NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo XXX

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IK6BOB ci comunica che hanno sparato a Francesca La Manna, una cronista della RAI: la cosa è avvenuta quando, appena sbarcata all’aeroporto ha tentato di uscire a Mogadiscio, pare sia stata leggermente ferita ed ora è ospitata presso una ONG.

A seguito di questo fatto, il Governo italiano invita tutti gli espatriati a rientrare in Italia, perché non può garantirne la sicurezza; oramai sono mesi che i militari sono partiti. Iniziano i preparativi, ma il mio amico Addu mi dice: «Partite pure, basta che uno rimanga».

L’amico ha paura di perdere lo stipendio, ha bisogno di un ostaggio, l’unico single sono io perciò eccomi praticamente prigioniero, unico italiano insieme al re Gianfranco in Somalia. Vado a trovare il re di Moga nord, capito nel mezzo di un summit politico, ai bordi della piscina ci sono tutti i macellai della Somalia, Haidid, Alimadi ed i loro generali.

Sto passeggiando insieme a Gianfranco tra il meglio degli assassini dell’Africa orientale e lui: «Vedi quella villetta laggiù? Dentro ci sono degli americani della CIA, che ci stanno fotografando» e gli fa il gesto dell’ombrello. Gli chiedo cosa succede, e lui: «Bah, a casa mia si mangia bene, vengono sempre qui per fare finta di fare la pace, discutono, discutono, mangiano, bevono, e masticano chili di quella merda keniota.

All’alba sono tutti d’accordo e quando passa l’effetto dell’erba si sparano di nuovo».

Mi ospita nella suite, un appartamento all’ultimo piano, dal terrazzo si vede tutta Mogadiscio; essere in quel posto di notte è come essere un bersaglio illuminato, ti vedono e ti possono sparare da tutta la città, ma a lui questo da un senso di onnipotenza.

Osservando il panorama mi dice: «Laggiù costruirò un bel centro commerciale, di là il secondo aeroporto, cosa ne dici?». «Gian, di che cosa parli? Ci sono solo macerie e gente che si spara qui». «Ah! Non hai la visione, ti dico che quella roba la costruisco; certo prima bisogna accoppare Haidid. A proposito: sei capace di usare l’esplosivo? Ho un po’ di plastico, pensavo… sai Haidid cambia casa tutte le notti…»

«Gian, sono capace di usare il plastico, ma che ci faccio, ti confeziono una bella statua regalo e poi gliela recapiti?».

«No, no, stavo pensando…». «A proposito come è andata la faccenda di Francesca La Manna?». «Bah, sembra che a Nairobi abbia preso accordi per la scorta con uno dei soci della Somalfruit, sai quella società italiana che prima del casino esportava banane in Italia. Peccato che il socio somalo gli avesse giurato di fargli la pelle, così quando sono usciti dall’aeroporto hanno riconosciute le auto e gli hanno sparato, non ce l’avevano con Francesca. Comunque sta’ bene, è già rientrata».

La conversazione si snoda in mezzo ad una specie di museo del ventennio fascista: fasci littori, libroni di propaganda, monete e la più svariata oggettistica: la mecca del nostalgico. Non che Gianfranco sia fascista, semplicemente era roba abbandonata, o quasi, e lui ne percepiva il valore storico, ed economico.

Mi dice: «In Italia ho un figlio ed una ex moglie, lui non vuol venire qua, la madre lo ha allevato come… come dire… un rinco… un bravo ragazzo. Quando torni su gli puoi dare un regalo per me? Abitano a Sestri, lui porta i giornali con il furgone». «Va bene, basta che non ci metti del plastico per l’ex moglie!». «Ci metto questi orologi, spiritoso!».

Rientro a Jhoar, ho una fame micidiale, in cucina il deserto; a dire la verità, è tutto un deserto, incontro Hassan e mi dice: «Siamo in ramadan». Che culo, penso, una bella mesata di fame e la sera amabili conversazioni con Addu.

Non ce la posso fare. Un caldo terrificante, alle sei tramonta il sole e gli ibis ritornano indietro, all’alba erano passati in senso opposto, finalmente dolcetti e the speziato dolce.

Verso le dieci si mangia, inizia una lunga serie di serate con il chirurgo somalo che decide di farmi compagnia, così mi inizia all’arte della masticazione del chat. Tappeti per terra, pareo, e the speziato dolce, chat e filosofia. Scopro che questo dottore si era laureato in Italia, dove si era appassionato alla nostra arte, alla filosofia, oltre ovviamente alla nostra cucina ed alle donne del nostro Paese. Un uomo dalla cultura spropositata, si presentava con dei libri che leggevamo insieme e che poi commentavamo.

Nottate a disquisire del senso della vita, che all’alba pareva svelarsi, essere a portata di mano, per poi sfuggire al risveglio quando l’effetto del chat era svanito. Il tempo pareva rallentare, fluiva lento, ineluttabile: se una cosa accadeva… si vede che doveva accadere…

Nelle riunioni con il governatore, il mio mutato atteggiamento portò a clamorosi risultati, quali non avevo ottenuto nei mesi precedenti. Apparivo come un gigante con pareo lungo da uomo e testa coperta all’araba; camminavo lento, intanto che fretta c’era? Trascorsero quaranta giorni prima del rientro degli espatriati, ed il team era cambiato, altre due infermiere, altro medico, ma soprattutto un altro me stesso.

Annunciai la mia intenzione di andare via, per cui si poneva il problema del mio sostituto, nel frattempo bisognava chiudere la sede di Mogadiscio.

La mia sostituta era una signora sulla sessantina, una radiologa, che si era innamorata del “tempo” dell’Africa. Iniziammo le presentazioni alle autorità locali, per ultima la Corte Islamica. Siamo di fronte al giudice, lei preventivamente fasciata come una mummia per non offendere gli usi musulmani: «Le presento la mia sostituta, d’ora in poi vi rapporterete con lei, spero che…»

Vengo interrotto: «Ci dispiace che tu parta, avevamo lavorato bene insieme, stavi cominciando a capire…» ed io: «Sì, sì, comunque vi presento… » e lui senza neanche guardarla: «Mi dispiace che tu parta…» insomma due deficienti e… un fantasma. Sospettavo che una donna avesse difficoltà, ma che diventasse addirittura trasparente… andava oltre ogni mia previsione.

Altra crisi: hanno rapito due operatori del CETA, una ONG che si occupa di progetti agricoli. Ci viene chiesta una mediazione con i rapitori grazie ad alcune nostre conoscenze. Mi si presenta un Italiano con cappello da baseball con scritta Sheriff ed occhiali Ray Ban di ordinanza: «Sono il responsabile della sicurezza del CETA, piacere».

Sulle prime mi sembra un montato, decidiamo comunque di fare il possibile e quindi mi rivolgo al solito Gianfranco, che mi indirizza a pranzo presso due nobildonne Darot di Jhoar. Elegantissime e bellissime, avevano una bella casa e ci accolgono con grande classe. La sala da pranzo è tutta addobbata con fiori ed il tavolo è pieno di ogni ben di Dio.

La conversazione è garbata, non vorrei essere invadente, anche perché subisco il fascino delle due donne, perfettamente truccate e profumate in maniera discreta. Scopro che hanno vissuto in Inghilterra, dove si sono laureate in un college. Sono state educate a compiacere gli ospiti e anche nella conversazione non mancano mai di rispettare il turno di dialogo; comunque devo fare un lavoro, per cui prospetto loro il problema e mi assicurano che si interesseranno.

Dopo qualche giorno, gli ostaggi vengono liberati, quasi quasi spero che ne rapiscano altri, andare a pranzo da quelle regine era stato magnifico.

Sono nuovamente a Nairobi per alcune spese, di solito mi rivolgo a due faccendieri di fiducia: Peppuccio Incandela e Lello Marano, che già dal nome sono tutto un programma.

Sono nati a Mogadiscio e poi fuggiti con la famiglia durante i disordini, hanno perso tutto ma contano di rientrare un giorno e riappropriarsi del mal tolto. In Kenya hanno fatto fortuna, villa con piscina, macchinona ecc. Loro si occupano di… tutto. Puoi chiedere qualunque articolo e loro di lì a qualche giorno te lo procurano.

Peppuccio ha sposato – e figliato – con una donna del posto, che aveva il seno così grande tanto da doversi sottoporre ad un intervento di riduzione (nonostante questo Pamela Anderson potrebbe essere sua figlia!)

DONG, DONG, DONG…


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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