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Bangladesh: il ruolo dei Fratelli Musulmani

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I fatti

Con una nota ufficiale diffusa il 20 dicembre 2025, il Press Club of India[1] ha assunto una posizione ferma in merito agli sviluppi politici in Bangladesh, intervenendo nel dibattito aperto dopo l’insediamento del governo ad interim.

Nel documento, l’organismo che rappresenta la stampa indiana stigmatizza con forza le violenze registrate nei confronti dei media, citando in particolare gli attacchi, gli incendi e gli episodi di vandalismo che hanno colpito le redazioni dei quotidiani Prothom Alo[2] e The Daily Star[3]. Il comunicato fa inoltre riferimento a pressioni e minacce rivolte a figure di primo piano del giornalismo locale, tra cui Nurul Kabir[4].

Il Press Club of India richiama l’attenzione anche sulla detenzione di oltre un centinaio di giornalisti, arrestati con accuse considerate gravi e trattenuti senza un regolare procedimento giudiziario, sollecitandone la liberazione immediata. Nel testo si ribadisce che un’informazione libera, indipendente e responsabile costituisce uno dei fondamenti essenziali di un sistema democratico. Qualsiasi tentativo di colpire o intimidire i media, si sottolinea nella presa di posizione, viene giudicato inaccettabile perché lesivo della libertà di espressione e dei principi dello stato di diritto.

Le proteste

Le manifestazioni che hanno bloccato ampie aree del Bangladesh in seguito alla morte di Sharif Osman Hadi[5], figura di primo piano della sollevazione che un anno e mezzo fa portò alla caduta del governo di Sheikh Hasina[6], non rappresentano soltanto un nuovo episodio di tensione in un contesto già segnato da fragilità strutturali.

Gli scontri registrati a Dhaka ed in altri grandi centri urbani, caratterizzati da cori ostili all’India e da azioni violente contro organi di informazione considerati fino ad ora equidistanti, si collocano infatti all’interno di una dinamica più ampia. In gioco vi sarebbe il tentativo, da parte di movimenti islamisti organizzati, di occupare lo spazio politico in una fase particolarmente sensibile della transizione istituzionale del Paese.

La protesta dei manifestanti contro Sheikh Hasina.
La protesta dei manifestanti contro Sheikh Hasina.

L’esecutivo provvisorio guidato da Muhammad Yunus[7] ha invitato la popolazione alla moderazione e rafforzato la presenza delle forze di sicurezza, definendo la situazione un passaggio decisivo per il futuro democratico nazionale. Secondo osservatori regionali, la realtà sul campo appare più articolata: le proteste sarebbero state rapidamente intercettate e strumentalizzate da gruppi radicali, mentre l’India segue con crescente allarme le intimidazioni rivolte a rappresentanze diplomatiche ed istituti culturali.

In questo scenario, Nuova Delhi tende ad essere indicata come responsabile esterna delle tensioni, una narrazione che, secondo diverse analisi, finirebbe per coprire le difficoltà delle autorità locali nel ristabilire la sicurezza e nel garantire un processo elettorale credibile.

I Fratelli Musulmani

Un’interpretazione più ampia degli eventi emerge dalla posizione assunta dalla Fratellanza Musulmana, che già nell’agosto 2024 aveva accolto la caduta di Sheikh Hasina definendola una rivoluzione popolare. In quell’occasione, il movimento aveva esortato il Bangladesh a portare a compimento quel processo attraverso la nascita di un governo civile, presentato come indipendente da condizionamenti militari. Una retorica che richiama schemi consolidati: attribuzione di una legittimità morale agli eventi, rivendicazione del lessico democratico e rifiuto mirato delle istituzioni quando queste non risultano funzionali ad un disegno politico di matrice islamista.

Secondo Michael Rubin[8], ricercatore dell’American Enterprise Institute[9], le mobilitazioni non possono essere interpretate come un’espressione spontanea di disagio sociale. Al centro della crisi vi sarebbe piuttosto il ruolo di Jamaat-e-Islami[10], formazione islamista con solidi legami ideologici con la Fratellanza Musulmana ed un passato segnato da episodi di violenza politica.

Rubin evidenzia come Jamaat, pur essendo formalmente bandita, continui a proporsi come risposta a presunte “ingiustizie sociali”, trasformandosi di fatto in un modello di estremismo ideologico organizzato, coerente e capace di operare su scala transnazionale. Un universo che, nel tempo, ha contribuito a generare o ad ispirare gruppi jihadisti attivi in diverse aree del subcontinente indiano.

Emblema attuale di amaat-e-Islami (a sinistra), grafica temporanea utilizzata dai media (al centro), nuovo logo proposto (a destra).
Emblema attuale di amaat-e-Islami (a sinistra), grafica temporanea utilizzata dai media (al centro), nuovo logo proposto (a destra).

Il peso della storia continua a farsi sentire. Jamaat-e-Islami è stata direttamente coinvolta nei crimini commessi nel 1971 durante la guerra d’indipendenza del Bangladesh[11], al punto da essere chiamata a rispondere davanti ad un tribunale internazionale con l’accusa di genocidio. Nonostante il partito sia stato messo al bando e colpito da sentenze di condanna durante i governi della Awami League[12], la sua rete sociale non è mai stata del tutto smantellata. A sottolinearlo, in un intervento pubblicato mesi fa sul Times of Israel[13], è stato Sergio Restelli[14], secondo il quale l’islamismo di matrice legata alla Fratellanza continua ad esercitare una forte influenza su ampi settori della società bangladese, grazie a circuiti educativi, assistenziali ed informali, soprattutto nelle zone rurali e semi-urbane.

Questo radicamento aiuta a spiegare perché la fase successiva alla caduta di Sheikh Hasina abbia immediatamente aperto spazi politici occupati dagli attori meglio strutturati; allo stesso tempo, consente di leggere il ritorno sulla scena di un protagonista esterno di primo piano: il Pakistan. L’Inter-Services Intelligence[15] ha infatti storicamente sostenuto Jamaat-e-Islami come strumento ideologico e politico, mantenendo il Bangladesh come possibile fronte secondario per esercitare pressioni sull’India, in particolare nel delicato Nord-Est. La riattivazione di reti jihadiste dopo l’uscita di scena di Hasina rafforza così l’ipotesi di un coordinamento regionale mirato a compromettere il processo elettorale ed a rendere progressivamente accettabile la presenza islamista nello spazio pubblico.

Queste dinamiche locali si inseriscono però in un contesto più ampio. Un recente rapporto dell’Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy[16] descrive la Fratellanza Musulmana come un progetto ideologico di lungo periodo, fondato sulla strategia del tamkeen[17]: una penetrazione graduale e sistematica di istituzioni, università, media e società civile. Non una presa del potere immediata attraverso la violenza, ma una conquista progressiva dello spazio culturale e politico, capace di adattarsi ai diversi contesti nazionali. In questo schema, il Bangladesh appare sempre più come uno dei principali teatri di applicazione di tale strategia.

È all’interno di questa cornice che va letto anche il mutamento di atteggiamento degli Stati Uniti. Il 24 novembre Donald Trump ha firmato un Executive Order che avvia la procedura per designare come organizzazioni terroristiche diversi rami della Fratellanza Musulmana, attivi in Libano, Egitto e Giordania. Il provvedimento, destinato con ogni probabilità ad essere ampliato, coinvolge il Dipartimento di Stato, il Tesoro, il Dipartimento di Giustizia e le agenzie di intelligence, con l’obiettivo di colpire penalmente il sostegno alla rete fratellista attraverso sanzioni economiche e limitazioni sui visti. Secondo la Casa Bianca, la Fratellanza sarebbe al centro di iniziative di destabilizzazione contro interessi ed alleati americani, mantenendo legami operativi diretti con gruppi come Hamas e Hezbollah.

In questo scenario, il Bangladesh cessa di apparire come una crisi marginale ed assume i contorni di un caso emblematico. Diventa l’esempio di come l’islamismo politico cerchi di sfruttare le fasi di transizione, rivestendo un progetto ideologico radicale di un lessico incentrato su democrazia e giustizia. Per Stati Uniti, India ed altri attori regionali, la posta in gioco va oltre la tenuta politica di Dhaka: riguarda la capacità di individuare ed arginare una minaccia transnazionale che prospera nei vuoti di potere e nelle ambiguità delle risposte occidentali.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://pressclubofindia.org/

[2] https://www.prothomalo.com/

[3] https://bangla.thedailystar.net/

[4] https://en.wikipedia.org/wiki/Nurul_Kabir

[5] https://ilmanifesto.it/trema-il-bangladesh-centinaia-di-migliaia-al-funerale-dellattivista

[6] https://www.caputmundi.info/2024/08/14/sheikh-hasina-il-primo-ministro-rappresentativo-della-storia-del-bangladesh/

[7] https://www.caputmundi.info/2025/11/28/bangladesh-dalla-guida-del-paese-alla-condanna-a-morte/

[8] https://www.aei.org/multimedia/discussing-rising-islamism-in-bangladesh-rubin-at-the-rayburn-building-house-of-representatives/

[9] https://www.aei.org/

[10] https://jamaat-e-islami.org/en/index.php

[11] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bangladesh-la-nuova-frontiera-del-jihad-15391

[12] https://albd.org/

[13] https://blogs.timesofisrael.com/bangladeshs-islamist-violence-is-a-growing-threat-to-israel-and-europe/

[14] https://blogs.timesofisrael.com/author/sergio-restelli/

[15] https://www.osservatorioanalitico.com/?p=4772

[16] https://isgap.org/

[17] https://www.panorama.it/attualita/esteri/usa-verso-la-designazione-della-fratellanza-musulmana-come-organizzazione-terroristica-internazionale

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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