Groenlandia, ovvero l’Ultima Thule
Dopo secoli di sostanziale disinteresse del mondo civilizzato per la Groenlandia, improvvisamente l’isola più grande del mondo (sette volte l’Italia) è finita al centro del dibattito mondiale perché gli Stati Uniti a guida trumpiana ne pretendono il possesso, togliendolo alla Danimarca, che in varie modalità l’amministra dal 1721. A muoverli sono, com’è noto, interessi strategici di tipo geopolitico, militare ed economico.
Ma nel comune immaginario dei popoli mediterranei le terre artiche stanno ancora oggi in una dimensione “altra”, aliena rispetto alla nostra, se non altro per il dominio dei ghiacci, per il sole di mezzanotte e la notte polare, per le aurore boreali e per la scarsissima popolazione.
Dopo due millenni di evo moderno la situazione non è infatti molto cambiata, a livello di percezione dell’uomo comune, da quella che circolava nel mondo antico. Sì, perché in modo sorprendente il “tema artico” o del Grande Nord non è assolutamente estraneo alla cultura greca e romana, anzi occupa un suo posto ben riconoscibile, anche se ovviamente circoscritto.
C’è un nome geografico che lo sintetizza, affascinante nella sua misteriosa indeterminatezza: Thule. Con questo termine gli antichi indicavano un’isola incognita e leggendaria, situata in un luogo all’estremo Nord, molto al di là del mare che bagna la Britannia: l’ultima Thule, appunto, come la definisce Virgilio quando, nelle Georgiche, augura al suo potente protettore Ottaviano (il futuro Augusto) di diventare un giorno un onnipotente dio del mare:
…che tu venga come dio del mare immenso
Georgiche I, 29-30
e i marinai venerino solo la tua potenza
e a te obbedisca Thule ai confini del mondo…
Ma non è da credere che Thule sia un’invenzione letteraria, anzi. Tre secoli prima di Virgilio, nel 330 a.C. circa, lo scienziato e astronomo greco Pitea di Marsiglia (antica colonia ellenica) aveva intrapreso un’avventurosa navigazione nell’Oceano con scopi prevalentemente esplorativi e scientifici. Costeggiò il lato occidentale di quelle che chiamò Pretannikài nèsoi, ovvero Isole Britanniche, termine derivato dal nome etnico “Pretanni” ovvero, in lingua celtica, “i tatuati” (erano selvaggi…) e visitò le località oggi chiamate Isola di Man, Isole Orcadi, Shetland, Faroe, fino ad arrivare certamente in Islanda.
Dell’opera che scrisse al ritorno, Sull’Oceano, in cui descriveva ciò che aveva visto, non resta quasi nulla, ma molti altri autori successivi ne parlarono, citandone alcuni passi. Sappiamo che Pitea raccontò di aver visto una notte durare solo due o tre ore, che Thule era una terra di ghiaccio e di fuoco (verosimilmente l’Islanda), e che poi proseguì la navigazione ancora più a nord, in spazi in cui
non si incontra più la terra propriamente detta, né il mare, né l’aria, ma al loro posto un composto di questi diversi elementi, simile al polmone marino, e nel quale, a quanto pare, la terra, il mare, insomma tutti gli elementi sono tenuti in sospensione e come riuniti da un legame comune, senza che sia possibile all’uomo mettervi piede o navigare.
Strabone, Geographica, II, 4, 1
Qui evidentemente Pitea si riferiva alla tipica poltiglia gelatinosa (infatti il “polmone di mare” è una medusa) che galleggia davanti alla banchisa nei mari artici nella stagione estiva. Era giunto fino alla Groenlandia? Pare proprio di sì, o almeno nelle acque antistanti la grande isola ghiacciata.
Non molti sanno che gli antichi Greci arrivarono a conoscenze scientifiche avanzatissime: ad esempio, Pitea sapeva già che la Terra è sferica e aveva individuato con esattezza il Polo Celeste. Con il suo gnomone (parola che in greco significa “colui che sa”) calcolò con precisione la latitudine di Marsiglia e con i suoi studi astronomici arrivò a capire sia la causa sia la tempistica delle maree. Il contemporaneo Eratostene di Cirene misurò la circonferenza terrestre.
L’altro contemporaneo Aristarco di Samo scoprì l’eliocentrismo, cioè che il sole è un corpo celeste fermo al centro dell’Universo e che i pianeti gli girano intorno. Poi, via via, queste scoperte furono dimenticate, sepolte sotto un crescente velo di disinteresse, perché troppo teoriche e non affiancate – come invece succede prepotentemente oggi – da una tecnologia che le rendesse produttive. Alla pragmatica Roma, interessata ai guadagni e alla ricchezza che poteva venire dallo sfruttamento di nuove terre e al dominio su nuovi popoli economicamente utili, non potevano dire molto i complessi calcoli astratti elaborati dalla genialità dei Greci.
E così, circa duemila anni dopo Pitea e Aristarco, potè capitare che un altro grande astronomo, stavolta italiano, Galileo Galilei, fosse condannato dal tribunale del Sant’Uffizio con queste motivazioni:
Che il Sole sia centro del mondo e imobile di moto locale, è proposizione assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura; che la Terra non sia centro del mondo né imobile, ma che si muova eziandio di moto diurno, è parimente proposizione assurda e falsa […] E acciocché questo tuo grave e pernicioso errore e transgressione non resti del tutto impunito […], ordiniamo che per publico editto sia proibito il libro de’ Dialoghi di Galileo Galilei. Ti condanniamo al carcere formale in questo S.o Off.o ad arbitrio nostro. E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo.
Torniamo alla Groenlandia: è la Thule contemporanea, che ha perso il suo alone di magia e di mistero ed è stata messa finalmente ben a fuoco dalla lente d’ingrandimento di chi ne ha individuato tutto il potenziale economico derivante dallo sfruttamento delle terre rare celate sotto i suoi ghiacci.
Mi pare evidente che l’imperialismo di Trump sia molto lontano dal puro amore di conoscenza degli antichi filosofi-scienziati greci, ma invece ricalchi alla perfezione quello dei Romani, i quali, quando dopo l’annessione della Britannia ragionarono se occupare anche l’Hibernia, l’attuale Irlanda, conclusero che non conveniva, anche se militarmente avrebbero potuto conquistarla facilmente e rapidamente: era infatti un’isola troppo povera e priva di risorse naturali. Invece la Britannia era ricca di metalli, indispensabili all’economia dell’Impero: stagno, rame, argento, piombo, oro.
Ne conseguì la mancata romanizzazione dell’Irlanda, con conseguenze millenarie. I Groenlandesi, pur così poco numerosi, sono chiamati a scegliere se restare Thule o diventare una succursale di New York.





