GeopoliticaGeopolitica e Relazioni Internazionali

Siria: le accuse della Turchia sull’operato di Israele

4.8/5 - (860 votes)

Le prospettive

Turchia ed Israele presentano visioni profondamente divergenti sul futuro della Siria dopo la fine del governo di Assad. Ankara interpreta il crollo del potere baathista[1] come un’occasione per promuovere la stabilità regionale attraverso la costruzione di uno Stato siriano solido, unitario e fortemente centralizzato. Secondo questa impostazione, un’autorità centrale efficace rappresenterebbe un fattore di equilibrio e sicurezza.

Di tutt’altro avviso è Israele, che considera il nuovo governo siriano una potenziale minaccia strategica. In questa prospettiva, Tel Aviv mira ad evitare il rafforzamento delle istituzioni centrali siriane, ritenendo preferibile una Siria politicamente debole e frammentata, incapace di proiettare potere nella regione.

È proprio questa contrapposizione di obiettivi a costituire il fulcro delle tensioni tra Turchia e Israele nel contesto siriano. La questione centrale riguarda l’interpretazione, da parte di Ankara, delle operazioni israeliane sul terreno, l’individuazione delle linee rosse che la Turchia intende far valere e le modalità attraverso cui il governo turco ritiene di poter gestire questa sfida.

Bashar Al-Assad
Bashar Al-Assad

La visione turca del posizionamento israeliano

Secondo la lettura di Ankara, la nuova leadership siriana si trova ad affrontare tre forze esterne destabilizzanti, accomunate dalla stessa iniziale: ISIS, Iran ed Israele. Tra queste, le autorità turche indicano Israele come la minaccia più seria alla stabilità del Paese.

Israele viene descritto come il principale attore militare esterno responsabile dell’attuale destabilizzazione della Siria. Nei primi sette mesi successivi alla caduta di Assad, l’aviazione e l’artiglieria israeliane avrebbero condotto quasi un migliaio di operazioni — 988 tra bombardamenti e tiri d’artiglieria — un numero nettamente superiore rispetto alle 334 incursioni registrate nell’arco dei sette anni precedenti[2], quando l’obiettivo prevalente delle operazioni israeliane era la presenza iraniana sul territorio siriano. Parallelamente, Israele ha ampliato la propria presenza militare nel sud del Paese e ha fornito sostegno diretto a milizie druse che rivendicano apertamente forme di autonomia o addirittura l’indipendenza.

Dal punto di vista turco, questa pressione militare costante indebolisce la capacità di governare di Damasco, accentua le dinamiche di frammentazione interna e rischia di creare nuovamente spazi favorevoli alla riorganizzazione di gruppi estremisti, incluso lo stesso ISIS.

Le criticità non si limitano al piano militare. Secondo la visione turca, media riconducibili all’area israeliana diffondono con continuità narrazioni ostili nei confronti del presidente Ahmed al-Sharaa[3], in aperto contrasto con gli sforzi diplomatici volti a reinserire la Siria nei circuiti regionali ed internazionali. In ambienti riservati, esponenti israeliani sembra continuino a fare riferimento al leader siriano con il suo nome di battaglia risalente al periodo jihadista, un richiamo che evoca anche la questione delle Alture del Golan annesse da Israele[4].

Israele avrebbe inoltre tentato, senza successo, di ostacolare il riconoscimento internazionale del nuovo presidente e di bloccare l’alleggerimento del regime sanzionatorio nei confronti di Damasco. Per superare queste resistenze, Turchia ed Arabia Saudita avrebbero dovuto investire un notevole capitale diplomatico, in particolare nei confronti dell’amministrazione Trump, per favorire un cambio di orientamento a Washington.

La fragile “intesa” militare

In una fase iniziale, la Turchia aveva programmato l’istituzione di tre basi militari nella Siria centrale ma, dopo che Israele ha colpito le aree individuate per l’insediamento, Ankara ha sospeso il piano di dispiegamento. Successivamente, grazie alla mediazione dell’Azerbaigian[5], le due parti hanno concordato un meccanismo di coordinamento militare volto ad evitare incidenti sul campo, uno strumento che finora ha contribuito a ridurre il rischio di errori di calcolo e scontri non intenzionali.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ed il suo omologo siriano Al-Jolani.
Il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ed il suo omologo siriano Al-Jolani.

Secondo le autorità turche, tale intesa ha una natura esclusivamente tecnica e preventiva: viene descritta come una misura limitata, pensata unicamente per scongiurare incidenti operativi, senza implicare alcuna forma di normalizzazione dei rapporti né una convergenza più ampia sulle rispettive strategie in Siria. Ankara ribadisce che un’eventuale normalizzazione delle relazioni con Israele resta subordinata all’attuazione di un cessate il fuoco permanente nella Striscia di Gaza.

La Turchia guarda con crescente preoccupazione al ruolo di Israele nel contesto siriano, ritenendo che alcune sue politiche alimentino ambizioni separatiste all’interno del Paese. A livello regionale, Israele viene percepito sempre più come un possibile punto di riferimento per diversi attori, tra cui frange separatiste druse, residui dell’apparato del governo di Bashar al-Assad e le Forze Democratiche Siriane (SDF)[6], formazione a guida curda dominata dalle Unità di Protezione del Popolo (YPG)[7], considerate da Ankara un’estensione siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)[8], classificato come organizzazione terroristica. Documenti trapelati indicano inoltre che figure coinvolte in crimini di guerra durante l’era Assad avrebbero manifestato disponibilità a collaborare con Israele.

La presenza e l’influenza delle YPG rappresentano, per Ankara, la principale minaccia alla sicurezza in Siria. Le autorità turche si aspettavano che le SDF dessero seguito all’accordo del 10 marzo 2025[9], che prevedeva l’integrazione delle loro forze nel nuovo esercito siriano. Al contrario, il processo risulta attualmente bloccato. Secondo fonti turche, i raid israeliani condotti lo scorso anno contro il Palazzo Presidenziale ed il Ministero della Difesa a Damasco[10] avrebbero inciso in modo determinante sulla scelta delle SDF di non portare avanti l’intesa. In questo quadro, anche il dialogo avviato da Ankara con il PKK viene considerato strettamente legato all’evoluzione dell’accordo.

Il "mosaico siriano" post-Assad.
Il “mosaico siriano” post-Assad.

La Turchia minacciata nella sicurezza interna?

Le politiche adottate da Israele in Siria rappresentano, secondo Ankara, una fonte di rischio rilevante — seppur indiretta — per la sicurezza nazionale turca e per la sua stabilità interna. La preoccupazione più immediata riguarda la questione dei rifugiati: in assenza di una stabilizzazione duratura del territorio siriano, il rientro volontario di oltre due milioni di cittadini siriani attualmente presenti in Turchia rischia di rimanere bloccato.

Un livello di rischio più profondo è legato al dossier curdo e, in particolare, al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). L’assenza di una soluzione per il futuro delle Forze Democratiche Siriane (SDF) potrebbe compromettere il dialogo avviato con il leader del PKK, Abdullah Öcalan[11], che in passato ha invitato l’organizzazione alla smobilitazione ed allo scioglimento[12]. Un eventuale successo di questo percorso avrebbe implicazioni significative: potrebbe ridefinire gli equilibri della politica interna turca e rafforzare l’immagine dello Stato come garante dei diritti dei curdi, incidendo anche sull’eredità politica di lungo periodo del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Il processo di integrazione delle SDF nelle strutture statali siriane resta fermo, anche il fronte interno turco rimane paralizzato: le autorità di Ankara attribuiscono gran parte di questa paralisi alle iniziative israeliane in Siria, interpretate come una forma di interferenza diretta negli affari interni della Turchia.

In caso di fallimento definitivo dell’integrazione siriana, il governo turco non esclude un intervento militare diretto contro le SDF. In tale contesto, eventuali azioni israeliane volte ad ostacolare questa strategia verrebbero considerate una linea rossa invalicabile. Sebbene fonti ufficiali turche ritengano poco probabile uno scenario di questo tipo, Ankara individua altre due soglie critiche: un’occupazione israeliana su larga scala della Siria meridionale e qualsiasi iniziativa che possa mettere in pericolo la sopravvivenza del governo guidato da al-Sharaa.

La posizione geografica delle Alture del Golan, tra Siria ed Israele.
La posizione geografica delle Alture del Golan, tra Siria ed Israele.

La strategia turca

Di fronte all’aumento delle tensioni con Israele sul dossier siriano, la Turchia ha definito un approccio articolato su tre livelli.

In primo luogo, Ankara ha promosso l’idea di un meccanismo di sicurezza tra Damasco e Israele, ritenendo che un’intesa di questo tipo possa favorire atteggiamenti più pragmatici. In questa direzione, la Turchia sostiene un ruolo attivo di mediazione degli Stati Uniti e ha incoraggiato la Siria a sollecitare il dispiegamento di osservatori militari russi nel sud del Paese. Le intese militari nell’area a sud di Damasco sono considerate, dal punto di vista turco, di importanza strategica limitata.

Il secondo elemento della strategia è rappresentato da una scelta di gradualità. Ankara ha accantonato l’ipotesi di una rapida apertura di basi militari e di una riorganizzazione immediata delle forze armate siriane, preferendo un avanzamento progressivo. La Turchia sta però predisponendo le condizioni necessarie per poter affermare rapidamente una supremazia militare sul terreno qualora le mosse israeliane rendessero inevitabile un intervento più deciso.

Infine, Ankara guarda a possibili evoluzioni interne in Israele. Secondo valutazioni turche, un futuro cambiamento alla guida del governo israeliano potrebbe aprire nuovi spazi di dialogo. Le autorità turche ritengono che una stabilizzazione della situazione a Gaza — eventualmente nell’ambito di un piano promosso dall’amministrazione Trump — possa ridurre il livello di coinvolgimento israeliano in Siria.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://www.affarinternazionali.it/il-partito-baath-siriano-ha-supervisionato-mezzo-secolo-di-repressione/

[2] https://www.ilpost.it/2024/12/11/israele-bombardamenti-siria-assad/

[3] https://www.rsi.ch/info/dialogo/Ahmed-al-Sharaa-il-jihadista-riformato–2441999.html

[4] https://lospiegone.com/2024/12/21/alture-gola/

[5] https://iari.site/2025/04/14/azerbaijan-israele-e-turchia/

[6] https://it.insideover.com/schede/guerra/cosa-sono-le-forze-forze-democratiche-siriane-sdf.html

[7] https://it.insideover.com/schede/guerra/cosa-sono-le-milizie-ypg.html

[8] https://lospiegone.com/2017/03/07/pkk-dallorigine-ad-oggi/

[9] https://www.reportdifesa.it/siria-accordo-firmato-per-integrare-le-sdf-nelle-istituzioni-della-repubblica-araba-siriana/

[10] https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-07/israele-siria-usa-drusi-damasco-guerra.html

[11] https://it.wikipedia.org/wiki/Abdullah_%C3%96calan

[12] https://it.euronews.com/2025/05/12/storico-passo-del-pkk-scioglimento-dopo-46-anni-di-conflitto-armato

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

    Visualizza tutti gli articoli
Ti è piaciuto questo articolo? Apprezzi i contenuti di "Caput Mundi"? Allora sostienici!
Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *