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Yazidi: un decennio dal genocidio

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Arianne Ghersi intervista Simone Zoppellaro

È ormai trascorso più di un decennio dal genocidio yazida e la grande comunicazione sembra aver “dimenticato”. Possiamo sommariamente descrivere chi siano e perché venissero perseguitati?

Il Medio Oriente, che ha prodotto nei secoli diverse religioni e ha mantenuto – nonostante le violenze recenti, che la minacciano – una grande varietà linguistica ed etnica, ha dato la luce anche a una piccola fede, lo yazidismo. Ciò è avvenuto quasi un millennio fa, secondo gli storici.

Si tratta di una spiritualità di natura sincretistica, che riprende e rielabora elementi e simboli da diverse religioni, dall’islam al cristianesimo fino allo zoroastrismo (e non solo). Possiamo dire che gli yazidi siano una minoranza nella minoranza, essendo parte della cultura curda. Questo, naturalmente, li rende doppiamente fragili, e infatti la loro storia – in particolare dall’Ottocento ad oggi – è stata segnata da persecuzioni e stermini.

L’ultima volta, solo un decennio fa, in un atto che ormai indagini internazionali definiscono in modo inequivocabile come genocidio. Per comprenderlo, dobbiamo ritornare all’Iraq dopo l’invasione statunitense, che liberò la popolazione da una feroce dittatura, quella di Saddam Hussein, solo per lasciarla precipitare nel caos e nel terrore. L’ascesa del cosiddetto Stato Islamico (Daesh) fu una catastrofe per tutte le minoranze di Iraq e Siria, e in particolare per gli yazidi, che furono al centro di un genocidio – particolare che fa molto riflettere – raccontato al mondo in diretta dai carnefici, grazie a internet e ai social media.

Un piano, quello genocida, accuratamente predisposto dai miliziani prima ancora di sferrare l’attacco, nelle prime ore del 3 agosto 2014. Quel giorno, i combattenti del gruppo terroristico si riversarono fuori dalle loro basi in Siria e in Iraq, dirigendosi rapidamente verso il Sinjar, nel nord dell’Iraq. Qui aveva sede la sede della maggioranza degli yazidi nel mondo.

Subito predisposta fu l’uccisione sistematica di uomini e ragazzi yazidi – oltre 5.000 in un computo provvisorio, dato che fosse comuni continuano e ad essere scoperte e analizzate; il tutto mentre bambine, ragazze e donne venivano caricate su camion e autobus, preventivamente disposti, prima della loro deportazione e riduzione in schiavitù. Ampiamente attestato è poi l’utilizzo di bambini yazidi nelle ostilità, con un ricorso – testimoniato anche da video propagandistici che ho visionato – in missioni suicide.

Oltre 6.000 saranno le donne o bambine ridotte in schiavitù, 400.000 i profughi e gli sfollati in fuga disperata e presi d’assedio dai terroristi. Centinaia di yazidi – inclusi neonati e bambini – trovarono la morte sul monte Sinjar prima che le forze curde siriane, il YPG, nome dell’esercito curdo della regione del Rojava, fossero in grado di aprire un corridoio dalla Siria al Monte Sinjar, consentendo agli assediati sul monte di essere spostati in sicurezza.

Grazie al coraggio di diverse sopravvissute, come Nadia Murad – che riceverà il Nobel per la Pace –oggi sappiamo molto del loro destino.


Il genocidio operato dagli uomini dell’Isis portò ad un numero incredibile di vittime ed alla fuga dal Monte Sinjar. Si è riscostruita oggi la comunità locale? Dove troviamo il maggior numero di appartenenti alla diaspora di allora?

Se l’intento di carnefici era quello di cancellare la loro presenza dall’Iraq e dalla Siria, possiamo dire che abbiano fallito. Ma il prezzo pagato – e che ancora pagherà per decenni almeno – dalla popolazione è stato altissimo. Gli yazidi erano e sono una popolazione molto povera, e il fatto di essere una minoranza nella minoranza, come dicevo, fa sì che sia mancato quasi ogni supporto dall’esterno.

Il trauma del genocidio – e la mancata sicurezza che ha segnato e continua a segnare le loro terre d’origine – ha fatto sì che molti di loro abbiano lasciato il Medio Oriente. In Germania, dove vivo, si trova la comunità più importante della diaspora yazida – una comunità grande e visibile, dove non mancano giornaliste ben note come Düzen Tekkal, ma anche calciatori come Deniz Undav, uno dei migliori attaccanti della Bundesliga.

Per un paradosso assai doloroso, la Germania che era stata di gran lunga il paese più disposto ad aiutare gli yazidi dopo il genocidio, anche con programmi di recupero psicologico per le ragazze e donne che avevano subito violenze, oggi ha in parte invertito la rotta.

Negli ultimi due anni e mezzo, la Repubblica Federale ha espulso centinaia di yazide e yazidi verso l’Iraq, nonostante all’inizio del 2023 il Bundestag tedesco si fosse espresso a favore della protezione di questa minoranza con il riconoscimento ufficiale del genocidio degli yazidi. Solo pochi giorni fa, il Bundestag ha discusso un disegno di legge che ponga fine – speriamo presto – alla pratica disumana dell’espulsione.


Il governo siriano è cambiato: nella Siria di oggi i curdi, e gli yazidi in particolare, hanno trovato pace? Nelle ultime settimane le notizie giunte non sono “rassicuranti”…

Per niente. Preoccupazioni molto forti sono stati espresse da diversi rappresentanti delle comunità yazide, e il clima di paura è tangibile. Il timore è che in Siria (ma anche in Iraq, purtroppo) si possa tornare presto a un’esplosione di violenza nei loro confronti. Non si tratta di un esercizio teorico: l’odio di cui sono di bersaglio in rete è una costante presenza nelle loro vite e, come dimostra il genocidio del 2014, nato e fomentato anche sui social media, si tratta di un sintomo da non trascurare.

Non solo: a gennaio la Free Yezidi Foundation – nel quadro delle violenze contro i curdi avvenute dopo lo smantellamento del regime di Assad – ha denunciato come oltre un migliaio di yazidi, in larga parte sopravvissuti al genocidio, siano stati di nuovo costretti alla fuga e presi di mira da minacce.

D’altronde, poco o nulla è stato fatto per portare a giudizio i responsabili e gli esecutori del genocidio di oltre un decennio fa. Non esiste riconciliazione senza giustizia e senza una memoria condivisa, e siamo ancora molto lontani da tutto questo. La storia, se non si interverrà rompendo un cerchio di pregiudizi e violenze nel quale l’Iraq e il Medio Oriente sono imprigionati, è destinata a ripetersi. E gli yazidi, che sono davvero gli ultimi della terra, i più umili, se non si agirà presto, saranno di nuovo colpiti.


Note:

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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  • Ricercatore e giornalista. Collabora regolarmente con MicroMega e la rivista Una città.
    È autore di due libri, Armenia oggi e Il genocidio degli yazidi.
    È docente a contratto all'Università di Stoccarda e coordinatore didattico presso l'Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda.

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