Inat
Inat: questa parola serba composta da quattro lettere non è traducibile con nessuna parola italiana.
Dovremmo mettere insieme “fierezza”, “testardaggine”, “orgoglio”, “resilienza”, “dispetto”, “ostinazione” e “sfida”, aggiungere un po’ di fuoco e pepe – siamo pur sempre nei Balcani – e forse avremmo trovato la parola giusta, capace di essere allo stesso tempo qualcosa di positivo e negativo.
In quel caleidoscopio secolare continuano le proteste di massa che abbiamo puntualmente documentato in questo blog. La gente laggiù cerca riscatto, affermazione e affrancamento; chiede diritti, legalità e libertà. Migliaia di persone sono tornare in piazza al grido “la conoscenza è potere”, in difesa dell’istruzione libera, partecipando alla causa di studenti e professori. A fare il tifo per loro c’è l’Unione Europea, più in generale l’Occidente (ammesso che ancora esista).
Chi detiene il potere a Belgrado risponde con repressione, tenacia e incrollabile attaccamento al potere, appoggiato invece da chi si trova dall’altra parte della barricata: Mosca e le altre capitali inclini a modelli di autoritarismo, retoriche nazionaliste e regimi illiberali. La frattura tra società civile e potere politico è ormai insanabile e profonda.
Il Presidente Vučić, che sta investendo in modo considerevole sulla difesa e sull’acquisto di armi, gioca su più tavoli e, anche se non vince, riesce a non perdere.
Il lunghissimo processo di adesione all’UE anziché fare passi in avanti corre all’indietro, il rapporto con il Presidente Putin, fratello maggiore di slavitudine e ortodossitudine non è mai stato così vicino alla rottura, a causa della goffa gestione serba del supporto militare indiretto all’Ucraina, ma neanche è stato mai così solido, a motivo dei milioni di metricubi di gas che il Cremlino spara in pancia al Danubio.
Belgrado si fa forte dell’alleanza con Budapest e dell’amicizia con Bratislava e Bucarest; consolida la sua posizione di baricentro balcanico e tiene forte la presa sulla Republika Srpska di Bosnia e sulle municipalità settentrionali a maggioranza serba del Kosovo; queste ultime sono pistole fumanti dentro un conflitto a singhiozzo mai sedato con la capitale Pristina, pronto ad incendiarsi a comando là dove l’instabilità dovesse tornare presto ad essere funzionale ad una resa dei conti attesa da un quarto di secolo.
Mentre la Serbia chiede a Vučić di lasciarla libera di abbracciare un futuro diverso, lui la tiene ancorata ad un passato irrisolto, tentando di riesumarne il mito della grandezza e osservando a distanza il vero grande nemico storico, sempre più protagonista in quel pezzo di mondo senza padroni: la Turchia di Erdogan, che rassetta e ricuce alleanze e sinergie con il popolo albanese e kosovaro.
I Balcani, in ogni loro declinazione culturale, religiosa ed etnica continuano a sentirsi sulla pelle il ruolo di cerniera geopolitica. Vettori diversi con aghi magnetici che indicano Nord diversi, vogliono trovare il loro posto in questo mondo che cambia velocemente e disegna traiettorie nuove. Alcuni ce l’hanno già fatta, altri fremono e scalpitano ad ogni bivio tenendo vivo quel caleidoscopio: Inat!




