «Ecco vedi… il picco… ora sparisce, così ogni quindici minuti circa».

Mi viene un sospetto. Aspetto quindici minuti, guardo fuori, arriva l’autobus e: «Ecco guarda di nuovo il picco…». Non osavo dirglielo, tutto un mondo di particelle si sarebbe dissolto… per un autobus!

La fusione a freddo per Genova si concluse così, come il mio contratto; nel frattempo era scoppiata la prima guerra del Golfo. Un’idea malata mi stava balenando da tempo nella testa: tornare nell’Esercito. Si poteva fare: dovevo solo vincere il concorso per Ufficiali di complemento, passare il corso, vincere il concorso di ferma biennale ed infine vincere il concorso per il servizio permanente effettivo. Una cosa da niente.

Poteva apparire macchinoso, ma ero troppo vecchio per l’Accademia militare, inoltre per quella ci volevano raccomandazioni gigantesche, invece, pensai: «Vuoi vedere che i raccomandati con sta’ guerra si fanno posticipare il servizio o riformare?». Così fu; faccio domanda, passo le selezioni a Torino, ho chiesto Paracadutisti. Sono di servizio alla porta di una discoteca in corso Italia, si vedono le luci delle giostre illuminate, mi dico: «A luglio parto, ritorno a casa».

Amara sorpresa, sulla cartolina c’è scritto Scuola Trasmissioni, non Scuola di Fanteria. Preparo il mio diane, prima di partire passerò a consultare l’oracolo, mia nonna Dafne. La nonna Dafne, 92 anni di saggezza – Joda il maestro jedi di Guerre stellari -: parliamo a lungo a cena, dormo da lei, partirò di notte, il viaggio con la mia auto è lungo.

2 luglio 1991: 144° corso AUC, Albergo Perotti, così era soprannominata la Scuola Trasmissioni dell’Esercito, un enorme complesso di edifici che ospitavano un migliaio di soldati, posto in un ancor più vasto complesso di Scuole in un luogo chiamato città militare: Cecchignola. Vi erano le Scuole del Genio, Trasmissioni, Trasporti, NBC[1] ed altro. Io vi giungo verso le 6.30, mi presento con i bagagli, insieme ad alcuni altri allievi terrorizzati, perché per loro era la prima esperienza militare, e sto dicendo: «State tranquilli, io lo so, ci sono già passato…», quando: «Aspiranti allievi ufficiali! In fila, portate il bagaglio solo con la mano sinistra (la destra serve per salutare al basco), zitti, guardate in basso, seguiteci». Ci risiamo con la commedia.

Mi vedevo già sistemato sulla mia branda, ed invece dopo una notte di viaggio, un’inutile giornata di angherie in piedi, a fianco del posto letto: «Attenti! Riposo!». Mi ricordavo il nonnismo che avevo subito la prima volta, quello che non sapevo era, che tra gli Ufficiali esso aumentava in proporzione al grado e tra soldato semplice e Sottotenente di gradi di differenza ce ne sono sette. La sera ci assegnano i compiti prima della libera uscita, i gradi dell’esercito, i numeri di telefono della caserma. Ci troviamo in 120 allievi in un bar, appena fuori i cancelli. Neanche il tempo di conoscerci, dobbiamo studiare, ci interrogheranno al rientro.

Al rientro siamo in fila per uno lungo le scale del battaglione che ci ospita. La coda parte dal primo piano e si snoda ben oltre l’uscita. Al secondo piano ci sono gli allievi anziani, che noi non possiamo neppure guardare: chi ci sta addestrando in questo momento sono appunto allievi anziani nominati istruttori. Uno per gradino sostiamo nella posizione del riposo formale “altissimo”: vale a dire con entrambe le mani unite a pugno, appoggiate alla schiena molto, molto in alto e gambe aperte. Siamo a luglio, a nessuno è stato concesso di lavarsi, la posizione è abbastanza dolorosa e si avanza un gradino per volta.

Un allievo mi passa accanto di corsa, e si posiziona dietro di me, subito un altro ed un altro ancora. A mano a mano che avanzo mi accorgo di sostituire allievi che retrocedono, sono all’interno dell’edificio, sento gli urli: «Si presenti!». «Allievo ufficiale Pinco Pallino, comandi!!!». «Non si sente niente!» E mi passa accanto un tizio trafelato di corsa. La scena si ripete per un centinaio di volte, finché anch’io mi devo presentare, urlo più che posso ma comunque “non si sente niente”, e via alla base.

Benvenuti allievi, questa cosa si chiama iperspazio, sarà la costante dei vostri rientri. Dopo due ore d’iperspazio, arrivo finalmente alla branda, sempre sul riposo formale altissimo, le tapparelle sono chiuse, c’è un caldo asfissiante. Niente doccia, sempre al chiuso, sarà così per almeno una settimana, quando il fetore risulterà intollerabile anche per gli istruttori.

La giornata dell’allievo ufficiale era una penosa maratona per raggiungere i vari plessi dove avvenivano le lezioni e la mensa. L’allievo corre sempre, per cui non si poteva magiare molto, perché il ritorno dalla mensa avveniva correndo inquadrati. Anche a tavola ci si sedeva quando tutti i posti erano occupati e per servirsi delle bevande si usava sempre la mano sinistra, per essere sempre pronti al saluto. Il concetto di tempo morto non esisteva, le lezioni si susseguivano a ritmo incalzante, anche perché essendo in un’arma tecnica, le materie, oltre quelle militari comprendevano: trasmissioni, elettronica ecc.

In aula era obbligatorio avere una postura dritta anche seduti, le verifiche selettive si basavano su test, il problema era il tempo per studiare. Ci attrezzammo con lampadine, faretti a bassa luminosità per leggere di notte e non essere individuati dalle ispezioni.

La maggioranza dei partecipanti al corso possedeva una laurea in elettronica, i restanti un diploma tecnico. Il divario culturale poteva sembrare incolmabile, in realtà ciò che pagava era la capacità di studiare in condizioni di stanchezza e di sopportare lo stress dei continui soprusi. La fase iniziale si chiamava “istruttorato” e durava circa due settimane. In questo periodo si veniva scollegati dal mondo, niente telefonate a casa, praticamente niente libere uscite: venivi destrutturato, per essere ristrutturato secondo i dettami militari.

Questo periodo terminava con una festa liberatoria clandestina. Tutta la vita addestrativa aveva una fortissima connotazione simbolica, era scandita infatti da riti di passaggio e feste, che sancivano la tua trasformazione in qualcos’altro, culminando nella metamorfosi da soldato a sottotenente.

Un mese dopo l’istruttorato avveniva “l’accettazione”, da parte degli allievi anziani, del nuovo corso. La disposizione delle brande nei due piani era speculare, per cui, al piano superiore il mio anziano riposava nel mio stesso numero di branda. La notte dell’accettazione, dopo aver provveduto ad abbondante rifornimento di generi alimentari, si attendeva l’arrivo degli anziani. In piena notte un boato annunciava

l’irruzione di un’orda travestita nei modi più svariati ed ogni anziano si presentava al giovane e lo accettava. Sino a quel momento a noi erano stati preclusi i servizi dalla caserma come lo spaccio (un’area ricreativa riservata ai soldati) e le cabine telefoniche, e, in prossimità degli anziani, dovevamo abbassare lo sguardo.

L’anziano da questo momento diventava un tutor, un mentore, colui che ti avrebbe guidato nel percorso. Altro passaggio classico era il cosiddetto augurio dei 100 giorni: quando mancavano 100 giorni alla nomina del corso anziano, il corso giovane, vale a dire 120 persone, urlava: «100, 100, 100, buonanotte allievi anziani!». Ricevendo l’immancabile: «Non si sente niente». Allora si urlava, fino a che l’augurio veniva “sentito”.

Non tutti tolleravano questo regime: di norma circa il 20% degli aspiranti allievi veniva scartato o si ritirava. Tre erano i momenti fondamentali: l’uscita della prima, della seconda e della terza classifica. La prima contribuiva a determinare la nomina degli Istruttori del corso seguente, la seconda quella degli allievi scelti, la terza quella delle destinazioni, ed ovviamente era proprio sulla terza che si scatenavano le… raccomandazioni. La prima per me andò bene: fui nominato Istruttore, il che significava un ulteriore aggravio di compiti, senza nessun vantaggio per il punteggio.

Gli anziani partono per il campo di fine corso, diventiamo il corso anziano della scuola. In qualità di ‘inquadratore’ indosso un cordino blu alla spalla. Riunione. Decidiamo di dare alle vessazioni un senso, per cui: docce libere, ma maggior pressione fisica. Modifichiamo l’iperspazio: ad ogni risposta insoddisfacente, si scendono le scale facendo flessioni sulle braccia, esercizio che ovviamente l’Istruttore deve dimostrare di essere in grado di fare; la nostra linea-guida sarà l’esempio. Cascano male le Spine malefiche, tra gli Istruttori ci sono una cintura nera di karate (terzo ai mondiali) e una serie di atleti di discreto livello.

Mischiamo i nostri compagni tra le Spinacce che, non conoscendosi, li considerano loro pari. In questo modo veniamo a sapere i gustosi commenti sul nostro conto, che magicamente esterniamo (l’anziano per definizione è onnisciente!). Mi riferiscono che un allievo mi odia: «Allievo, quanto mi odia?». «Moltissimo Istruttore». Questo era il saluto mattutino. Un mio pari corso è in grado di fare 100 flessioni su due braccia e poi 20 su uno e sull’altro. È il mitico Roberto, fulgido esempio di cinghialotto calabrese, un metro e sessanta di potenza esplosiva al peperoncino di Soverato.

Lo infiltro tra le Spinacce, passo in rassegna il blocco e gli dico: «Lei! Mi dica il numero di telefono della caserma» lui finge di sbagliare, balbetta spaventato, ed io: «Allievo a terra». E lui comincia la serie infinita di flessioni. Dopo circa settanta, inizia ad urlare che non c’e la fa più, ed io fingendo di colpirlo con dei calci al fianco: «Ora con un braccio». Lui continua la rappresentazione, fino a che stramazza, fingendosi svenuto, dopo un numero enorme flessioni.

Con un altro Istruttore lo trasciniamo via dietro un cespuglio dicendo: «Va bene te la sei voluta. Nella fossa!». Al nostro ritorno il terrore è palpabile, passando in rassegna il blocco, gli sguardi si fanno sfuggenti e le preghiere assumono quasi una consistenza fisica. Gli allievi anziani a distanza si sbellicano dalle risate.

La norma per gli allievi erano incarichi tipo: «Allievo, vai nell’ufficio servizi e chiedi se ti prestano una “livella fuga”». «Comandi». Il malcapitato corre. Giunto all’ufficio, chiede al Maresciallo di turno che imperturbabile gli dice: «Una livella fuga eh… non l’abbiamo più, però se chiedi al corpo di guardia…». E così per tutta la caserma: ora l’allievo conosce ogni angolo della struttura… «Comandi, Istruttore, ho chiesto ovunque, nessuna traccia della livella fuga».

La situazione mi permetteva di sperimentare alcune tecniche addestrative, che tuttavia più spesso emergevano improvvisando: stiamo correndo da un po’, li vedo stanchi, ci fermiamo e via con le flessioni, ad un certo punto sento singhiozzare, voltandomi vedo due uomini di venticinque anni che piangono dicendomi: «Basta mi ritiro, non sono in grado, sono un cane morto».

Il pianto si fa contagioso, in un attimo sono in quattro in lacrime. Devo fare qualcosa, li isolo dal gruppo e attacco con una delle mie più riuscite rappresentazioni retoriche: «Andate laggiù in fondo, calmatevi e riflettete. I momenti di debolezza ci devono rendere più forti, voi sarete Ufficiali, comandanti di uomini, per questo chiamati ad essere i migliori. Trovate la forza in voi stessi e quando sarete pronti, chiamatemi».

Passano cinque minuti e dal fondo in cui li avevo esiliati un urlo corale: «Comandi! Istruttore, chiediamo di rientrare nei ranghi». Ricomincia la corsa, ma questi mi guardano con uno sguardo strano: a metà strada tra il fanatismo e l’incazzatura. Ho creato dei mostri, per giunta ingegneri elettronici.

Scuola comando: il “dover essere” dell’Ufficiale, le posture, l’intonazione della voce, l’atteggiamento per dare degli “ordini e non dei consigli”. Docente ne è il Capo di Stato maggiore della caserma, il prototipo dell’Ufficiale, con una divisa piena di patacche e nastrini; sembrava disegnato, e protendendosi in avanti e guardandoci negli occhi ci dice:

«Sono il Colonnello Storri, vi insegnerò a diventare comandanti di uomini. Perché io… so comandare». Eravamo affascinati da quest’uomo, che aveva sulle spalle una costellazione di stelle, mentre noi aspiravamo ad averne una piccina, un esempio irraggiungibile. In seguito, il fulgido esempio di Comandante fu trasferito: faceva portare la legna potata dagli alberi della caserma a casa sua, da un parente.

Il tempo passava e le fila del nostro corso si assottigliavano, verifica dopo verifica, le brande vuote aumentavano e la competizione interna pure. Nessuno spirito di corpo, nessun cameratismo, solo lotta senza esclusione di colpi. Fu così che arrivò anche per noi il giorno dell’ultima classifica. I primi dieci potevano scegliere la destinazione, la lotta era spietata: tutti cercavano di avvicinarsi a casa, maledetti imboscati, solo io chiedevo di andare nei Parà.

Mi classifico quattordicesimo su 102, sono fiducioso, sono l’unico candidato alla Brigata paracadutisti Folgore, ho già il brevetto, ho nuovamente superato le prove di corsa previste e… «Mi dispiace, per il vostro corso non sono previste assegnazioni alla Brigata Folgore».

Vorrei morire, ma come: sei mesi di tortura e mi dicono che forse ci posso andare se vinco il concorso di ferma biennale? Sono tentato di mollare tutto, ma poi penso che un nuovo fallimento non me lo posso permettere, non posso tornare a casa. Mi dicono che hanno bisogno di me per un incarico delicato e scomodo.

L’ufficiale istruttore dei VFP, i volontari di ferma prolungata, il fondo del barile, gli ultimi, gli intoccabili dell’esercito, un’armata Brancaleone del meglio della sfiga italica. Impossibile realizzare un blocco guardabile, chi troppo basso, chi grasso, chi alto e secco, tutti bruttissimi da vedere e l’antitesi della marzialità.

La nostra compagnia risiedeva nello stesso stabile di due compagnie allievi Ufficiali: belli, alti, istruiti, pura razza ariana! La sera durante gli iperspazi degli allievi, i VFP si godevano lo spettacolo deridendoli, loro che a vederli marciare sembrava il video clip Thriller di Michael Jackson, un’orda di zombi vocianti senza alcun decoro per la divisa.

L’aspetto formale alla Scuola era essenziale, secondo il vecchio detto per cui la forma è anche sostanza: il mio compito sarebbe stato quello di trasformare in soldati quegli esseri antropomorfi. Tentai di motivarli secondo le tecniche che usavo con gli allievi Ufficiali, ma era inutile. Utilizzavo un linguaggio incomprensibile, mi guardavano con gli occhi persi. Anche la linea dura risultava solo un accanimento inutile. Finché un giorno, mentre marciavamo, fummo oggetto di scherno da parte di soldati semplici della compagnia servizi, la crema degli imboscati, il luogo dove venivano destinati i soldati problematici.

Questi indossavano divise personalizzate ed improbabili, lo facevano nella più completa impunità, per il fatto che si sapeva fossero soggetti violenti, avendo dimostrato più volte nel tempo la loro prepotenza. Fermai il plotone e chiesi spiegazioni; mi disse il Capo dei tre: «Tu fai il furbo con la stelletta, perché senza, non sei una minchia». La Boeselager insegna, mi levo i gradi e andiamo tutti e quattro dietro la palazzina. Dopo qualche minuto, esco da solo e con andatura zoppicante riprendo a marciare. Improvvisamente quello che era un blocco caotico iniziò a muoversi all’unisono.

Nelle camerate i commenti: «Minchia ci ha difeso, è massiccio». Era vero: li avevo difesi. Ero diventato il loro Comandante, non solo formalmente; cominciavano a rispettarmi e, con i loro progressi, anch’io rispettavo loro.

Scoprii quanto di buono vi era in quei ragazzi, spinti nell’esercito dal bisogno, tentando di infondere in loro l’orgoglio di essere militari, non per dovere ma per dignità personale. In breve, avevamo colmato il gap con gli allievi Ufficiali nel marciare, in quanto a formalità ed abilità.

Al Circolo Ufficiali, insieme agli istruttori del battaglione allievi, mettemmo a punto una serie di reciproche provocazioni atte a stimolare una sana competizione. Fu così che da brutti anatroccoli, la dispregiata compagnia VFP, divenne una decorosa compagnia di volontari di ferma prolungata, in grado di competere con i blasonati allievi Ufficiali.

La quotidianità dell’Ufficiale a Roma era decisamente piacevole: alloggio gratuito, mensa gratuita e vita notturna stimolante. Mi ero tesserato all’Arci, per poter usufruire dello sconto sui locali convenzionati; nell’area dei mercati generali, in particolare, “il Classico”. era un posto incredibile: diecimila lire di ingresso consumazione compresa, e, tutte le sere, musica dal vivo.

Una volta in cui era particolarmente affollato, suonava il gruppo Vorrei la pelle nera. Erano numerosi: fiati, percussioni… insomma il necessario per un sound funk bello pieno. Sul palco, il cantante, un signore di mezza eta pieno di energia, e, con lui, una ragazzetta minuta, uno scriccioletto. Il sound pervade la sala, potente, energico e lo scricciolo comincia a cantare ed a saltare come un grillo.

Ha una voce pazzesca, non si capisce da dove la prenda, la sua energia contagia la sala: tutti in piedi a saltare. Fantastica, lo scricciolo si chiamava Giorgia e cantava con il gruppo del padre; da non credere, vedere un concerto di Giorgia a diecimila lire, birra compresa. Bravo “Classico”. Dopo, tappa obbligata per i bomboloni caldi appena sfornati; sì, i romani sanno vivere.

DONG, DONG, DONG…


Note:

[1] Nucleare, Batteriologico, Chimico.


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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