Capitolo XL
Incontro il mio amico Piero con il quale condivido trascorsi militari. Eravamo in Somalia nello stesso periodo solo che lui era nella Legione Straniera, poi avevamo lavorato nei locali più infimi dei vicoli, si era fatto il giro del mondo a sminare – Angola, Balcani, Iraq – ed aveva anche lui trovato il tempo di fare una figlia; così, quando ritorna, ci ritroviamo ai “giochini dell’Expo” con i rispettivi pargoli, a conversare di esplosioni.
In Iraq c’è rimasto un bel po’, era riuscito a prendere un subappalto dagli Americani per un servizio di Security. Basso profilo, mezzi di trasporto e abiti locali, insomma il possibile per mimetizzarsi nel traffico normale. Mi aveva chiamato per lavorare con lui: «Dai vieni giù, seimila dollari al mese, siamo in un albergo…».
«No grazie, non me la sento più, sono ingrassato, porto gli occhiali, non sono più quello di una volta». Comincia a raschiare il fondo del barile: lo chiama tutto il circo dei buttafuori genovesi, esibendo curricula improbabili, tra questi, uno che ha un forno. È un ragazzone fissato con le armi; parte, nemmeno il tempo di arrivare e degli integralisti lo rapiscono, insieme ad altri due. Lui non parla inglese, forse il suo atteggiamento di sfida, forse il materiale che pare avesse sul suo PC (acquistato da un vero mercenario)… sta’ di fatto che è l’unico a venire ucciso.
I media daranno ampio risalto alla vicenda, il poveraccio, si dirà, morì dicendo: «Vi faccio vedere come muore un Italiano». Magra consolazione. Il Governo Italiano rispolvera il patriottismo, gli viene conferita l’onorificenza al valore.
Scandaloso esempio di come si cavalca la tigre, posto che la morte di un ragazzo resta un fatto tragico, lui non apparteneva alle Forze Armate, neanche era un volontario umanitario, era, che piaccia o no, un mercenario ed i mercenari muoiono, come muoiono i soldati. Sarebbe come dare la medaglia ad un medico che muore per infezione o ad un autista di autobus che muore in un incidente. Ma tant’è la politica ha bisogno di eroi.
Piero viene inquisito e, dopo lunghi accertamenti, prosciolto – mi spiegò anche in virtù di quali e quanti cavilli – d’altra parte le persone coinvolte erano consapevoli dei rischi, nessuno le aveva obbligate, ed i curricula di fantasia se li erano scritti da sé. Durante una scorta viene ferito, gli salva la pelle un suo collega, si fa operare in Italia e dopo poco lascia l’Iraq.
Cambiata l’aria, ora lavorava con un’agenzia inglese; cosa pressoché unica, infatti in quell’ambiente gli Italiani non li vuole nessuno. La sua società applicava un rigido sistema di controllo qualità, ogni mese un check: prova di corsa, prova di tiro e giudizio del supervisore, che valutava la capacità di lavoro in gruppo; come dire: se rompi, te ne vai.
Avevano reclutato alcuni contractor del SAS[1]Australiani fissati con vestiti neri, occhiali neri, macchina nera, insomma il corredo necessario per farsi ammazzare con rapidità. Un suo amico aveva offerto a Piero un incarico come istruttore in America presso una scuola specializzata. Così per un po’ si fa le ossa sui metodi didattici americani. Insegnavano solo alle forze istituzionali, polizie locali, esercito, servizi segreti ecc. Loro commissionavano un corso e la scuola glielo realizzava.
Finito l’incarico, rientra e fonda una società di sicurezza, che propone corsi di tutti i livelli (ovviamente i corsi che prevedono la trasmissione di competenze pericolose sono riservati esclusivamente alle Forze Armate).
Sono con Piero ai soliti “giochini”, siamo con i rispettivi pargoli, che oramai iniziano a crescere mi dice: «Mi interessa una tua opinione sui corsi che faccio, ti va di partecipare?» Rido: «Mi sa che mi sopravvaluti, comunque sono onorato; se posso essere di aiuto va bene». Inizio a frequentare: il primo corso tratta il tiro dinamico a corta distanza, eseguito con gli equipaggiamenti in dotazione ai soldati.
Il poligono è una cava di ardesia dismessa, di cui è riuscito ad avere la concessione; un posto incredibile questa spaccatura nel monte, che si perde nel buio all’infinito, allestita con sagome di varie misure. Sono un po’ agitato, saranno vent’anni che non sparo ed i miei colleghi di corso sono tutti militari in ottima forma fisica, con la metà dei miei anni.
Si inizia con una presentazione generale, dove scopro che queste persone pagano di tasca loro questi corsi perché le Forze Armate, ad eccezione di quelle speciali, non forniscono un addestramento adeguato e loro, in partenza per l’Afganistan, preferiscono essere pronti. La cosa mi lascia interdetto, dove erano finiti i militari dei miei tempi, quelli che “se non me lo paga lo Stato…”?
Mi trovavo di fronte a professionisti disposti a pagare di tasca loro per aggiornarsi ed acquistare l’equipaggiamento più idoneo. L’equipaggiamento di un soldato contemporaneo è veramente molto diverso da quello che ricordavo: intanto oggi si usano dei giubbotti dotati di piastre balistiche antiproiettile, che proteggono da colpi frontali e posteriori, niente a che vedere con i giubbotti antischegge, che usavamo in Somalia, che, al massimo, ti proteggevano dai sassi.
Inoltre, questo oggetto costituisce veramente un sistema di supporto al combattimento: comprende tasche porta munizioni, contenitore per radio portatile con auricolari, tasche per sistema idratante, supporto per kit di primo soccorso individuale ed ogni sorta di segnalatori di identificazione ottici amico/nemico, attraverso i quali, con un apposito visore, si possono riconoscere i buoni dai cattivi.
Siccome per avere la massima protezione bisogna “offrire la piastra”, ne consegue che la posizione di tiro si è adattata allo strumento e quindi si appoggia il calciolo del fucile sul petto, anziché alla spalla. Dopo una spiegazione sugli effetti fisiologici e psicologici dello stress, si entra nel vivo: sparare con pistola da fermi, cercando di non “strappare” con il grilletto; sparare in movimento, curando la camminata in modo da far oscillare il meno possibile la canna; sparare con fucile da fermi e in movimento; sparare alternando le armi, simulando inceppamenti, il tutto in movimento, a fuoco vero, con l’equipaggiamento previsto e corretti in itinere dagli istruttori.
Insomma due giorni faticosissimi dal punto di vista emotivo, ma molto proficui dal punto di vista operativo, tanto che due partecipanti della Brigata Paracadutisti Folgore, giunti dicendo “Vorremmo perfezionare la nostra tecnica” partirono dicendo “È meglio che ritorniamo”.
Mi rendo conto di quanta improvvisazione ed incompetenza ci fosse nel nostro addestramento, mi rendo conto del perché delle sensazioni provate al check point Pasta, della fortuna di essere ancora vivo.
La sera in pizzeria è un continuo racconto di aneddoti ed esperienze vissute dai partecipanti e di fatto è un proseguo del corso, dal punto di vista psicologico. Sono interessato a capire cosa provano veramente questi ragazzi a parte la voglia di mettersi alla prova, che anche io avevo vissuto; sono consapevoli di ciò che li attende?
Chiedo: «Ragazzi, se nel corso di un conflitto vi accorgete che avete ammazzato un bambino o una donna, come ve la vivete?» Ed ancora: «E se rimanete su di una sedia a rotelle?» Mi rispondono solo perché tra una birra e l’altra gli ho raccontato un po’ di cose mie – sono un po’ il fratello maggiore -; in sintesi sperano in scontri onorevoli e di non sbagliare mai, con una sorta di fatalismo, che io ben ricordo.
Noi eravamo di leva, l’atteggiamento di un professionista dovrebbe prevedere e standardizzare movimenti automatici oltre che interiorizzare difese psicologiche contro gli errori. Buona fortuna ragazzi.
Altro corso, Piero ha chiamato due paramedici americani a tenere un corso di “Combat lifesaver”, in pratica quello che tutti i soldati americani devono essere capaci di attuare in combattimento per salvare la pelle dei commilitoni. I due paramedici ci insegnano a trattare ogni sorta di emorragia su manichini e persone truccate da film dell’orrore: occhi che cadono, braccia staccate, fori nella cassa toracica. L’americano, parlando come Stanlio & Ollio dice: “Ora trovate un amico che non vi denuncia e vi prendete a vicenda un accesso venoso”.
Bene, trovo l’amico, trovo la vena, infilo l’ago, faccio per levare la cannula e…. troppo presto scemo, ecco che esce un mucchio di sangue e l’amico si ritrova con un ematoma da paura, meno male che lui è decisamente più bravo di me.
Tre giorni di esercizi e scenari: esplosioni di bombe, feriti dentro una fabbrica, insomma il massimo per rendere più realistico e stressante possibile l’intervento di una squadra di soccorritori che: primo, devono pensare a non farsi ammazzare da eventuali cecchini nell’avvicinarsi; secondo, non farsi ammazzare dai feriti, che sotto shock ti sparano, perché non ti riconoscono; terzo, cercare di tappare buchi, fasciare fratture ecc.; quarto, valutare e decidere chi è più grave, scrivere con un pennarello tutto il possibile sul ferito e gestire l’arrivo di un elicottero; quindi chiamata, allestimento pista di atterraggio e caricamento per ordine di gravità; se tutto questo vi sembra ancora poco: metteteci anche qualche terrorista che vi fa le imboscate…
Uno potrebbe pensare che sia solo un bel giochino ed invece ogni soldato americano appiccicato al suo giubbotto ha un laccio emostatico speciale, un tubetto oro-nasale della sua misura, un pacchetto di medicazione con garze speciali e soprattutto dei prodotti coagulanti in grado, se versati o inseriti in un taglio, di fermare l’emorragia, addirittura anche di un’arteria femorale. Basta fare due conti per capire che se le capacità minime di un soldato di fanteria base sono queste unite al tiro dinamico, la distanza che separa le nostre rispettive forze armate è ancora notevole.
L’esercito italiano forma un sanitario per squadra, così se feriscono lui si perde ogni capacità medica; non addestra al tiro dinamico, così se capita un conflitto in area urbana in movimento ci spariamo addosso; non prevede supporto psicologico sul campo, così ci riportiamo indietro della gente da far curare dalla sanità mentale. Secondo me qualche riflessione chi si arruola dovrebbe farla.
DONG, DONG, DONG…
Note:
[1] Special Air Service, forze speciali.

