NarrativaScienze Sociali e Umanistiche

Capitolo XXXII

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Ho bisogno di fare ore di volo per il mantenimento del mio brevetto di pilota, quindi mi faccio dare indicazioni e decido di fare un giro; ho anche conosciuto due Italiani, che divideranno con me le spese. Due ricchi rampolli in vacanza: uno dice di essere un Borghese, nel senso della famiglia romana dei Borghese. Decolliamo con un Piper, praticamente nessuna formalità, nessun particolare piano di volo: “Fammi sapere quando ritorni, passo”.

Nairobi è posta a circa 1.000 metri. di altitudine, il terreno scorre lento al di sotto, all’improvviso si apre il baratro: la Reef Valley, uno strapiombo di centinaia di metri verso la savana. Avevo deciso di atterrare in una fattoria di Indiani, il paradiso sulla terra, con animali, lago e fresco, prima però volevo fare come nel film La mia Africa: passare sui fenicotteri rosa, anche se era vietato. Lago di Naivascia, un tappeto rosa sotto di me, non serve neanche avvicinarmi, i fenicotteri decollano tutti insieme, uno spettacolo incredibile.

Ecco la fattoria, la pista è in terra battuta, nessun problema. Una volta a terra ci andiamo a rinfrescare ed a mangiare qualcosa, dopo di che si decide di ripartire. È molto caldo, percorro la pista sino al limite, per sfruttare tutta la corsa di decollo: ai lati antilopi e giraffe, manetta al massimo, il velivolo accelera, accelera e la pista si accorcia si accorcia e lui accelera, ma non abbastanza, non riesco a raggiungere la velocità di decollo, siamo troppo pesanti, devo abortire[1].

Mi ero alzato di un niente, ritocco terra ed inizio a frenare, ma siamo lunghi, usciamo nel prato, una casa di fango si avvicina, ci fermiamo a due metri dalla porta quando esce spaventatissima la padrona di casa. Giriamo l’aereo a mano e ritorniamo in pista, riprovo, niente da fare, questa volta però mi fermo prima.

È troppo caldo, siamo troppo pesanti e l’aereo troppo poco potente – ha un motore aspirato – risente della ridotta densità dell’aria dovuta al calore. Aspetteremo che rinfreschi. Dopo un’ora, un temporale: perfetto, aria fredda, proviamo, l’aereo accelera, si alza di un metro, non posso tirare il volantino potrei stallare, mantengo la velocità, oramai siamo fuori pista di brutto sempre a un metro e saliamo di pochissimo, menomale che non ci sono ostacoli.

Lentissimamente prendiamo quota, sono in bagno di sudore.

Rotta per Nairobi, siamo nello strapiombo e la città è lassù in cima, l’aereo sale poco, descrivo delle circonferenze per salire a spirale ma non basta, abbiamo davanti un muro; non so che fare. Di nuovo, provvidenziale, il temporale, mi metto sotto a un cumulo nembo, questo mi risucchia, come in ascensore, appena passiamo la cresta, via!, verso l’aeroporto.

Il temporale ci segue, piove a dirotto, c’è turbolenza, in pratica me la sto facendo addosso. Ecco le luci della pista è quasi buio, non so come, con un paio di rimbalzi, atterro, bacio la terra, ma come fanno a volare in Kenya!

Incontro casualmente lo sceriffo del CETA, abita con la famiglia a Nairobi, tre figli, tutti alle scuole private, mille dollari al mese; la sua è una storia incredibile. Mi ospita a casa sua, una casa ad un piano con grande giardino, tira fuori un album di foto ed inizia a raccontare, previa abbondante birra.

In Italia era un appassionato di cavalli con la mania delle armi, un giorno parte e se ne va negli States, dove aveva trovato un corso scheriff, ossia per diventare una specie di operatore della sicurezza. Ritorna con il suo bel diplomino e se ne parte per il Kenya, dove lavora come responsabile per la sicurezza di un albergo.

Qui matura il suo sogno: andare dall’Oceano Pacifico alle cascate Vittoria con i cavalli. Sulle prime penso: «Bella stronzata», invece no. Nessuno c’era mai riuscito, tanto meno gli Inglesi: nelle loro spedizioni i cavalli erano morti tutti e nella comunità bianca di Nairobi era considerata un’impresa impossibile.

Lavora un anno, accumula denaro ed organizza la spedizione: portatori somali, cammelli, cavalli, tenda gigante e vasca da bagno del coloniale. Con lui anche il figlio primogenito, di circa quattordici anni. Si tratta di attraversare, Tanzania, Burundi e Kenya, senza permessi, procacciandosi il cibo durante il percorso, come i nomadi.

A metà percorso circa, sono senza viveri ed i cavalli iniziano a morire: «Tu non puoi capire, cosa significa sopravvivere saccheggiando anche le popolazioni locali, la sensazione antica del nomadismo, rubare per vivere o essere uccisi, il tutto con bagno caldo alla sera, ti senti un dio».

Sta’ di fatto che in qualche modo riesce ad arrivare al lago Vittoria con qualche cavallo ancora vivo e questo urta l’orgoglio dei sudditi di Sua Maestà che, a parte il dare la notizia in maniera molto defilata, cercano di sputtanarlo in ogni modo; ma lui aveva coronato il suo bizzarro sogno. Ora si occupava di sicurezza e, grazie ad alcuni ingaggi come guardia del corpo del presidente Arap Moi, era entrato nelle grazie della famiglia presidenziale appartenente al potente clan dei Kikuiu.

Mi dice: «Ti va di lavorare con me? Si tratta di guadagnare tremila dollari al mese, non è molto, ma sai devo pagare le scuole ai figli». «Va bene, di che si tratta?». «Te lo dico, se tutto va in porto».

Mi trovo a mangiare al ristorante Carnivor con Peppuccio e compagnia cantante; al Carnivor, come dice il nome, si mangia carne, tutta la carne: zebra, giraffa, dik dik, in pratica sei seduto in mezzo ad animali interi che rosolano.

Qui conosco altri italiani, che, conoscendo le mie intenzioni di lasciare la Somalia e sapendomi pilota, mi offrono di andare a fare il ladro di uova di struzzo con il deltaplano a motore, mille dollari al mese: non male, ci penserò. Sempre alla cena conosco il “Capitano”, un pilota italiano che porta i turisti sul Kilimanjaro, che mi dice: «Tu che sei in Somalia… non è che c’è bisogno di alcol? Se ti servono liquori fammi sapere». «Quanto si guadagna?». «Beh, una bottiglia di whisky la pagano anche cinquanta dollari». «Molto interessante, ti organizzo il movimento su Jhoar».

Il mese dopo sono sulla pista, le mie guardie a cinturazione esterna, acquirenti pronti con denaro sonante. Lui atterra al mio segnale di conferma, scarichiamo una camionata di liquori, incassa: «Ehi, Capitano! Fai le parti e deposita il denaro all’Oriental Palace, ho una cassetta di sicurezza, ci si vede fra una settimana». Bene tutti contenti, gli integralisti, che si possono sconvolgere di liquori di infima qualità, e noi, che ci dobbiamo creare il nostro fondo pensione.

Mi capita fra le mani il progetto del finanziamento dell’Unione Europea per l’ospedale: per ogni espatriato pagano duemila Ecu mensili, circa quattro milioni di lire; a noi vengono versate cinquecentomila lire, ed a me, in via eccezionale, un milione. Mi sono appena passati i sensi di colpa per il traffico di alcolici.

Quando arriva l’ispezione comunitaria, l’ispettore inglese gode come un riccio: praticamente non abbiamo niente in regola e scrive, scrive… Io sono preoccupato, ma Francesco è rilassatissimo: «Non ti preoccupare, in questo momento alla Commissione Europea c’è chi ci aiuta» ed infatti il povero inglese il suo ghigno se l’è tenuto, non successe nulla; ecco perché ci odiano gli Inglesi: perché siamo mafiosi.

I viaggi del Capitano funzionarono per un po’, fino a quando un’orda della guardia islamica ci fermò sulla pista: l’aereo non ricevendo il segnale di conferma se ne andò, salvandosi e salvandoci la pelle. È il momento di partire, si è chiuso un ciclo, basta ospedale, basta insegnare ai bambini a non toccare gli ordigni inesplosi, basta guardie, devo pensare alla pensione, quindi Nairobi è il mio posto.

Prima però, devo chiudere l’ambulatorio di Mogadiscio, per cui con Francesco, mi trovo a liquidare tutto il personale assunto, sulla base di un contratto che avevamo fatto firmare loro.

Terminati i pagamenti, iniziano i regali, le guardie mi chiedono le mie armi – non c’e problema – ma mi tengo tre bombe a mano, non si sa mai. Abbiamo quasi finito, quando ci dicono che il nostro personale ci ha denunciato alla Corte Islamica, quindi siamo attesi dal giudice per il processo.

L’idea di essere processato dalla Corte Islamica mi terrorizzava, conoscevo bene i personaggi: per mantenere buoni rapporti regalavo loro gli arredi in legno per il tribunale e loro, per sdebitarsi, mi invitavano ai processi più importanti.

Il primo ad essere giudicato era un tipo che volendo rubare un taxi, o qualcosa di simile, aveva ucciso il conducente. Chiamano dieci maschi della sua famiglia, li armano e gli dicono di fucilarlo: i dieci stranamente sbagliano mira, al che il giudice li riarma e amabilmente gli fa notare che sono circondati dalla guardia islamica; centro perfetto.

Il secondo è un ladro: arrivano due tizi che gli tengono fermo il braccio destro, un terzo apre un cofanetto tutto lavorato e ne estrae un pugnale decoratissimo, in un attimo gli stacca la mano passando per le articolazioni del polso e replica con il piede sinistro, poi me lo consegnano per l’ambulatorio.

L’adulterio, era punito pubblicamente con la lapidazione, pertanto, vedevi una disgraziata per strada legata ad un palo e la gente che passava le tirava i sassi, evidentemente era un’agonia lunghissima.

I due giudici di Mogadiscio erano uno laureato in legge in Inghilterra, l’altro in Italia, ma la cosa non mi rassicurava, di che cosa eravamo accusati? All’ingresso della Corte Islamica, una specie di fortino pieno di armati barbuti, si vedevano macabramente esposti a monito mani e piedi tagliati, il che predisponeva a una certa mansuetudine.

Eravamo in mezzo ad una folla urlante, non capivo nulla, il giudice ascoltava in maniera paterna le richieste della gente. Alla fine nei nostri riguardi si esprime, in italiano: «Avete fatto le cose in maniera giusta, avete ragione voi, se però, come gesto di fratellanza, poteste donare le vostre radio portatili, fareste felice questa gente». Minchia che sollievo, mi vedevo già appeso come un maiale a testa in giù! Ma ti diamo anche nostra sorella…

Ritorniamo all’appartamento, dobbiamo andare all’aeroporto, prendo il solito zainetto, ed Hassan, che era venuto con me per espletare le pratiche burocratiche, mi dice sottovoce: «Capo vi vogliono rapire, non vi portano all’aeroporto». «Grazie Hassan, non ti preoccupare». In Somalia è consuetudine rapire gli operatori a missione conclusa, non per cattiveria, tanto per guadagnare qualche migliaio di dollari.

Partiamo per l’aeroporto ed al bivio, invece che per la via giusta le guardie svoltano a destra: «Dove stiamo andando?». «Venite con noi, per un po’» ed io apro il marsupio gli faccio vedere le bombe a mano e loro in coro ridendo «Tu furbo, va bene aeroporto». Che culo, hanno creduto al bluff, che cosa ci avrei fatto con le bombe? Non sono grandi guerrieri i Somali, sono cani morti.

All’aeroporto, stiamo per imbarcarci quando vediamo arrivare un personaggio con una cabina sulle spalle; nella piazza davanti all’ingresso dell’aereo, si siede e ci dice:

«Tassa di imbarco venti dollari». Non so se picchiarlo o ridere, ma mi fanno capire che non è uno scherzo, il tipo piazza un po’ di timbri rubati chissà dove ed incassa i verdoni. Sono furioso, ho pagato una tassa in uno Stato senza governo e mi hanno pure messo un timbro originale con firma di un signor nessuno: è una rarità, lo conserverò gelosamente, la dogana dello stato fantasma.

Quando finalmente le ruote dell’aereo si staccano da terra e vedo la Somalia dall’alto prometto a me stesso di non tornare mai più.

DONG, DONG, DONG…


Note:

[1] Termine tecnico per: interrompere il decollo.


  • Attualmente funzionario per le tecnologie del Ministero della Cultura, diver supervisor dei subacquei dello STAS (Servizio Tecnico per l'Archeologia subacquea della Liguria).
    Laurea Specialistica in "Educazione degli adulti e formazione continua" Universita di Genova, Commercial Diver (palombaro civile) e formatore degli istruttori subacquei anche per immersioni tecniche (uso di miscele respiratorie diverse dall'aria per immersioni profonde).
    Formatore di soccorso in acqua, elisoccorso e subacqueo.
    Primo capitano nella Brigata Paracadutisti Folgore con diverse missioni all'estero, per il Corpo Militare della CRI, formatore alle forze armate di MINE RISK EDUCATION ed assistenza sanitaria per incidenti da esplosioni.
    In qualità di operatore umanitario è stato logista in Somalia per l'ONG INTERSOS dove ha fatto parte del primo nucleo di sminatori umanitari Italiano.
    In ambito sportivo ex agonista di pallanuoto (due secondi posti campionato italiano under 18), membro della nazionale italiana militare per la competizione internazionale BOESELAGER CUP (gara di pattuglie esploranti internazionale) 4° posto nella NATO.
    Autore del libro "Uscita di sicurezza", vincitore di diversi riconoscimenti per romanzi.

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