NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo XVI

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Operazione Ibis: si tratta di ristabilire una situazione accettabile di vivibilità in Somalia, dove un conflitto tra clan, stava comportando un’emergenza umanitaria. Una settimana per preparare i bagagli, le attrezzature, imbarcarle sulle navi ed inquadrare il personale.

Nel frattempo, gli Americani sbarcano a Mogadiscio, trasformata per l’occasione in una specie di set cinematografico ad uso dei media internazionali. Uno spiegamento di forze che oscura il cielo ed il mare, orde di soldati vestiti come tartarughe ninja, che in maniera estremamente seria occupano una città di persone incuriosite dallo spettacolo, il tutto filmato e trasmesso in tempo reale in mondovisione.

La mattina della partenza, sono in caserma che tento di organizzare i movimenti, una serie di disguidi determina però un certo ritardo, il Comandante si arrabbia e chi vede? Un unico stronzo che lavora. Ed eccomi con procedimento disciplinare sottoposto a processo interno.

Dove era il resto degli Ufficiali? A smaltire la sbornia preparatoria alla partenza e siccome io ero il nuovo assegnato… ecco il capro espiatorio perfetto. Mi scelgo come difensore il medico della caserma, il quale, capito il problema, minaccia il Comandante di chiudergli la mensa per motivi igienici. Questo per tutta risposta mi lascia a Livorno come responsabile della compagnia e loro partono. Una compagnia è come un’azienda: le attività vanno pianificate secondo procedure che normalmente sono affidate a sottufficiali esperti.

Peccato che fossero tutti partiti. Organizzai una riunione con i militari di leva anziani rimasti: «Ragazzi, datemi una mano perché non so come fare, in cambio licenze a pioggia».

Neanche a dirlo, la compagnia girava come un orologio svizzero ed il personale animava le notti della Versilia.

Unico Ufficiale della compagnia, tra le altre cose dovevo occuparmi dell’addestramento dei rincalzi da inviare. Questo significava cicli addestrativi continui, con moduli inediti, sulla base delle informazioni che giungevano dalla Somalia.

«Cosa fate? Quale è il contesto? È meglio curare il tiro istintivo o altro?». Queste erano la domande rivolte a chi era in operazione, domande alle quali cercavo di associare un addestramento specifico: potevo, ero il signore del reparto.

Si trattava ovviamente di lavorare dodici e più ore al giorno, ma che soddisfazione, avevo maggior autonomia di un Capitano. Trovai addirittura il tempo di frequentare il corso per comandanti di pattuglia guida. In pratica degli squilibrati che, in caso operativo, si lanciano in territorio ostile, cercano una zona lancio idonea per un aviolancio di massa ed il giorno stabilito, collocano i segnali a terra per indicare al pilota la rotta di attacco e punto di lancio dell’eventuale reparto o materiali, il tutto in base alle condizioni meteo, cercando di sopravvivere nel frattempo.

Durante un ciclo addestrativo propedeutico alla Somalia: due settimane di combattimenti nei centri abitati, pattuglie notturne, difesa personale ecc… in concomitanza ad una esercitazione di forze speciali della NATO, giunge un Capitano di fanteria (quindi basco nero) che svolgeva funzioni di giudice di gara. Quando arriva nessuno lo saluta militarmente; questo si incazza e si lamenta con il comandante, che allibito mi chiede: «Ma come è che i tuoi ragazzi non salutano un Capitano?». Giro la domanda ai ragazzi e: «Noi i baschi neri non li salutiamo». Avevo esagerato con lo spirito di corpo.

Primo avvicendamento, devo sostituire un Ufficiale in Somalia. Ci trasportano con un C130, un quadrimotore ad elica, lo stesso utilizzato per i lanci. La caratteristica premiante del C130 risiede nel fatto di non essere pressurizzato, quindi in volo, l’aria nella carlinga si divide come le acque del Mar Rosso: metà calda e metà fredda, inoltre, essendo un velivolo da trasporto, non ha sedili, ma panche e ciò si risolve in un supplizio per fachiri. Dopo due scali tecnici finalmente, giungiamo a Mogadiscio.

Vivere a Mogadiscio un tempo doveva essere bellissimo: mi immagino gli Italiani residenti con vestiti di lino chiaro, cappello, tutti riuniti nel pomeriggio a Casa Italia, nel rituale tè del perfetto coloniale. La notte: locali illuminati sul lungomare, con un clima ventilato e piacevole, degustando aragosta e freschissimo pesce. Indigeni dal carattere pacifico e donne dalla proverbiale bellezza. Va bene il film è finito, quello che vedo invece sono le rovine di una città che è stata sicuramente come l’ho immaginata, ma che è ora popolata da una moltitudine concentrata a sopravvivere.

Giungo all’Ambasciata Italiana, dove ha sede il nostro campo; mi accoglie l’ultimo degli ascari, i fedelissimi guerrieri somali della nostra ex colonia. Difende l’ambasciata con il suo moschetto fuori uso, pertanto ha reclamato una divisa adeguata alla sua funzione. Non chiede compenso, gli basta un giaciglio ed il rancio del soldato.

La sistemazione è in tenda, eccetto che per il Generale, che giustamente… dando l’esempio… alloggia in un modulo abitativo con aria condizionata. I servizi igienici sono cabine di legno montate su di una trincea coperta da assi, in ogni cabina un secchio di calce viva, a mo’ di sciacquone. All’interno delle tende: brande da campo con relativa zanzariera

Arrivo, mi corico, e… la branda cede. Fulgido esempio di italico manufatto. Dovrò attendere di visitare un campo americano per barattare una loro branda con dieci cartocci di buon vino Tavernello e con altri dieci, un paio di scarponi desert boots (calzature speciali per climi caldi, l’Esercito Italiano non faceva differenza tra le Alpi e il deserto). Avevamo tre mense: la prima per Ufficiali superiori, decisamente più ricca e raffinata; la seconda per sottufficiali e Ufficiali inferiori; la terza per la truppa; in pratica queste ultime erano la stessa cosa, le divideva solo la denominazione. All’Ambasciata dividevamo gli spazi con gli Incursori del 9°btg Col Moschin, con i quali mi esercitavo nella boxe francese, il SISMI[1] ed i Carabinieri Paracadutisti del Tuscania.

Gli spioni ed i Carabinieri si occupavano degli interrogatori, noi consegnavamo loro gli eventuali sospetti e, semplicemente, questi sparivano dalla nostra vista; data la natura riservata dei loro compiti, in realtà socializzavano molto poco con noi.

Nel tragitto nei pressi del porto, un bambino ci aspettava con il saluto fascista e la bandiera italiana, incassava marmellate e altri regali per poi tornare a casa. Pareva che il tempo si fosse fermato all’Era Fascista.

Altra presenza del campo era Benito, la scimmia più dispettosa del mondo; usava rubare le sigarette, spappolarle e gettarle dall’alto sul fumatore. Si diceva che un giorno qualche fumatore non avesse gradito e… addio Benito. Dentro la mia zanzariera risiedeva stabilmente Cammy, il camaleonte, grazie al quale potevo dormire sonni tranquilli privi di zanzare.

Uno degli aspetti che caratterizza le missioni umanitarie è l’attenzione all’ambiente. Il luogo individuato come discarica, ovviamente a cielo aperto, fu presto scoperto e preso d’assalto da orde di persone. La cosa che non mi spiegherò mai è la ragione per cui i nostri maccheroni buttati venivano preferiti rispetto alle aragoste di cui pullulava quel mare!

Le comunicazioni erano garantite dal mio reparto, avevamo ben un telefono satellitare (in uso esclusivo al Generale comandante) e diverse radio con le quali, sfruttando la propagazione troposferica, comunicavamo con il comando Brigata a Livorno. Le comunicazioni personali erano ridotte a pochi minuti alla settimana e via radio, per cui, ad ogni fine frase, era necessario dire: «Cambio». Facile immaginare la difficoltà nei colloqui con i familiari che non erano abituati a parlare in quel modo.

Un giorno mi chiama il Comandante: bisognava rintracciare un paracadutista che non chiamava casa da un mese. La madre aveva scritto al Presidente della Repubblica, il Presidente aveva chiamato il Capo di Stato Maggiore della Difesa e via discorrendo, fino a me. «È nostro questo qui?». «Sì». «E dov’è?». Lo avevo mandato al confine con l’Etiopia a costituire un ponte radio.

In pratica erano cinque soldati con un fuori strada allestito per le comunicazioni in mezzo… al niente. Servivano per mantenere le comunicazioni, erano un nodo della “maglia radio”, una macchina isolata nel nulla con un’antenna. Si erano perfettamente adattati alla vita selvaggia, tanto che non sentivano più l’esigenza di comunicare con le famiglie.

In Italia, se hai un problema legale, sei praticamente certo che non troverai nessuno disposto ad ascoltarti a meno di essere milionario, ma una mamma, è sempre una mamma perbacco, ed il Presidente non può ignorare uno dei pilastri del nostro Paese. Si genera il panico, un elicottero parte a prelevare il soldato solitario, lo porta in Ambasciata; solo per lui è a disposizione il telefono satellitare e…: «Senti mamma, sto bene, se non ti chiamo è perché non ho voglia di parlarti, perciò non rompere, che ti chiamo io». Che figli ingrati.

Tenda Centurioni, un recinto intorno ed all’ingresso… un teschio con l’elmetto e sigaretta in bocca (ogni tenda veniva personalizzata) . Nessuno conosceva l’identità del proprietario del teschio, ma era stato trovato solo soletto e quindi adottato come mascotte dalla tenda. L’elmetto e la sigaretta risultavano un artificio estetico che tendeva ad esorcizzare la paura della morte, un po’ come gli Indiani d’America.

Con i Centurioni avevo un rapporto speciale da quando, durante una manifestazione popolare, ci trovammo in otto a fronteggiare una folla. A quel punto ci guardammo e dissi:

«Ci passiamo attraverso?». E questi: «Siamo con lei, Tenente». In formazione a freccia, di corsa, brandendo fendenti con il manganello a destra e a manca attraversammo quella enorme torta umana e riuscimmo a metterci in salvo. In ogni secondo i Centurioni erano al mio fianco, nessuno aveva rotto la formazione, mi sentivo come Leonida e i suoi Spartani alle Termopili.

Una sera mi chiamano, spostano il filo spinato sul muro di cinta e, con una scala, mi fanno attraversare il muro. Oltre una casa e… tre fanciulle. Le tre ragazze concedevano i loro favori dietro compenso o in dollari o in generi alimentari.

Che il mestiere più antico del mondo fiorisca con i militari non è una novità, ma la sicurezza prima di tutto. Il nostro Comandante viveva nell’illusione che dei ragazzi di vent’anni potessero rimanere indifferenti alle lusinghe di donne bellissime come quelle somale, pertanto, non era prevista nessuna distribuzione di preservativi.

Sfruttando la mia posizione di Ufficiale ed amico del medico, ne feci una bella scorta, organizzando un razionale afflusso con personale armato di sicurezza, prevedendo che i familiari delle fanciulle non avrebbero gradito l’attività lavorativa delle figlie. Questa cosa venne all’orecchio del Generale che dispose un’indagine ai Carabinieri, i quali m’informarono e quindi, durante l’ispezione, non vi furono riscontri alle voci circolate.

Siamo in allarme, dobbiamo soccorrere un contingente di Pakistani che sono stati attaccati. Corriamo; il posto è uno stabile dove ha sede una radio locale. Al nostro arrivo un silenzio irreale, la respirazione si fa affannosa, i sensi si tendono, in pratica mi sto cagando addosso. Percorriamo con atteggiamento tattico le scale, devo entrare dentro un appartamento, la porta è aperta: solo fumo e odore di polvere da sparo, gli sguardi si cercano per l’intesa.

Entro. Uomini a terra, sono i Pakistani, mi avvicino, i loro pantaloni sono calati, un senso di nausea mi pervade: sono stati evirati. È notte, sono sotto la zanzariera con il fedele Cammy e penso che non sia da guerrieri morire con i gioielli di famiglia in bocca. Ho appena deciso di riservarmi un colpo, se necessario.

Praticamente in ogni uscita vincevamo un foro nei nostri mezzi, il fatto è, che in ambito urbano il cecchino può essere ovunque e tu puoi solo sperare che sbagli. Usavamo le Ar 70, dei fuoristrada scoperti sui quali avevamo montato delle placche di kevlar per tentare di proteggere almeno la zona lombare. Si esce: «Ragazzi, come al solito, quelli dietro: una gamba fuori, ognuno copre il suo settore di tiro, se sparano rispondiamo a 360°, l’autista scappa fino ad una copertura, se beccano il mezzo saltiamo giù e si va in copertura, ok?».

Con il tempo imparammo ad evitare le strade deserte, la popolazione capiva che se un cecchino avesse sparato, la nostra risposta non avrebbe potuto essere selettiva e allora: sempre in strade affollate.

«Signori, le regole di ingaggio sono le seguenti: bisogna usare la forza con Somali armati che esternano intenzioni ostili». Con queste parole il nostro Comandante tentava di spiegarci le consegne ricevute dagli alti comandi inerenti “le regole di ingaggio”. E se il mao mao ha un fucile però mi sorride perché è una persona allegra, cosa faccio? Ogni agenzia umanitaria aveva delle guardie private, alle quali forniva un tesserino di riconoscimento, non sapevi mai chi fossero quei gruppi armati completamente indistinguibili dai guerrieri dei Signori della guerra, per cui, si applicava italica improvvisazione.

Siamo in giro di pattuglia, superiamo un’automobile, un soldato mi dice: «Tenente, sono pieni di armi quelli là dentro». Ordino di tenersi pronti: «Ragazzi, procedura standard»; gli tagliamo la strada e li fermiamo, i ragazzi schizzano a terra e li tengono sotto tiro ed io mi avvicino a chiedere spiegazioni. L’autista sotto la minaccia delle armi si è spalmato sulla plancia della macchina ed io gli chiedo i documenti. Questo non mi risponde, ripeto la domanda in inglese, niente da fare; mi guarda ghignando con un sorrisetto ironico, guardo gli altri e mi sento preso per il culo: tutti stanno ghignando.

Per un periodo di tempo che non saprei definire ci osserviamo, questi armati fino ai denti che ridono, il tipo che non mi risponde, i ragazzi che non capiscono cosa succede, penso di averne abbastanza caro mao mao, un secondo dopo il ghigno si trasforma in terrore: lo stavo facendo uscire per il bavero dal finestrino, la reazione dei compagni è stroncata da una selva di canne puntate alle loro teste. Il mao mao ora in piedi continua a non spiegarmi nulla, al secondo ceffone diventa loquace e mi mostra un regolare tesserino dell’ONU.

«Ops, mi scusi, ma perché non si è qualificato subito?» e lui in perfetto british «e tu chi sei perché io debba qualificarmi?». Risposta sbagliata, già non mi va di trovarmi a giocare a “indovina chi è il guerrigliero”, in più questo ride e fa il furbo: «Te lo spiego io perché bisogna che ti qualifichi, se te lo chiedo». Così ripongo l’addetto ONU alla guida, sempre passando per il finestrino, gli sequestro le armi e, siccome mi era antipatico, gli regalo un montante allo zigomo.

Passa un’ora e apriti cielo: il Comandante mi chiama: «Ma che cazzo combini, ti metti a suonare un funzionario dell’ONU…». «Comandante, faccia un po’ quel che vuole» erano giorni che dormivo due ore a notte, ma chi se ne frega del funzionario ONU.

DONG, DONG, DONG…


Note:

[1] Servizio informazioni militare.


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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