Capitolo XXXVI
Quando il cielo non bastava
Ligabue, Ci sei sempre stata
non bastava la brigata
eri solo da incontrare
ma tu ci sei sempre stata.
Il mio lavoro come buttafuori si era stabilizzato in un locale di Nervi, il Señor do Bonfim, dove operavo come free lance. Fu in quel locale, che una sera vidi sbarcare un’aliena: Dafne, camminava decisa in mezzo alla sala gremita, ma io riuscivo a percepire solo lei, altissima, capelli lunghi biondi, vestita sportiva di nero, spiccava come un giglio nel letame.
Dovevo conoscerla: la guardo meglio e mi ricordo che è l’amica di una mia ex, meglio, sarà più semplice attaccare discorso. Dal bar mi riconosce, iniziamo a parlare, parlare…
Gli argomenti si susseguono, improbabili con un’altra, arti marziali, sport, ma anche letteratura, alla fine le do il mio numero di telefono: «Chiamami… davvero…»
Mi chiama, ci vediamo al palazzo Ducale, anche lì una visione. Iniziamo a girovagare per i localini del centro storico, la prendo per mano. Una sensazione molto diversa dal solito, non sono mai stato un santo ed in quel periodo ancora meno, lavorando nei locali notturni le donne non rappresentavano sicuramente un problema, ma quella tensione, quella sensazione di avere a che fare con qualcosa di prezioso, da non sporcare, era una novità.
Dopo due mesi, convivevamo, e dopo tre le dico: «Lo facciamo un bambino?». «Ma sì, facciamo un bambino». Passa un mese, a casa mia a sera inoltrata, mi dice: «Ma che odore di ammoniaca che c’è!» Io non sento niente. Dopo un po’ «Mamma mia che voglia di patatine fritte, ma proprio voglia!». Comincio a ridere «Mi sa che sei incinta, te le vado a prendere». Esco emozionatissimo, magari è un capriccio, ma chissà, perché me la sento bene, così inizio un tour per i vicoli alla ricerca delle patatine, che termina al mitico Britannia, dove infatti ordino: «Buonasera, delle patatine fritte formato donna incinta!».
È incinta! Le dico: «Ci sposiamo? Però io, te e due testimoni». «Va bene.»
I suoi genitori mi avevano visto una volta di sfuggita, poi ero passato alla D’Annunzio con l’aereo da turismo in prossimità della sua casa, con sua madre che guardava allibita un puntino che si agitava nel cielo tentando di farsi riconoscere, insomma l’unica cosa che sapevano bene è che ero un buttafuori volante, il che non rappresenta esattamente il massimo della collocazione sociale per la figlia, nell’immaginario dei genitori.
Organizziamo il viaggio di nozze con l’aeroplano, destinazione Venezia aero superficie di San Marco. Mi faccio prestare uno dei primi Gps in commercio, disegniamo la rotta, pianifichiamo il volo, possiamo sposarci. Matrimonio alle dieci ci svegliamo alle nove, jeans, camicia e due testimoni, suo fratello e il mio amico filosofo, Gilberto. All’aeroporto mi hanno addobbato il velivolo con dei palloncini, per cui la torre di controllo: «Autorizzato rullaggio… ovviamente senza palloncini…»
Decolliamo, le condizioni meteorologiche non sono ideali, formazioni temporalesche sugli Appennini e noi dobbiamo superarli. A La Spezia provo a salire per vedere di trovare uno spiraglio, ma niente, io non sono abilitato al volo strumentale, perciò la cosa si fa pericolosa. Aumenta la turbolenza, Dafne ha un po’ di nausea, ci guardiamo negli occhi e ritorniamo indietro, andremo in un albergo a Porto Venere.
Il giorno seguente decidiamo di rendere partecipi dell’evento i suoi genitori, che erano in campagna in un paese sull’Appennino Tosco Emiliano. Dobbiamo ancora entrare in casa che la madre ha già intuito tutto e sorride; arriviamo dal padre, siciliano purosangue: «Vi dobbiamo dire una cosa: ci siamo sposati». In quel momento, come in un fumetto, si vede andare in frantumi il legittimo sogno di un padre di accompagnare la figlia all’altare.
Il pover’uomo è allibito, chiuso in un tremendo silenzio quando: «… ed aspetto un bambino». A quel punto l’uomo stramazza sulla poltrona con lo sguardo perso nel vuoto, occorrerà tempo perché si riprenda e ancora adesso non so se ci ha mai perdonati.
Il periodo della gravidanza lo viviamo in lievitazione ad un palmo da terra, tutto quello che esiste siamo noi ed il bambino in arrivo, anche il lavoro non mi pesa, sono in uno stato di perenne pace. Mi trovo a parlare sul pancione di Dafne ed ogni volta Andrea mi sente e si muove, una simbiosi a tre che non si può descrivere. Cerchiamo una casa più grande, ne trovo una con terrazzo vista tetti all’expo, sempre centro storico. Su sei appartamenti l’unico abitato era il nostro, il resto abbandonato ed al posto del portone di ingresso, una porta in legno fatiscente che chiunque poteva aprire.
La nostra casa misurava circa cinquanta metri quadri, in pratica tutto a vista, estremamente carina, ma certamente non grande. Dafne chiama sua madre «Mamma vedessi che salone…». Non so che sostanze assumessimo, comunque doveva essere uno stupefacente bello forte, ai nostri occhi era tutto superlativo, le dimensioni della casa? Enormi. Il nostro isolamento era rotto saltuariamente dall’esigenza di invitare ad uscire gentilmente dagli appartamenti abbandonati gli inquilini abusivi: tossici, barboni, marocchini… ciò animava ogni tanto le serate che, per il resto, erano come quelle delle normali famiglie italiane.
D’altro canto, il centro storico di Genova o lo si ama o lo si odia, come l’umanità che lo popola, personaggi degni di essere immortalati in romanzi e squallidi figuri simili a topi di fogna. Sei piani di scale ci separavano dalla strada per cui dovevamo essere pronti a cogliere i segni del parto per avviarci per tempo in ospedale, quindi: occhio all’orologio e mano sul pancione, per misurare la frequenza delle contrazioni.
È sera, Anna vuole andare in ospedale, la visitano e ci dicono che ci vuole ancora un po’ di tempo, siamo in attesa. Passa un’oretta ed entriamo in sala parto, mi fanno vestire un camice da infermiere e una sanitaria mi dice: « Signore… siamo sicuri che ce la facciamo ad assistere, non è che ci sviene li, mica per altro, chi ce la fa a spostarla!». Le avrei voluto citare la frase di un noto film io ho visto cose che voi umani… In Africa avevo assistito a parti, aborti, raschiamenti, ma quando sei coinvolto direttamente le cose cambiano.
Comunque, come un attore consumato le sostengo lo sguardo indagatore e la convinco. «Bene signore allora si deve mettere di lato, riposizionare le mani della signora sulle maniglie del letto da parto, se le leva durante la spinta, darle da bere se ha sete, mantenerle il capo in avanti durante le contrazioni e… ovviamente sostenerla moralmente ». Niente altro? No, perché se dovevo farla partorire io ce ne stavamo a casa.
Comunque, posizionano un sensore per rilevare il battito cardiaco del bambino ed uno strumento per rilevare l’intensità della contrazione su di un monitor, che in pratica è un misuratore di dolore: vedi il segnale che sale di ampiezza sullo schermo e senti in viva voce l’urlo della partoriente, il tutto ogni minuto circa. Questa tortura va avanti per ore, non c’è abbastanza dilatazione, provano a somministrarle ossitocina ma niente, la dottoressa preme con l’avambraccio sulla pancia ma niente, la fanno stare in posizione seduta e… niente.
Da parte mia continuo ad assistere da bravo crocerossino, dissimulando la preoccupazione e cercando di sostenerla. Mi sporgo oltre il telo sulla pancia e dico: «Dai che ci sei, ancora uno sforzo, si vede la testa, ma come mai è nero?». Mi becco un paio di insulti, comunque Dafne non è in condizione di apprezzare le mie battute umoristiche, non ne può più, sono sei ore che spinge, inizio a preoccuparmi. Ad un tratto al termine dell’ennesimo urlo di dolore parte il tifo dei sanitari poi un armeggiare concitato e finalmente un vagito liberatorio.
Andrea è nato, lo pongono un attimo in braccio a Dafne, io la abbraccio da dietro, non riesco a trattenermi e comincio a piangere a dirotto, l’emozione più intensa della mia vita.
Lo prendono e mi dicono: «Lo vuole lavare?». Non so se sia possibile descrivere quel momento: tieni tuo figlio in braccio tutto sporco di sangue, piange fortissimo, ma non ti fa impressione, sembra un pianto incazzato, sembra volerti dire sono fuori ci sono anch’io, mentre lo lavi e piangi ti viene da levarlo al cielo come gli antichi e presentarlo al mondo: questo è Andrea, mio Figlio.
Lo hanno portato via, Dafne finalmente riposa, io ritorno a casa che è l’alba, l’alba di un giorno molto speciale, tra qualche ora ritornerò con i parenti e la telecamera nuova per fare ore e ore di riprese allucinanti e scontate, ma per il momento mi godo l’aria fredda di gennaio ed il sole che nasce, mentre alcuni uccelli volano verso il mare: sarà che sono stravolto dalla stanchezza, ma mi sembra di buon auspicio, benvenuto Andrea.
I giorni successivi mi organizzo modificando un marsupio che diventerà una specie di amaca appesa al mio collo, gli mettiamo una tuta intera simile a quelle da sci e ce lo portiamo in giro per area dell’expo. Una sensazione strana mi pervade, cammino orgoglioso con il fagotto in braccio, tutti i sensi sono in ascolto per prevenire qualunque minaccia circostante, in pratica un gorilla silverback che si aggira a piede libero per la città. Lo spazio libero tra me e gli altri aumenta almeno della distanza del mio braccio e faccio capire in maniera abbastanza evidente che non gradisco che estranei tocchino il mio prezioso passeggero.
Stiamo facendo la spesa ad un supermercato nel centro storico, Andrea piange, ha fame, mi appresto a pagare presso la cassa, quando con la coda dell’occhio scorgo una mano che scuote il piedino, alzo lo sguardo e vedo un tizio pelato con gli occhi allucinati che bofonchia qualcosa d’incomprensibile. La reazione è immediata mi ritraggo e gli intimo di allontanarsi, questo si avvicina per toccare il mio piccolo. Quello che vedrà la cassiera sarà un gorilla che con un braccio protegge la prole e con l’altro solleva un cliente e lo conficca in un cumulo di bottiglie di acqua. La scena successiva sarà Dafne che si scusa e mi spinge fuori dal supermercato mentre minaccio il tipo che mi dà del maleducato.
Scopriremo in seguito che il cliente in questione era un tossico malato di AIDS, probabilmente innocuo, che, sentendo piangere Andrea voleva consolarlo, peccato che l’istinto di protezione del silverback lo avesse percepito come una minaccia e fosse passato in modalità sopravvivenza. Come un interruttore, tutte le funzioni razionali si erano annullate, esisteva solo il mio piccolo a qualunque costo, una reazione discutibile ma piacevolmente animalesca.
Passa un anno ed esce un concorso per diventare Istruttori di difesa personale della Polizia di Stato, sono tre mesi di corso a Roma, Dafne ci terrebbe, ma con il bambino… Le dico: «Ma senti un po’, di che ti preoccupi, il fine settimana sali, intanto mi levo dalla discoteca per un po’». Iniziano così le levatacce notturne, le pappette, le giornate ai giochini, ma che soddisfazione: ogni settimana Dafne vedeva i progressi del piccolo, ed io, a parte la fatica, me la godevo un mondo a fare il mammo.
Avevo sostituto il marsupio con uno zaino da montagna porta bambini, per cui il contatto gorilla-scimmiotto era continuo. La cosa proseguì sino a che mi accorsi che oramai pesava 13 chili ed essendo molto alto, le sue gambe penzolavano fino alle mie ginocchia; non potevo più portarlo in spalla. Mi sarebbe mancato il contatto fisico.
Dafne è ritornata, camminiamo, vedo un cartello pubblicitario di corsi per diventare istruttori subacquei, sulle prime penso che ho altro a cui pensare ora, ma Dafne mi dice: «Perché no, così chiudi un percorso e poi… ti piace». E così divento istruttore subacqueo.
DONG, DONG, DONG…



