Il conflitto USA, Israele, Iran
La lezione appresa dai primi sette giorni
Ad una settimana dall’inizio del conflitto fra l’alleanza israelo-statunitense e la Repubblica Islamica dell’Iran possiamo trarre, indubitabilmente, alcune prime lezioni.
La prima di queste è che gli Stati Uniti non sono autonomi dai propri alleati. L’immenso ponte aereo che in circa un mese ha moltiplicato le capacità di strike americano nell’area del Golfo Persico è transitato esclusivamente per basi europee, arrivando anche a congestionare il traffico di alcuni aeroporti civili. Quello di Sofia, in Bulgaria, ha dovuto chiudere nelle notti fra il 23 e 24 febbraio con un relativo NOTAM[1].
Senza la possibilità di utilizzare l’Europa come tappa intermedia nel ridispiegamento è da capire come gli USA avrebbero potuto ridispiegare la loro flotta di tanker (aerei cisterna).
Questo è il secondo punto all’ordine del giorno. Senza un’immensa capacità di rifornimento in volo, una campagna come quella in atto è semplicemente impraticabile. Già nella guerra del 12 giorni Israele dichiarò di non avere un numero adeguato di mezzi di questa tipologia arrivando anche ad accelerare gli acquisti di nuovi aerei[2]. Pertanto, gli USA hanno messo in campo un numero elevatissimo di tanker con cui rifornire le proprie forze e quelle israeliane.
I primi due elementi di riflessione si ricollegano al terzo e forse il più importante. La possibilità di battere in modo efficace ed efficiente i bersagli sul territorio nemico passa dalla presenza di una fitta rete di basi aeree avanzate messe a disposizione dagli alleati dell’area.
Tutti i conflitti americani successivi alla Seconda Guerra Mondiale, con la possibile esclusione dei primi mesi della Guerra di Korea, hanno visto un impegno operativo (non logistico) delle basi alleate nell’area. Questo perché, anche avendo a disposizione una flotta di aerei da rifornimento adeguata, la capillarità di una vasta campagna di bombardamento passa anche da un adeguato tempo di presenza in aerea.
Il teatro iraniano è ben diverso da quello Iracheno del 1991 o del 2003 o Serbo del 1999 trovando alcuni punti di contatto con quello afgano del 2001. Anche in quel caso mancarono le basi operative dei paesi dell’area ed il conflitto vide un supporto aereo quasi esclusivamente di natura navale. Il meccanismo aeronavale messo in campo fu però enormemente più schiacciante con 6 portaerei americane, le USS Enterprise, USS Carl Vinson, USS Kitty Hawk, USS Theodore Roosevelt e USS John C. Stennis[3], a cui si aggiunsero la francese Charles de Gaulle, l’italiana Garibaldi e l’inglese HMS Illustrious.
Come se non bastasse gli americani usarono nel ruolo di portaerei leggera anche le portaelicotteri da assalto anfibio LHA-5 Peleliu ed LHD-5 Bataan. Nel conflitto attuale gli americani si sono rivolti principalmente ai missili da crociera lanciati dal mare e da una serie di interventi chirurgici con i bombardieri B2 a cui, nella seconda settimana, si sono aggiunti B52 e B1.
Nei primi 7 giorni dell’Afganistan furono 83 i Tomahawk impiegati dagli americani[4] contro i circa 400 del periodo analogo dell’attuale conflitto[5]. Un impiego decisamente spinto di questa tipologia di arma, al punto da far nascere perplessità sulle eventuali disponibilità per altri ipotetici scenari. Questo abuso è figlio della impossibilità di impiegare il corretto numero di velivoli pilotati sin dal giorno 1.
Da capire, al momento della stesura di queste note, quanto possa avere inciso sulla capacità di riversare ordigni sul nemico da parte di queste mastodontiche piattaforme l’impossibilità iniziale di partire dall’isola inglese di Diego Garcia. Altro caveat che porta con sé tutta una serie di scelte operative sostenibili solo e soltanto nel breve periodo e togliendo dalla propaganda di guerra il concetto di conflitto breve o di “modello venezuelano”.
La riflessione poi non può non cadere anche sulla parte difensiva. Gli americani hanno creato una zona tampone al margine del raggio d’azione dei missili a breve raggio iraniano liberando di buona parte di mezzi e personale le proprie basi a ridosso dell’area. Il ragionamento si portava dietro l’esperienza dei precedenti confronti missilistici fra Israele ed Iran culminati nella guerra dei 12 giorni.
Ondate in sciami di missili e droni, lanciati nei pressi dei grandi magazzini interrati costruiti negli anni scorsi dalla Repubblica Islamica impiegando il filtro e la condivisione di informazioni fra Israele gli Stati Uniti ed i paesi sorvolati dai vasi vettori come Arabia Saudita e Giordania. È stata completamente ignorata l’esperienza ucraina contro la Russia.

Gli Iraniani al contrario, verosimilmente con il contributo dei propri alleati, hanno metabolizzato la scarsa efficacia dei propri vettori distribuendoli da subito sul territorio ed abbandonando il concetto di ondata in favore di una pressione continua su Israele e, questa la novità, sui paesi che ospitano le basi americane. Una politica rischiosa, contro quegli stessi paesi che hanno fatto di tutto per impedire l’intervento, con la concreta possibilità di moltiplicare i soggetti militari con cui confrontarsi. Una strategia che ricalca, mutatis mutandis, quella irachena del 1991 che, tramite l’azione dei missili SCUD, voleva spingere l’ingresso in guerra di Israele facendo così perdere l’appoggio arabo agli americani[6].
Parimenti gli iraniani, che continuano a bloccare gran parte della connettività internet sul proprio territorio, hanno imparato bene il valore dei social al punto che un singolo drone che colpisce un magazzino vuoto di una base aerea americana senza personale diventa degno della prima pagina dei giornali. Per onestà intellettuale va detto che i droni iraniani si sono dimostrati capaci di colpire anche asset pregiati come i radar a lungo raggio od i link satellitari americani nell’area.
Dal punto di vista navale, sempre ad una settimana dall’inizio del conflitto, gli americani non sono riusciti nemmeno ad impedire il blocco de facto dello stretto di Hormuz. L’azione della US Navy si è concentrato sul naviglio maggiore e sottile iraniano dimenticando, anche qui, l’esperienza del blocco navale del 1987 od i notevolissimi risultati degli ucraini contro la flotta militare russa, prima, od i vari tanker che forzano le sanzioni, oggi.
Missili antinave e droni navali hanno già danneggiato tutto questo con il risultato concreto di limitare l’esportazione di gas e petrolio dall’area rimettendo il gioco un player come la Russia che torna a poter vendere il proprio petrolio all’India per 30 giorni. La campagna di bombardamento costiero di cui è stato incaricato la portaerei Lincoln non solo pare essere parzialmente efficace ma limita, per quanto detto nei precedenti punti, la capacità di pressione americana nell’entro terra iraniano dirottando le risorse più prossime al teatro in una singola campagna il cui esito è, fra l’altro, tutto da capire. Ad oggi sono ben 13[7] le navi colpite da Teheran in qualche modo con una riduzione del 90% del traffico[8].
In conclusione, è difficile pensare che l’Iran possa resistere ad una azione martellante e crescente da parte americana. I caveat sulle basi, piano piano, stanno rientrando ed è verosimile pensare che si alleggeriranno ulteriormente con l’avanzare della campagna di bombardamento. Un aspetto questo più simile alla Serbia del 1999 che non alle due Guerre del Golfo in cui la capacità di strike americano era al massimo del suo potenziale sin dal primo giorno.
I droni hanno confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno dopo 4 anni di guerra in Ucraina, la propria efficacia. Stressano le difese aeree convenzionali amplificando il proprio effetto grazie ai social. Bastano due droni sulle basi inglesi a Cipro per diffondere il panico delle opinioni pubbliche europee[9].
Operando in sinergia fra droni ed armi balistiche gli iraniani rendono molto costosa l’intercettazione degli attacchi impiegando anche un numero tutto sommato limitato di vettori. Tutte riflessioni già note alla comunità militare ed alle opinioni pubbliche occidentali a seguito del conflitto ucraino. Questa lezione pare essere stata, al contrario, non metabolizzata completamente prima dell’inizio di questo conflitto al punto che gli organi di stampa si interrogano su quale sia la vera entità dell’arsenale missilistico iraniano.
Anche l’eclatante – e tutto da comprendere – caso di fuoco amico che ha visto 3 F-15 C abbattuti da un F-18 kuwaitiano rientra nel problema annoso della gestione del fuoco amico durante una campagna di abbattimento di “slow movers”. Problema noto a russi ed ucraini che ne hanno sofferto sin dai primi giorni del loro conflitto. Solo Mosca lamenta 20 casi di friendly fire di cui almeno 17 legati alle campagne anti-drone[10].
Resta, in ultimo, il problema di quanto una campagna aerea ad altissima tecnologia vada a ledere i magazzini degli attaccanti. Israele, su cui è caduto l’onore maggiore della prima parte del conflitto, ha impiegato in 7 giorni un numero superiore a tutti i missili di corta crociera aviolanciati impiegati durante tutta la guerra dei 12 giorni[11] azzerando de facto le proprie scorte.
Mentre le bombe in qualche modo sono impiegabili in modo sostenibile questo non vale per i missili che, per loro stessa natura, hanno costi e modalità di impiego molto più costose.
Note e riferimenti bibliografici:
[1] https://it.topwar.ru/amp/278306-ssha-zadejstvovali-ajeroport-sofii-dlja-perebroski-aviagruppy-na-blizhnij-vostok.html
[2] https://www.aviation-report.com/boeing-kc-46a-pegasus-israeli-air-force-acquista-ulteriori-aerei-per-rifornimento-in-volo/
[3] https://www.govinfo.gov/content/pkg/CRECB-2001-pt20/html/CRECB-2001-pt20-Pg27579-45.htm
[4] https://researchbriefings.files.parliament.uk/documents/RP01-81/RP01-81.pdf
[5] https://www.businessinsider.com/us-burned-through-more-tomahawks-iran-may-need-for-china-2026-3
[6] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2024/04/14/quando-israele-non-reagi-agli-scud-di-saddam_18a4f7bc-2c8e-4a25-8ade-b11e2e45cfbe.html
[7] https://www.criticalthreats.org/analysis/iran-update-evening-special-report-march-6-2026
[8] https://www.breakwaveadvisors.com/insights/2026/3/4/iranus-escalation-strait-of-hormuz-risk
[9] https://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/46677131/iran-diretta-guerra-oggi-6-marzo/
[10] https://english.nv.ua/russian-war/russian-ka-52-helicopter-destroyed-by-friendly-fire-during-drone-attack-reports-50556199.html
[11] https://lanuovabq.it/it/israele-e-usa-fanno-i-conti-con-le-scorte-delle-munizioni



