Capitolo XIII
Alla mattina presto di ogni giorno, in ogni stagione dell’anno, fuori del portone metallico del cimitero, come ho già detto, si raduna una piccola folla di anziani. Sono lì ancora prima dell’apertura, alle 7.00. Non riescono dormire, quello è il loro luogo di ritrovo.
Entrano perpetuando ogni giorno gli stessi gesti: i fiori, i ceri, la pulizia della tomba, due discorsi con gli altri: «Cosa siamo…», «… cosa diventiamo», «… che mondo…», «… che tempo…». Il festival dei luoghi comuni di chi si trova a vivere nel limbo, una sorta di preparazione alla dipartita; forse anche loro si considerano dei raccomandati dalla morte, per il fatto di frequentarla.
Una settimana sono di turno alle inumazioni, l’altra alle esumazioni, tre o quattro al giorno, quaranta la settimana, ottanta al mese, ottocento l’anno, dopo dieci anni ne avrò fatte ottomila; se vado in pensione con i quaranta trentaseimila…
Giornata di turno alle esumazioni; un ragazzo mi dice: «Scusa posso prendere un pezzo di mia nonna?». «Un pezzo come?». «La testa». «No, mi dispiace, non ti posso dare le ossa di una salma, è un reato da Codice penale». «Per favore, non ho i soldi per sistemarla in un loculo, la butteranno nell’ossario generale». «Senti, la testa no, prenditi un dito, ma io non ti ho detto niente». Mi volto per effettuare un’altra esumazione, quando vedo il ragazzo che scappa.
Guardo nella cassetta con i resti e manca la testa. Panico.
Informo il responsabile che lo chiama a casa: «Guardi che se non riporta il teschio, le mando i Carabinieri». Dopo un’ora arriva il ragazzo, ha due teschi, uno era del nonno, l’altro era quello appena preso della nonna, li voleva insieme in casa. La cosa triste è doverglieli gettare via nell’ossario: in fondo, che male faceva… Io però ero passibile di denuncia, c’era il mio nome sull’operazione di esumazione, che ansia; ma perché non ho studiato?
In realtà non sono mai stato un genio, anzi, il diploma di terza media me l’avevano dato con il classico calcio nel culo del tipo: “Basta che lo mandiate a lavorare”. Pertanto, Istituto professionale, apparecchiatori elettronici, tre anni e poi, eventualmente, l’integrazione per il diploma.
Gli Istituti professionali raccoglievano il disagio dei figli del proletariato, un minestrone di delinquenza, ignoranza e sfiga; c’erano i meccanici, gli elettromeccanici e noi, gli elettronici.
Nel piazzale della scuola, la mattina, sfrecciavano le Vespe dei meccanici così elaborate: motore sovradimensionato, con improbabili marmitte che conferivano un rumore da aereo di linea, sellino bianco con frange, dotato di schienale per la tipa ed autoradio con casse incorporate nel cassettino per rendere partecipe la cittadinanza di tale opera d’arte.
Tutti si contribuiva alla creazione di questi prodigi tecnici: noi elettronici ovviamente curavamo la parte “stereo”. Il prodotto finale era un mezzo che doveva avere precise caratteristiche, tra le quali il ricciolo posteriore, dovuto ai contatti con l’asfalto durante le impennate, e le pedane per poggiare i piedi, consumate per il contatto durante le “pieghe”. Tanto lavoro trovava la sua rappresentazione con il passaggio in impennata con la tipa che, appoggiata allo schienale, incurante del pericolo, si accende una sigaretta (all’epoca l’uso del casco non era obbligatorio).
Terza superiore: i professori ci aizzano contro il preside, reo di essere fascista. Noi puntualmente organizziamo scioperi e proteste. Non avevamo un’idea molto chiara del fascismo, se non per i racconti in famiglia sulla resistenza, da cui per osmosi assimilavamo comunismo e coscienza di classe. Gli buchiamo le gomme dell’auto, lo bersagliamo di mattoni dal muro della scuola, tanto che deve venire in istituto scortato.
Dire che fossimo teppisti era sminuire tale termine, la realtà era che vivevamo una sorta di eccitazione collettiva che portava ad atti veramente inqualificabili. Una delle vittime predestinate era una supplente di matematica ipovedente, che, oltre a non accorgersi che durante le interrogazioni aveva uno studente posizionato alle spalle che suggeriva, veniva puntualmente bersagliata da palle di carta, con relativi punteggi in base ai centri.
Durante una di queste lapidazioni cartacee riesce a distinguere le mie dimensioni e mi riconosce: «Ti ho visto, ti metto una nota» ed io: «Prof., ci hai rotto il c…», la prendiamo per i braccioli della sedia e la posizioniamo di peso in corridoio. Il professore di laboratorio mi interroga e a mio dire mi penalizza per cui «E allora se mi vuole dare 4 me lo dice e neanche mi interroga», ne nasce un acceso diverbio che si conclude con un mio: «Ma vaff…» e uscendo dalla classe colpisco con un pugno la porta.
Peccato che fosse una porta di legno compensato praticamente vuota all’interno, per cui mi ritrovo con il pugno conficcato nella stessa, con il Prof. che nel frattempo saggiamente fugge, immaginandosi il suo viso al posto della porta; in quel momento transita il preside fascista, che mi vede intento a liberare la mia mano incastrata e con tutta calma mi dice: «Cosa succede?» ed io: «Sa, un attimo di ira…». «Ah, si calmi pure, una settimana a casa!»: sospeso con obbligo di frequenza.
Siamo a fine anno, mi mancano due materie con il cinque: non è un problema, recupererò, al limite mi rimandano. Arrivo ai quadri e leggo una lista di sette di condotta, della mia classe undici su diciassette. Io sono tra gli undici.
Rimandati in tutte le materie, praticamente una bocciatura. Ritorno a casa lo spiego a mio padre, che non si è mai occupato delle mie vicende scolastiche, in quanto sono sempre stato autonomo: «Non c’è problema: tutta arte che entra; ora hai imparato a lottare per te stesso. Che cosa aveva fatto a voi il preside? Quale aiuto vi hanno dato i compagni professori a fine anno?».
L’anno seguente ripeto, la cosa buona è che siamo gli stessi dell’anno prima, inoltre mi impegno e quasi mi inizia a piacere l’elettronica, ho tutti sette solo che passo il concorso come seppellitore (basta la terza media), quindi abbandono, non posso mica perdere un posto fisso! Peccato però, secondo me a diplomarmi ci sarei riuscito: perito elettronico suonava bene. Peccato.
USCITA DI SICUREZZA



