Il potere delle informazioni
Roberto Milani intervista Antonio Teti
Nell’ecosistema digitale contemporaneo, l’informazione non è più soltanto uno strumento di conoscenza, ma un vero e proprio fattore di potere, capace di ridefinire gli equilibri tra Stati, istituzioni e grandi attori tecnologici. In “Il potere delle informazioni“, Antonio Teti esplora le dinamiche del cyberspazio come nuovo dominio strategico, dove comunicazione, tecnologia ed intelligence convergono, delineando scenari inediti per la sicurezza, la governance e le libertà individuali. Un’analisi che invita ad interrogarsi sul controllo, la circolazione ed il valore dell’informazione nella “società della conoscenza”.
Professore, nel suo libro l’informazione è una leva di potere globale: oggi questo potere è sempre più appannaggio di pochi grandi attori tecnologici oppure intravede ancora margini di redistribuzione reale grazie alla rete?
Nel volume “Il potere delle informazioni”, ho cercato di evidenziare come l’informazione non sia più soltanto un bene immateriale, ma una infrastruttura di potere. Oggi assistiamo a una concentrazione evidente: piattaforme globali, grandi provider cloud, attori dell’AI e dell’economia dei dati esercitano una capacità di influenza senza precedenti, sia sul piano economico sia su quello cognitivo. Tuttavia, parlare di monopolio assoluto sarebbe riduttivo. La rete conserva ancora spazi di redistribuzione del potere informativo, ma questi spazi non sono spontanei: richiedono regolazione, alfabetizzazione digitale, pluralismo tecnologico e sovranità dei dati.
La vera partita non è tra centralizzazione e decentralizzazione in senso astratto, ma tra governance consapevole e dipendenza strutturale. Se gli Stati, le università e i sistemi produttivi investono in infrastrutture proprie, in cloud sovrani, in competenze e in ricerca, il potere dell’informazione può essere riequilibrato.
In caso contrario, la concentrazione tecnologica rischia di trasformarsi in asimmetria democratica.
Lei descrive il cyberspazio come un vero e proprio teatro strategico: quanto sono preparati oggi gli Stati ad affrontare minacce ibride che si muovono sul piano informativo oltre che tecnologico?
Il cyberspazio è ormai riconosciuto come quinto dominio operativo, accanto a terra, mare, aria e spazio. Le minacce contemporanee non sono più soltanto intrusioni tecniche, ma operazioni ibride che combinano cyber attacchi, disinformazione, pressione economica e manipolazione psicologica. Molti Stati hanno rafforzato le proprie strutture – pensiamo all’azione dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale in Italia o al ruolo della NATO nel riconoscere il cyberspazio come dominio operativo – ma la vera criticità resta l’integrazione tra dimensione tecnologica e cognitiva.
La preparazione tecnica è cresciuta. SOC nazionali, CSIRT, strategie di cybersicurezza, normative come NIS2, ma ciò che spesso manca è una cultura strategica dell’informazione, ovvero comprendere che una campagna di disinformazione può essere efficace quanto un attacco a una centrale elettrica.
Le minacce ibride non colpiscono solo le infrastrutture, colpiscono la fiducia collettiva.
Il concetto di “intelligence della conoscenza” rappresenta uno dei nodi centrali del suo lavoro: come cambia il ruolo dell’intelligence in un contesto in cui il problema non è più l’accesso ai dati, quanto la loro interpretazione?
Per decenni il problema principale dell’intelligence era l’accesso alla conoscenza, ovvero ottenere informazioni rare, segrete, non disponibili. Oggi viviamo l’opposto: iper-abbondanza informativa.
Il nodo strategico non è più raccogliere dati, ma estrarre significato. Qui entra in gioco quella che definisco “intelligence della conoscenza”: una capacità che integra analisi umana, modelli predittivi, intelligenza artificiale e comprensione culturale. L’analista non è più soltanto un raccoglitore di informazioni, ma un interprete di complessità.
L’AI può individuare pattern, correlazioni, anomalie, ma la contestualizzazione geopolitica, culturale e psicologica resta una competenza umana. In questo scenario, l’intelligence evolve da struttura reattiva a sistema anticipativo, capace di leggere segnali deboli e trasformare dati dispersi in vantaggio strategico.
Disinformazione e manipolazione sembrano essere diventate componenti strutturali dell’ecosistema informativo: esiste, a suo avviso, un equilibrio possibile tra tutela della qualità dell’informazione e salvaguardia delle libertà individuali?
Il rischio è duplice: da un lato, la manipolazione sistemica; dall’altro, una regolazione eccessiva che limiti la libertà di espressione. L’equilibrio è possibile, ma non può fondarsi solo sulla censura o solo sull’autoregolamentazione delle piattaforme. Occorre un modello multilivello basato sulla trasparenza algoritmica, sulla eesponsabilità delle piattaforme, sulla educazione critica dei cittadini e sulla supervisione indipendente.
Non si tratta di decidere cosa sia “vero” o “falso” in senso assoluto, ma di contrastare operazioni coordinate di manipolazione, spesso orchestrate da attori statali o para-statali. La vera difesa della libertà non è l’assenza di regole, ma la presenza di regole proporzionate e garantiste.
Se guardiamo alla “società della conoscenza”: quali responsabilità dovrebbero assumersi oggi istituzioni, università e sistemi educativi per formare cittadini realmente consapevoli e non semplicemente connessi?
La “società della conoscenza” rischia di trasformarsi in società della connessione superficiale se non investiamo in consapevolezza critica. Le istituzioni devono assumersi tre responsabilità fondamentali:
- Alfabetizzazione digitale avanzata. Non solo competenze tecniche, ma comprensione dei meccanismi di manipolazione, delle architetture algoritmiche e delle dinamiche di profilazione.
- Formazione interdisciplinare. Tecnologia, diritto, filosofia, psicologia cognitiva devono dialogare. La sicurezza non è solo un tema informatico, ma culturale.
- Etica dell’informazione. Le università devono essere presìdi di riflessione critica sul rapporto tra potere, tecnologia e libertà.
Formare cittadini consapevoli significa sviluppare la capacità di interpretare, non solo di consumare informazione. Perché, in ultima analisi, il vero potere non è possedere dati, ma comprenderli e governarli.




