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Il ritorno degli imperi

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È il momento di rifondare l’Unione Europea, vaso di coccio tra botti di ferro

Con la fine della Guerra fredda, terminata la cristallizzazione del mondo in blocchi contrapposti, lo scenario globale ha cominciato a cambiare, sia per l’ingresso sulla scena internazionale di nuovi potenti attori, come la Cina, che per il riemergere di tensioni nazionaliste e religiose, come l’integralismo mussulmano, che non rivede l’ora di conquistare l’Occidente e il mondo con la sua guerra “santa”.

In questo nuovo scenario l’Europa ha traumaticamente scoperto che per contare non basta avere un mercato; servono potere, gli strumenti per esercitarlo e la capacità di usarli. Per trent’anni ci siamo raccontati che lo sgretolamento della Cortina di ferro avrebbe portato ad un nuovo ordine, governato da regole comuni e organismi sovranazionali. È successo il contrario: sono tornati i rapporti di forza, le sfere d’influenza, le pressioni economiche come forma di guerra a bassa intensità, e perfino l’idea – antica ma mai scomparsa – che la politica sia anche dominio.

L’illusione del “governo mondiale” ha trovato il suo laboratorio naturale nelle Nazioni Unite che però ha sofferto fin dal principio di una contraddizione mai risolta tra la sua vocazione universalistica e il rispetto della sovranità degli Stati membri che ne fanno parte. Nel primo capoverso dell’art. 2 della Carta del ‘45, si legge che l’ONU «è fondata sul principio della sovrana uguaglianza di tutti i suoi membri» e questo principio, precisa il capoverso 7 dello stesso articolo, comporta la proibizione «d’ingerenza dell’Organizzazione nelle questioni interne di ciascuno Stato».

L’ONU dunque può proclamare principi, ma quando la crisi diventa decisione – e la decisione diventa forza – il meccanismo si inceppa. Non è un dettaglio: è la ragione per cui le grandi crisi dell’ultimo dopoguerra hanno spesso seguito altre strade da quelle auspicate. In particolare, la guerra del 1999 contro la Serbia ha segnato un precedente: la legittimazione non veniva più cercata nel consenso universale, ma nella “coalizione dei volenterosi” e nella copertura di un’alleanza militare.

L’Iraq e l’Afghanistan hanno mostrato l’altro lato della medaglia: quando ci sono gli interessi percepiti come vitali, le grandi potenze non aspettano la liturgia del diritto internazionale ma la aggirano. Nelle guerre e nelle crisi più recenti – dal Medio Oriente alla guerra tra Russia e Ucraina – l’ONU è rimasta spesso una grande cassa di risonanza e non una cabina di regia. La conseguenza è semplice: in assenza di un centro politico globale, la responsabilità ricade sugli Stati e sui blocchi che riescono a comportarsi da Stati, cioè a decidere, pagare e combattere. Tutto il resto, sono parole.

Anche l’Unione Europea è nata con l’ambizione di diventare un organismo sovranazionale ma con obiettivi più concreti e prosaici: non “la pace universale”, ma la stabilizzazione del Continente attraverso interdipendenza economica e regole comuni. Ha funzionato finché il mondo si è mosso dentro un quadro relativamente cooperativo e finché l’ombrello strategico americano ha garantito la sicurezza senza chiedere troppo in cambio. Oggi quel tempo è finito. L’Europa è potente in termini di prodotto interno lordo e debole in termini di decisione. E proprio questa è la definizione di vulnerabilità.

Il punto è che l’Unione Europea ha provato a fare una cosa difficile con strumenti leggeri: unire economie, moneta e mercati lasciando la politica estera e la difesa alle sovranità nazionali, e nel frattempo affidando troppe leve critiche – energia, tecnologia, pagamenti – a fornitori esterni o a catene del valore controllate da altri. E questo ha l’ha portata ad essere un “vaso di coccio” in un contesto internazionale sempre meno pacifico. Una debolezza procurata non dalla mancanza di risorse, ma dalla mancanza di una struttura di potere capace di trasformare le risorse in strategia.

La storia europea aiuta a capire il paradosso. Dopo il 1914 l’Europa ha pagato un prezzo gigantesco a causa della fine dei suoi tre gradi imperi – russo, tedesco e austro-ungarico – e la frammentazione del Continente in nazionalismi in competizione tra loro. La scomparsa di grandi costruzioni sovranazionali lasciò spazio a un mosaico instabile, destinato a essere travolto prima dai totalitarismi e poi dal duopolio Stati Uniti–Unione Sovietica. Oggi quel duopolio si è trasformato, ma la logica resta: chi ha scala continentale, industria e capacità militare detta il ritmo; chi non ce l’ha, si adatta.

Da qui l’idea, suggestiva ma anche problematica, per l’Europa di recuperare una sovrannazionalità “realistica” e non ideologica: non un’astrazione tecnocratica, ma una federazione che riconosca identità e differenze e le organizzi in un centro decisionale vero. L’Europa non può tornare ai micro-equilibri del passato, perché l’arena globale non li consente più. E non può nemmeno accontentarsi di essere un grande mercato regolato, perché il mercato, senza protezione strategica, diventa terreno di conquista.

Intanto il mondo si comporta sempre più in termini “imperiali”:

  • Gli Stati Uniti hanno una rete di alleanze, basi, strumenti finanziari e tecnologici che produce influenza in modo automatico: non serve occupare territori, basta controllare nodi.
  • La Russia ragiona da potenza in perenne ricerca di spazio e sicurezza, temendo che la sua frontiera, soprattutto a ovest, sia sempre provvisoria.
  • La Cina costruisce un impero economico e infrastrutturale, lega dipendenze, compra accessi, gestisce standard.
  • La Turchia usa storia, religione e proiezione militare per ritagliarsi zone di influenza. Non sono copie degli imperi passati, ma hanno un tratto comune: agiscono su scala, con continuità, con mezzi coerenti.

E l’Europa? Si atteggia a guida morale ma viene trattata come un mercato. È qui che la rifondazione diventa necessaria; non per nostalgia di una perduta grandeur ma per sopravvivenza strategica. Rifondare significa scegliere poche competenze centrali e dotarle di strumenti reali, perché senza strumenti l’Unione resta una somma di buone intenzioni.

Un primo strumento è la difesa. Non bastano dichiarazioni e fondi a pioggia. Serve un’architettura: comando, interoperabilità, produzione, scorte, capacità industriale. La guerra in Ucraina ha mostrato che la profondità industriale è un’arma. Chi non produce, dipende.

Il secondo strumento: energia e infrastrutture. L’Europa ha imparato nel modo più traumatico quanto l’energia possa essere un’arma politica e per “mettere in sicurezza” il proprio fabbisogno energetico non basta assicurarsi prezzi bassi ma proteggere le rotte di approvvigionamento, dotarsi di adeguati stoccaggi, creare filiere, avere la capacità di negoziare senza essere ricattabili.

Un terzo strumento: la finanza e i pagamenti. Se altri possono bloccare circuiti e imporre sanzioni con effetto extraterritoriale, significa che l’Europa non controlla fino in fondo il proprio sistema economico. Un’unione monetaria senza piena autonomia nei pagamenti e nella capacità di proteggere le proprie imprese è incompleta.

Quarto strumento: tecnologia e dati. L’Unione Europea regola molto, produce meno. In un’epoca in cui potenza significa anche cloud, semiconduttori, intelligenza artificiale, sicurezza informatica in Europa siamo nella drammatica condizione di essere disattivati a distanza, dal momento che le nostre infrastrutture informatiche adottano nella stragrande maggioranza sistemi operativi progettati o “residenti” oltreoceano.

Anche Washington chiede un’Europa “più forte”, come ha ribadito il Segretario di Stato Usa Marco Rubio alla conferenza di Monaco sulla sicurezza del 13-15 febbraio. ma spesso intende un’Europa funzionale ad una strategia scritta altrove.

L’ Europa però non può permettersi né il vassallaggio né l’illusione dell’autosufficienza. Deve costruire una sua autonomia pur dentro l’alleanza atlantica, da partner e non da periferia dell’impero. Questo richiede un centro politico in grado di decidere, e soprattutto la disponibilità degli Stati membri ad accettare che alcune sovranità, per essere salvate, vanno condivise.

La scelta, in fondo, è brutale. Restare come siamo significa continuare a oscillare tra retorica e dipendenza, tra richiami morali e impotenza operativa, fino a diventare irrilevanti o divisi. Rifondare significa accettare la logica del tempo: il ritorno degli imperi non si contrasta con le dichiarazioni, ma con una costruzione politica capace di stare in piedi nel vento della storia.

L’Unione Europea non deve diventare un impero per dominare; deve diventare una federazione robusta per non essere dominata.

  • Giornalista professionista dal 1991 ha collaborato con La Nazione e Il Telegrafo. Nel 1992 ha collaborato a due programmi di fascia pomeridiana della RAI e nello stesso periodo ha lavorato presso l’Ufficio relazioni esterne dello stabilimento Ilva di Piombino, per il quale ha realizzato l’house organ, curato la comunicazione interna e tenuto i rapporti con la stampa locale e nazionale.
    Ha successivamente svolto incarichi di ufficio stampa ed è stato addetto stampa a Roma presso la sede nazionale di una associazione di lavoratori. Inoltre ha diretto e collaborato con diverse riviste. Tra il 1993 e il 2000 ha svolto una inchiesta sul “Mostro di Firenze” al termine della quale ha pubblicato: Gli “Affari riservati” del mostro di Firenze – Roma 2000, La strana morte del dr. Narducci. Il rebus dei due cadaveri e il “mostro” di Firenze – Derive e Approdi, Roma 2007.
    Altre pubblicazioni: Sussidiarietà: pensiero sociale della Chiesa e riforma dello Stato - Monti, Saronno 2000, Franchising ed impresa sociale – Franco Angeli, Milano 2003, Facility management e global service - Franco Angeli, Milano 2003.

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