NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo XIV

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Come folgore dal cielo!
canta il motto della gloria.
Come nembo di tempesta!
precediamo la vittoria.

(Inno dei Paracadutisti)

Il periodo di prima nomina stava terminando, avevo vinto il concorso in ferma biennale e inoltrai nuovamente la domanda per la Brigata paracadutisti Folgore. Un collega mi dice: «Ma chi te lo fa fare, là ti fanno un culo così, e poi, se vuoi passare fisso, conviene rimanere a Roma, sai, qua c’è la gente giusta, capisci a me». Ma io niente, volevo il basco amaranto. Le speranze erano poche: solo pochissimi Ufficiali provenienti dalle armi tecniche vengono assegnati, dipende dai momenti.

A Roma incontro un mio ex VFP: «Salve Tenente, sono assegnato al ministero; a lei come va?» Gli spiego la mia vicenda e lui: «Tene’ io sto nell’ufficio dove si decidono i trasferimenti, piglio la sua pratica la metto in coppa alla pila e la faccio firmare dal generale, quello non guarda niente!». Non ci posso credere, un’impresa che sarebbe stata impossibile anche con l’interessamento di alti Ufficiali, realizzata da un intoccabile.

La Brigata paracadutisti Folgore è per definizione l’unità di pronto impiego per missioni che prevedono un rischio di conflittualità particolarmente elevato. Bisogna comprendere che sino alla recente riforma delle Forze Armate, a parte i quadri, tutto l’organico era composto da personale di leva volontario. Un’atipicità nel contesto militare italiano, perché mentre la totalità dei najoni tentava di evitare il servizio militare, c’era era chi, non solo lo voleva assolvere, ma chiedeva di essere assegnato ad un reparto estremamente rigido, motivo per cui la selezione prima ancora che fisica era motivazionale.

Il ragazzo tipo che sceglieva questa strada era un giovane desideroso di mettersi alla prova, un individualista alla ricerca di un’identità elitaria, politicamente collocato a destra, che arrivava con l’idea che si era fatto in base a racconti mitici ed improbabili di chissà quali attività addestrative, che portavano a forgiare delle macchine da guerra, insomma del materiale umano malleabile, che ricercava un’identità ben definita, cosa che in Brigata sapevano plasmare.

Ciò che da sempre contraddistingue i Paracadutisti è lo spirito di corpo, quel senso di appartenenza a un reparto di élite che ha la sua ragione di essere, prima ancora che dalle tradizioni, nella condivisone dell’esperienza del lancio con il paracadute. Il fatto di svolgere abitualmente un’attività potenzialmente mortale, conferisce rispetto da parte degli altri militari, e senso di appartenenza a una certa categoria, che si riflette nella vita quotidiana in un atteggiamento mentale volto all’azione. Per cui una linea continua di rispetto e condivisione di paure ed emozioni unisce i Paracadutisti di tutte le epoche, producendo una forte tradizione di forme e rituali che originano da quelle dei primi Parà della seconda Guerra mondiale.

Per dare un’idea, dopo la battaglia di El Alamein (Egitto, 23 ottobre 1942), Sir Winston Churcill che certo non si può definire un generoso nei giudizi, disse: Dobbiamo veramente inchinarci davanti a quelli che furono i leoni della Folgore; i paracadutisti erano caduti con le armi in pugno e, per un militare, l’onore delle armi rappresenta comunque una vittoria. Il contesto culturale precedente la Seconda guerra mondiale è noto (la simbologia fascista, D’Annunzio, Nietzche, il futurismo ecc.) e frasi come la bella morte, il gettare il cuore oltre l’ostacolo, e quell’atteggiamento guascone nei confronti della vita e della morte ben si adattavano all’imprinting necessario da dare al paracadutista dell’epoca.

Ebbene in un’Italia che viveva il boom economico, il ‘68, nella cornice di una rivoluzione culturale planetaria, lo spirito della Brigata continuava ad essere il gettare il cuore oltre l’ostacolo. Paradossalmente, nell’epoca musicale del rock e della new wave quello che chiedevano i ragazzi che aspiravano ad essere paracadutisti era ancora proprio questo.

Un fenomeno socialmente curioso, che, se nel dopoguerra sino agli anni Ottanta aveva forti connotazioni politiche (non dimentichiamoci l’onda lunga del conflitto ideologico tra destra e sinistra culminato con gli anni di piombo), successivamente, dell’ideologia fascista manteneva solo il simbolismo, non essendoci una vera cultura politica in quei giovani fascisti per sentito dire. Quanto ci fosse di disagio sociale in quel sentire l’onore, il dovere, la patria, è una cosa difficile da determinare. Disciplina, spirito di corpo, tradizioni: tutto ciò aveva il senso di livellare le capacità degli aspiranti paracadutisti e portarli quindi a lanciarsi tutti da un aereo nei ristretti tempi imposti dall’addestramento, indipendentemente dalla loro velocità di apprendimento e dal loro coraggio.

Il lancio con il paracadute non è un’esperienza istintiva e presuppone o la piena consapevolezza dell’atto che si compie, e ciò è determinato da fattori e tempi largamente soggettivi, o la completa osservanza di automatismi che portano il soggetto a lanciarsi quasi inconsapevolmente sull’onda di un’esaltazione di reparto che consente tempi e modi certi.

Razionalmente infatti, nessuno accetterebbe di lanciarsi a una quota inferiore a 400 metri (i lanci vincolati civili si effettuano a 1.000 metri), sapendo che ha circa cinque secondi per attivare il paracadute di emergenza con cinquanta chili di carico fra armi e zaino. L’imprinting della Brigata tendeva a fare questo: lanciare il maggior numero di soldati di giorno, di notte, in acqua e poi cominciare il lavoro pianificato. Tutto il resto dell’addestramento era acquisizione di automatismi di azione e reazione.

La Brigata, finalmente, reparto supporti tattici, Livorno. Neanche il tempo di disfare il bagaglio, che sono già a Pisa per conseguire il brevetto militare di paracadutismo. Per me l’iter addestrativo è brevissimo, possiedo già il brevetto di abilitazione al lancio militare per cui devo solo saltare con zaino, mitragliatrice e contenitore; in terra, di notte, in mare.

Il lancio militare addestrativo funziona in questo modo: il giorno prima si ripassano le procedure, emergenze, malfunzionamenti ecc., si procede alla preparazione del materiale ed è prevista un’eventuale spiegazione della pattuglia successiva al lancio. Il giorno seguente si raggiunge l’aeroporto e si preparano i materiali per il lancio in attesa del responso della pattuglia-guida, che si è recata, all’alba, in zona lancio per effettuare i rilievi meteo, in particolare: intensità e direzione del vento, che devono ricadere entro certi parametri di sicurezza. In base alle misurazioni il Comandante della pattuglia-guida comunica via radio all’aeroporto: Zic 1 lancio autorizzato, Zic 2 in attesa che le condizioni meteo migliorino, Zic 3 lancio spiantato. Il Che si traduce in ore di attesa, indossando paracadute, zaino ed arma, seduti sulla pista di decollo, sudando come bestie in estate e seccando di freddo in inverno.

Ricevuto Zic 1 si sale sull’aereo, con l’equipaggiamento che conferisce una camminata tipo pinguini e, seguendo un ordine di caricamento predeterminato dal manifesto di carico, si prende posto sulle scomodissime panche dell’aereo.

Il rumore è assordante, per cui la sequenza degli ordini è data a gesti dai direttori di lancio, che si trovano in prossimità delle porte di uscita. In fase di avvicinamento alla zona lancio viene dato il segnale di alzarsi, controllarsi e verificare eventuali anomalie nell’equipaggiamento del paracadutista immediatamente davanti ed agganciare la fune di vincolo.

Sostanzialmente si tratta fissare un moschettone particolare ad un cavo metallico che attraversa tutto l’aereo; il moschettone è collegato ad una fune, che a sua volta è collegata ad una sacca che contiene il paracadute; una volta in caduta il paracadutista trascinerà la fune vincolata all’aereo che libererà il paracadute dalla sacca: questo sarà aperto dal vento relativo, quindi il tutto sarà recuperato dai direttori di lancio come un cordone ombelicale con placenta annessa.

Quando i direttori di lancio aprono le porte, un colpo di vento e luce pervade la carlinga dell’aereo, ed è questo il momento in cui cominci a pensare: ma chi me lo fa fare? Dopo di che ognuno adotta la strategia preferita per vincere la paura: chi canta mentalmente le canzoni dei parà, chi ostenta spavalderia con battute stupide, ma di fatto quasi tutti assumono lo sguardo vitreo di un pesce su di una bancarella del mercato.

In ogni caso il D.L. ti guarda e ti indica “cinque minuti al lancio” con la mano. Il tempo si ferma.

Rumore, vento, luce, il D.L. ti indica “un minuto al lancio” e mette alla porta il Primo.

Essere Primo alla porta è prerogativa del più alto in grado, dovendo dare l’esempio, e sostanzialmente significa che sei con le mani appoggiate sui bordi esterni della porta per spingerti fuori, una gamba davanti all’altra, sempre per il medesimo scopo; che hai la mano del D.L. davanti al corpo a mo’ di passaggio a livello; che aspetti di vedere la luce verde posta a fianco alla porta e di sentire il fatidico VIA. Inutile dire che nel minuto abbondante di attesa il vero ufficiale si atteggia con grande naturalezza, magari facendo finta di guardare il panorama, insomma una clamorosa simulazione di tranquillità per infondere coraggio nei ragazzi che, purtroppo ti osservano e, se si accorgono che hai paura, allora sei quello che si caga addosso, pertanto non meriti rispetto, indipendentemente dal grado ricoperto.

Luce verde, VIA.

Ti spingi fuori, una botta d’aria ti colpisce, inizi a rotolare per aria, dovresti contare i fatidici cinque secondi, ma la realtà è che sei in accelerazione verso terra in una posizione fuori dal tuo controllo e che dopo cinque secondi avrai già percorso un centinaio dei trecentocinquanta/quattrocento metri che ti separano dal suolo. Improvvisamente vieni trascinato verso l’alto e vedi la vela spiegata, inizi i controlli, ma hai poco tempo, la terra si avvicina, devi prepararti all’impatto. Ti predisponi a piedi uniti tentando inutilmente di armeggiare le funi di vincolo per atterrare con in vento di fronte, vedi il suolo che si avvicina veloce, sempre più vicino…

E… pigli una botta pazzesca. Ti rialzi stupito, non ti sei fatto niente, incredibile, ma non hai tempo, raccogli il paracadute e di corsa al punto di restituzione, dove ti aspettano per partire per una bella pattuglia.

Neanche riconsegnato il paracadute e sono in esercitazione, operazione “mangusta”: si tratta di simulare l’infiltrazione in determinato territorio di pattuglie, che devono attaccare determinati obiettivi, e di altri che devono evitare che ciò accada; in termini tecnici: interdizione e contro interdizione di area.

Il problema sta soprattutto nei Carabinieri, con i quali esiste un certo antagonismo, se ti fanno prigioniero attuano una serie di cortesie non proprio piacevoli. Il risultato: furibonde risse e vendette, che si tramandano da un’operazione all’altra. Comunque sia, siamo in piena esercitazione, quando arriva l’ordine di rientro: “Si va in Somalia”.

DONG, DONG, DONG…


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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