Le etichette infamanti: tecnica di demonizzazione dell’avversario
Nessuno sa ancora come gli storici del futuro definiranno questo primo quarto del XXI secolo (di certo non Belle époque), ma noi contemporanei, acquattati come rane sulle sponde del torbido stagno del presente, potremmo provvisoriamente e ironicamente definirlo “l’età delle etichette”.
Mai, nella mia vita già abbastanza lunga, avevo conosciuto un periodo così incoerente e irrazionale come questo, in cui da un lato c’è chi nega dogmaticamente elementari dati biologici incardinati nella natura, come la binarietà maschile e femminile, e difende con furia dallo “stigma” sociale qualunque categoria fuori norma, ritenuta minacciata; ma in cui dall’altro i medesimi gruppi hanno elaborato e diffuso con incredibile forza di penetrazione una nutritissima serie di etichette ferocemente stigmatizzanti a danno di chi non condivida i loro assunti.
Vogliamo ripassarle? L’elenco è certamente molto incompleto: sessista, fascista, omofobo, razzista, trans-omofobico, odiatore, integralista, machista, classista… Altre sono di carattere prettamente politico, come “sovranista”, “populista” e, con accezione più ampia, estesa al dogma ambientalistico, “negazionista”.
A me qui ne interessa una molto recente, il cui terminus post quem è sicuro: il 24 febbraio 2022, data d’inizio della cosiddetta “operazione speciale” russa contro l’Ucraina. Si tratta di “putiniano”, etichetta che peraltro si sposa molto bene alla maggior parte di quelle prima elencate e dovrebbe avere il significato di “chi simpatizza con i metodi e il pensiero di Putin” e quindi sia autoritario ed illiberale: in una parola, incompatibile con il sistema valoriale di una democrazia occidentale.
Peccato che, nella furia purificatrice dei più zelanti maître à penser, il terribile stigma sia stato appiccicato a chiunque abbia osato analizzare con metodi storico-scientifici la complessa questione russo-ucraina, uscendo dal puerile binomio “aggressore-aggredito” con cui i governi europei hanno motivato ai loro popoli le proprie scelte politiche: e così è diventato putiniano pure l’illustre grecista barese Luciano Canfora, che ha cercato di spiegare questa guerra con le tecniche di Tucidide. Persino Papa Francesco venne accusato di putinismo quando parlò di una guerra forse facilitata dall’ “abbaiare della Nato alle porte della Russia” e definì “una pazzia” il riarmo della Germania.
La buona notizia: l’amore per le etichette squalificanti non è esclusivo di quest’epoca sciagurata, ma era attivo anche nell’Atene democratica della Grecia classica (V-IV secolo a.C.). La cattiva notizia: esauste e sfiancate dall’altissimo tasso di litigiosità interna, le poleis democratiche, Atene in testa, dopo esser state sconfitte nella guerra da loro voluta contro l’autoritaria Sparta (404 a.C.), nel volgere di poco più di sessant’anni (338 a.C., battaglia di Cheronea) tramontarono per sempre, trascinando tutta la Grecia nella servitù a un nuovo e molto più potente padrone: il regno di Macedonia.
Per Atene l’alterità totale al proprio sistema politico-culturale era rappresentata dall’Impero Persiano, la gigantesca unità statale che si estendeva dal Mar Egeo all’Indo. Suoi dati caratteristici erano infatti l’autocrazia, l’onore divino tributato al Re dei Re, la concezione del cittadino-suddito, la mancanza di libertà, il lusso sfarzoso dell’aristocrazia al potere. Questo Impero aveva creduto per due volte di poter assoggettare la Grecia, ma per due volte era stato respinto e umiliato, a Maratona (490) e a Salamina (480). Lo scontro con i Persiani era stato determinante per forgiare il senso di identità ellenico, in contrapposizione a quelli che venivano sprezzantemente definiti bàrbaroi.
Ciò non toglie però che, per evidenti ragioni geopolitiche, ci sia sempre stato un rapporto osmotico fra l’universo greco e l’entità persiana, erede del precedente Impero dei Medi, e soprattutto che l’atteggiamento delle circa mille poleis greche verso i Persiani non fu certo monolitico: molte restarono neutrali e molte altre medizzarono, cioè si schierarono dalla parte della Media, come comunemente veniva definita la Persia. Ad esempio, Tebe e tutti i Beoti, per ragioni di sopravvivenza e di mero opportunismo politico, dichiararono la loro disponibilità alla sottomissione.
Per tutto il V secolo e oltre, il medismo rimase un’opzione politica nel mondo greco, ma ad Atene l’accusa di “medizzare” divenne una potente arma per squalificare la reputazione degli avversari, né più né meno dell’odierno “putiniano” o “fascista”. L’etichetta di “medizzante” era usata dai democratici per infiammare il demos contro chiunque fosse sospettabile di simpatie filopersiane non solo per le azioni o i discorsi ma anche per i comportamenti, come ad esempio il modo di vestire. Nel caso che le accuse fossero state dimostrate, la pena era l’esilio; la morte, se al medismo si associava l’alto tradimento.
È veramente paradossale che i due eroi della seconda guerra persiana, il generale spartano Pausania e l’ammiraglio ateniese Temistocle, siano stati entrambi travolti dall’accusa di medismo, vittime entrambi di un potere magistratuale (gli Efori a Sparta e l’Areopago ad Atene) che non lasciava spazio a iniziative politiche individuali.
Pausania venne accusato di medismo culturale durante il suo governo di Bisanzio (odierna Istanbul), appena strappata ai Persiani in qualità di comandante delle forze greche alleate:
Usciva da Bisanzio panneggiato in abiti persiani e in viaggio per la Tracia ammetteva la sola scorta di dorifori persiani ed egizi. Di gusto persiano erano anche le sue vivande a tavola. Non sapeva celare le inclinazioni della sua mente, le sue simpatie: perfino dai suoi atti esteriori, anche da quelli particolari e irrilevanti, traspariva e baluginava quali più orgogliosi disegni architettasse per le sue attività future. Era divenuto inaccessibile: tanto altezzoso e tirannico nel trattar con tutti senza distinzione, che nessuno lo poteva accostare.
Tucidide, Storie I, 130
Ma quel che è peggio, la sua politica disinvolta e moderata nei rapporti con i Persiani e con l’imperatore Serse gli costò il sospetto di voler instaurare una dittatura panellenica con l’appoggio dei barbari, sovvertendo le secolari istituzioni oligarchiche di Sparta. Richiamato d’urgenza in patria, fece l’errore di obbedire, convinto che il suo status l’avrebbe protetto. Fu invece incastrato con l’inganno, e quando gli efori lo affrontarono per strada per arrestarlo, egli fuggì di corsa a ripararsi entro il perimetro del tempio di Atena. Per non commettere sacrilegio, gli efori lo murarono vivo. Così il grande generale morì di fame e di sete. E di medismo.
Quanto a Temistocle, che aveva salvato la Grecia dal feroce Serse, pare incredibile che nel 471, nove anni dopo la vittoria di Salamina, egli subì l’ostracismo – e dunque l’esilio – perché accusato di medismo e di altre colpe generiche come arroganza e corruzione. In realtà egli, che era fieramente antispartano e propenso a riavviare il dialogo con la Persia, venne estromesso perché di ostacolo ai nuovi orientamenti dell’aristocrazia, favorevole a un riavvicinamento a Sparta e al riarmo contro la Persia. La situazione per lui degenerò quando fu accusato dagli Spartani di intelligenza proprio con Pausania: Atene colse al volo l’occasione e ne chiese la testa. Temistocle reagì con spregiudicatezza: non chiese asilo in qualche città greca, che l’avrebbe certamente consegnato alla potentissima Atene, ma cercò rifugio proprio in Persia, alla corte del nuovo re Artaserse I.
Fatto ancora più incredibile, Temistocle, giunto in Asia Minore, chiese un anno di attesa prima di avere un incontro diretto con Artaserse: il tempo necessario per imparare la lingua persiana e poter comunicare di persona con il Gran Re. Infatti, per gli antichi Greci normalmente non aveva senso imparare una lingua straniera, dato che il greco era la lingua degli dèi, mentre qualunque altra era rozza e barbara. Artaserse apprezzò moltissimo la cultura e l’intelligenza di Temistocle, che accolse con tutti gli onori nominandolo pure governatore di tre città. Morì di malattia vent’anni dopo. La storia greca è uno straordinario decodificatore di qualunque evento politico successivo, perché i fatti non si ripetono uguali, ma i meccanismi umani che li producono sì.

