Capitolo XXXVIII
Mio figlio cresce e il lavoro notturno mi pesa, non vedo l’ora di ritornare a casa e questo mi rende irascibile ed aggressivo con i clienti. La cosa mi disturba molto e comincio a pensare di lavorare come sommozzatore presso qualche ditta a Genova.
“Operatore tecnico subacqueo”, praticamente una moderna definizione di palombaro. Studio, mi alleno, chiedo a degli amici che hanno ditte subacquee di insegnarmi qualcosa. Passo l’esame da privatista, un colpaccio, ho speso sì e no cinquantamila lire, il corso sarebbe costato sette milioni di lire.
Un amico subacqueo mi segnala un lavoro in Sardegna, così mi trovo a Golfo Aranci ad abbassare il fondale del porto per consentire l’attracco ad un traghetto più grande. Si trattava di utilizzare uno scavatore terrestre, adattato per l’occasione al lavoro subacqueo, per demolire il fondo, il rumore del martello in acqua è fastidiosissimo, il mezzo cingolato lo si guidava inginocchiati in cabina, che era stata privata di ogni sedile.
Guidare un escavatore in acqua è decisamente diverso rispetto a terra, innanzi tutto diventa leggero, un po’ perché il motore è posto esternamente, un po’ per via della spinta idrodinamica; fatto sta che per superare scogli o pendenze si ha una spiacevole sensazione di scivolamento ed instabilità.
Dove non si arrivava a demolire con il mezzo meccanico, si usava il martello pneumatico a mano. Il fondale era formato da puro granito sardo: in pratica, con il martello, praticavo dei fori ravvicinati lungo le lastre di roccia e poi, forzando, cercavo di sfogliare la lastra. Ovviamente il tutto si faceva senza pinne e con una zavorra pesantissima, in modo da compensare la spinta del martello. I turni erano scanditi dall’esaurimento dell’aria della bombola, per cui, all’esaurimento si legava la bombola vecchia al pontile e ne veniva calata una nuova.
Un evento magico segnalava la fine giornata: inspiegabilmente il martello non funzionava più e, cosa preoccupante, cominciava ad allontanarsi da solo (veniva tirato via tramite la manichetta dell’aria), fatto che di solito avveniva in concomitanza all’approssimarsi del traghetto veloce, per cui bisognava uscire dall’acqua velocemente (con trenta chili di zavorra e senza pinne, non era proprio semplicissimo!). Altri sfiziosi lavori subacquei erano il taglio, la saldatura e le operazioni di muratura.
Inizio l’attività di formatore nei corsi per Sommozzatori professionisti, insegno Arti marinaresche e tecniche subacquee, ho appena deciso che insegnare è meno faticoso che lavorare come sommozzatore (forse). Siamo in esercitazione subacquea con gli allievi, obiettivo formativo del giorno è l’ispezione di una condotta subacquea sino alla profondità di cinquanta metri e riportare tutto ciò che si è notato nel successivo debreafing. Detta così sembra una banalità, ma ricordarsi di tutti i particolari di una condotta (da quante sezioni è composta e quanti zinchi anticorrosione ha), con l’aumentare della profondità e della conseguente narcosi, diventa decisamente impegnativo, specie se non si è allenati.
Normalmente la cosa si concludeva con una decompressione di venti minuti e relativo racconto in aula, dove gli allievi, confrontando le riprese del tubo, verificavano il quanto la profondità li aveva rincoglioniti. Questo normalmente.
Quel giorno il mare mosso e il vento teso ci avevano costretti a tuffarci al volo dall’imbarcazione, non potendo questa dare àncora. Come di consueto chiudevo il gruppo di allievi e, giunti a cinquanta metri, al terminale della condotta, rientravamo. Come sempre tenevo una quota leggermente superiore agli altri, in modo da poter intercettare un’eventuale “pallonata” di qualche sub impanicato.
Vedo l’ultimo della fila che non riesce a tenere il passo con il gruppo, comincia ad usare anche le braccia per aumentare la velocità, ma il risultato è un movimento scomposto totalmente inefficace. Ad un tratto controlla il manometro dell’aria subito si volta per cercarmi, ma non mi vede, perché sono sopra, e parte come una astronave. Lo intercetto a quarantacinque metri, gli sgonfio il giubbotto equilibratore, ma continuiamo a salire, pinneggia come un pazzo.
Mi leva l’erogatore dalla bocca e comincia a respirare come un mantice. Recupero il mio secondo erogatore e mi tengo per l’imbrago del suo giubbotto cercando di tranquillizzarlo, ma i suoi occhi sono sgranati e tanto fissi che sembrano riempire la maschera. Sono seriamente incazzato; dopo il cibo, l’aria è l’unica cosa che non sopporto mi si tolga di bocca. Guardo il suo manometro e… segna “zero”.
Brutta situazione, il mantice umano mi sta’ portando in superficie, consumando la mia aria, il che, considerato che dobbiamo fare venti minuti di decompressione, mi fa ancora più incazzare.
Stiamo risalendo nel blu, senza cime guida e quindi senza punti di riferimento. Non riesco a lanciare il pedagno di segnalazione, perché sto cercando di dissuadere gentilmente il mantice dallo spingere come un’orca verso l’alto. Arriviamo a circa sei metri di profondità, quando, a forza di amichevoli strattoni, convinco il mio amico a stare fermo e finalmente cerco di mantenere un assetto tranquillo per lanciare il pallone di segnalazione.
Mentre armeggio per effettuare l’operazione, mi accorgo di una certa fatica inspiratoria: abbiamo finito anche la mia aria, con venti minuti di decompressione da fare. Usciamo, meglio in camera iperbarica, che annegati.
Nel frattempo, il campione mondiale di consumo d’aria è passato dall’iperattività alla catalessi, non parla, non si muove, mi guarda e basta. In superficie, tra onde e vento, riesco a scorgere a stento la barca appoggio, provo a trascinare il mio amico tirandolo per la rubinetteria delle bombole, ma il vento ci sposta verso il mare aperto.
Fortunatamente il barcaiolo ci vede ed accorre in soccorso. L’uomo in catalessi non reagisce, devo spogliarlo dell’attrezzatura in mare per passarla in barca, alla fine lo sbatto sulla scaletta ed il barcaiolo riesce a issarlo a bordo, un po’ ammaccato, ma al sicuro. Lo adagio su una panca ed inizio a somministrargli ossigeno puro, come del resto sto facendo per me stesso. Normalmente i sintomi della patologia da decompressione insorgono nei primi minuti dall’emersione, può trattarsi di formicolii o dolori articolari se va bene, se invece insorgono nausea, confusione, mancanza di equilibrio allora sei veramente nei guai e ti conviene infilarti in tempo zero in camera iperbarica.
Peccato che la camera più vicina sia a cinquanta chilometri di distanza. L’amico si è ripreso e non lamenta sintomi particolari a parte uno: non si ricorda di nulla. Qualcuno ha spento la luce nel momento in cui si è accorto di aver finito l’aria e non mi ha visto, dopodiché l’hanno riaccesa che lui si trovava sulla panca della barca.
L’ossigeno puro fa il suo lavoro e la fortuna pure, nessuno di noi accusa problemi, abbiamo sfidato la statistica medica ed è andata bene. Chi ha detto che insegnare è meno faticoso che lavorare?
DONG, DONG, DONG…



