Capitolo XXXIV
A Nairobi mi ospita ogni tanto il mio ex collega militare medico, che nel frattempo ha già un figlio, fa il chirurgo all’ospedale delle Consolata Sister.
È raggiante, sogna la villa con la piscina e, dal punto di vista professionale: «Sai, qui, faccio qualunque tipo di operazione, in Italia avrei dovuto portare la borsa per anni per levare poi le tonsille, non c’è paragone».
Decido di provare a rubare le uova agli struzzi, la paga è mille dollari al mese: non è tanto per i soldi, ma trovo eccitante l’idea di volare con quello strano aquilone gigante. La guida di un deltaplano a motore è molto diversa da quella di un aereo, però i principi sono gli stessi. Una volta familiarizzato con il mezzo, parto con a bordo la mia guida mao mao: lui mi indicherà dove atterrare, scenderà a prendere le uova e fuggirà a bordo come un fulmine.
Il mio compito consisterà nel non fare spegnere il motore del mezzo e decollare a razzo, perché la femmina dello struzzo è alta due metri, corre come un treno e non mi attrae l’idea di spiegarle come mai porto i suoi pupi a fare un giro volante. Effettivamente è molto divertente ed i panorami sono fantastici, specie al tramonto. Non ho mai capito se sottrarre le uova agli struzzi fosse davvero pericoloso oppure se tutta la pantomima del mao mao fosse una clamorosa presa per il culo, in ogni caso non faccio in tempo a scoprirlo perché l’affidabilità degli Italiani all’estero rende tutto ciò irrilevante; la carenza di personale era dovuta al fatto che non pagavano; bene, almeno mi sono divertito.
Mi contatta lo sceriffo: «Parte l’operazione lago Turcana, ho fatto l’impossibile per metterti dentro, devi ringraziare il Presidente, comunque vieni che ti spiego… A proposito, ora la tua paga sono duemila dollari mensili». Si trattava di organizzare la sicurezza per una miniera d’oro vicino al lago Turcana, un posto selvaggio e raggiungibile solo con l’elicottero. Lui avrebbe gestito una tribù di guerrieri locali famosi per essere dei sanguinari, avrebbero controllato la zona intorno come delle ombre. Inoltre siccome l’appalto era degli Inglesi (che strano!), avevamo sei compagnucci, sei ex SAS, il meglio dei guerrieri di sua Maestà Britannica in congedo.
Il mio compito era gestire le comunicazioni tra il campo e Nairobi ed, in generale, con l’elicottero (i telefonini non esistevano). I nostri compagnucci erano veterani di tutte la missioni ufficiali e non, condotte dall’Inghilterra fino a quel momento; al confronto io ero un bimbo dell’asilo. Inoltre gli eravamo simpatici come un dito in un occhio (d’altronde eravamo stati loro imposti dall’alto). Dico allo sceriffo:
«Ascolta, vorrei tornare in Italia per un po’: non vedo la mia famiglia da un anno». «Ok, che armi vuoi?». «Posso scegliere quello che voglio?». «Sì, sì, quello che vuoi». «Dunque: pistola Desert eagle e fucile Barret». «Ci vai pesante eh? Va bene». La Desert eagle è la pistola più potente esistente, un cannone in miniatura, lo stesso dicasi del Barret tra i fucili – lo usavamo anti-cecchino, perché non ti puoi nascondere da nessuna parte: perfora i muri.
Volo di ritorno, è notte riconosco i paesi della Riviera di Levante in avvicinamento a Genova, sono contento, provo la sensazione del pirata in rientro a Tortuga da una lunga scorreria. All’aeroporto mio padre: questa volta leggo il sollievo sul suo volto nel vedermi, chissà quanti pensieri e preoccupazioni ha provato in questi anni. Mi ritrovo strano a pensarci, non è da me, il principe dell’egoismo.
Sono stupito nel vedere tanta gente bianca, ormai mi sentivo nero fra i neri. Una piacevole sensazione di sicurezza nel non vedere gente armata, nel non sentire spari, urla, il rumore ossessivo del gruppo elettrogeno, mi sto rilassando, un bimbo che prende le coccole e si addormenta. È ancora estate, la trascorrerò a Zoagli, dove c’è un centro di immersioni, quasi quasi mi prendo il brevetto da sub in attesa di ripartire.
Telefono allo sceriffo, che mi dice: «Mi dispiace sei fuori, il general manager è precipitato con l’aereo, quello nuovo non ti vuole ed il Presidente si espone solo per me, mi dispiace». Sarà un segno del destino, mi sa che di brevetti me ne prendo anche due. Non sono più abituato a vivere in casa con la famiglia, ho bisogno di aria, autonomia, mi comprerò un appartamentino nei vicoli.
DONG, DONG, DONG…



