LetteraturaPolitologiaScienze Sociali e UmanisticheSociologiaStoria

Espellere gli stranieri: il punto di vista dei greci

4.8/5 - (500 votes)

Negli ultimi tempi si è sentita circolare sempre più spesso la parola “remigrazione”, con la quale alcuni movimenti politici della destra identitaria intendono il ritorno forzato in massa nel loro Paese d’origine di immigrati sia di prima che di seconda generazione, ove non integrati nella cultura europea. Non solo il concetto non è nuovo, ma affonda le sue origini addirittura nella Grecia del VI-IV secolo a.C., o per meglio dire nella polis che lo ha incarnato come proprio metodo abituale di condotta: Sparta.

Come al solito, spicca la differenza espressiva tra la terminologia moderna, che ama il sapore dolciastro degli eufemismi, e quella greca, diretta e illuminante. Ciò che noi definiamo ipocritamente “remigrazione”, cioè una specie di migrazione al contrario, da loro era chiamata xenelasìa, cioè, né più né meno, “espulsione degli stranieri”. Qui si apre la grande divaricazione culturale tra i due massimi sistemi politici del multiverso greco, Atene e Sparta.

Per la democratica Atene, città aperta sul Mediterraneo con interessi commerciali che andavano dal Mar Nero al’Egitto, dall’Anatolia alla Sicilia, dalla Libia al Tirreno, la xenelasìa era un’aberrazione, giudicata incompatibile con il suo status di polis libera. Questo punto di vista è concordemente dichiarato da alcuni fra i massimi autori, come Tucidide, Sofocle, Platone.

La nostra città è aperta a tutti, né mai, con le espulsioni degli stranieri, escludiamo nessuno dall’apprendere o dall’esaminare anche ciò dalla cui osservazione, se non gli è impedita, qualche nemico potrebbe avvantaggiarsi.

Tucidide, Storie II 39

Tutti dicono che Atene è la città più devota agli dèi, che soltanto essa è in grado di soccorrere e di proteggere lo straniero oppresso.  

Sofocle, Edipo a Colono 260-262

Non è assolutamente possibile non accogliere gli stranieri e impedire ai cittadini di recarsi all’estero, senza contare che al resto del mondo sembrerebbe crudele e rozzo ricorrere a termini duri come le cosiddette espulsioni degli stranieri e a modi di fare arroganti e aspri.

Platone, Leggi 12, 950a-950b

Interessanti alcuni spunti in particolare: Tucidide mette in collegamento l’espulsione degli stranieri con le attività spionistiche, cioè restringe il fenomeno a un ambito di sicurezza interna; Sofocle mette l’accento sulla celebrata philoxenìa ateniese, cioè sull’accoglienza data agli stranieri perseguitati e in fuga; Platone tocca anche il tema del divieto di espatrio dei propri cittadini, tipico di Stati autoritari.

Non è da credere tuttavia che Atene lasciasse che gli stranieri vivessero senza regole sul suo territorio. Anzi, i rapporti con loro erano rigorosamente disciplinati da leggi severe, tra le quali spicca quella della metoikìa: gli stranieri-lavoratori, detti “meteci”, fruivano (diremmo oggi) di un lungo permesso di soggiorno, durante il quale godevano di tutti i diritti civili ma non di quelli politici ed erano tenuti a pagare una tassa straordinaria: in caso d’insolvenza, la pena era la riduzione in schiavitù.

Sparta era l’altra faccia della Luna. Qui vigeva il dettagliatissimo e intoccabile codice di leggi promulgato dal Padre della Patria, Licurgo, in un tempo indefinito e lontano. Poggiava su concetti severi e solidi: il dovere del sacrificio, della resistenza al dolore, della prestanza fisica, dell’onore e della gloria, della difesa della patria a costo della morte. E, naturalmente, l’intransigente chiusura a qualunque forma di corruzione della disciplina spartana e della purezza etnica del gruppo dominante.

Il punto di vista di Sparta era perciò ostile a qualunque forma di commistione con gli stranieri. Non solo era vietato ai comuni cittadini di recarsi all’estero, ma periodicamente erano effettuate le xenelasìes, espulsioni di massa di chi per varie ragioni era penetrato nel territorio come corpo estraneo.

Ce lo spiega molto bene Plutarco di Cheronea (I sec. d.C.) in un passo della sua Vita di Licurgo 27:

«Licurgo riempì la città di un gran numero di regole, dalle quali era necessario che i cittadini, leggendole di continuo e quasi crescendo con esse, fossero modellati nel loro cammino verso il bene. Questo era il motivo per cui non permetteva loro di vivere all’estero a loro piacimento e viaggiare, assumendo abitudini straniere e imitando la vita di popoli privi di autentica educazione e che vivevano sotto forme di governo diverse. Anzi, egli espelleva i gruppi di sfaccendati e quelli che si infiltravano nella città, non, come dice Tucidide, temendo che potessero imitare la sua forma di governo e imparare qualcosa di utile per la virtù, ma piuttosto perché non diventassero in alcun modo maestri di male. Infatti, è fatale che insieme a persone straniere arrivino anche modi di pensare stranieri; e pensieri nuovi portano con sé scelte nuove, dalle quali è inevitabile che nascano molti sentimenti e comportamenti in contrasto con l’armonia dell’ordine politico esistente. Perciò egli pensava che si dovesse proteggere la nazione dalla contaminazione di cattivi costumi, ancor più di quando vi si introducono da fuori persone infette».

Da questa e simili testimonianze possiamo capire molto bene il differente punto di vista spartano rispetto a quello ateniese: la motivazione delle espulsioni era di carattere etico e difensivo dell’ordine armonioso venutosi a costituire dopo la legislazione di Licurgo. Si voleva impedire che persone diverse, portando modi di fare “cattivi” in quanto non secondo le regole spartane, potessero contaminare e disgregare quel tipo di società considerato il migliore possibile. Il verbo greco usato per indicare l’indebito ingresso di persone e mentalità “aliene” è di tipo idrico ed esprime un “penetrare dentro furtivamente”, come può fare l’infiltrazione di acqua da un altro ambiente.

Sarebbe puerile e anacronistico porre e porsi la domanda “Chi aveva ragione?”. Ognuna delle due superpotenze di quell’antico mondo delle poleis dava la risposta migliore alle proprie esigenze: Sparta a quelle di una città-Stato continentale, saldamente ancorata al Peloponneso, governata da un’élite aristocratica e guerriera (gli Spartiati) rocciosamente schierata a difesa della propria sopravvivenza; Atene a quelle di una città-Stato marittima, proiettata nell’Egeo, teatro di un’evoluzione politica che dalla monarchia la portò alla prima forma di democrazia conosciuta dal mondo.

La Storia – dico quella vissuta sul terreno – ha condannato entrambe. Entrambe, per ragioni diverse, sono entrate da protagoniste nella mitopoiesi dei posteri.

  • Professore di greco e di latino, interprete e commentatore di testi antichi, traduttore, conferenziere, promotore di eventi per la diffusione della cultura classica, concepisce il moderno umanesimo come un dialogo costante con il passato allo scopo di comprendere in modo critico e non conformistico il presente, senza escludere il ricorso alle tecnologie multimediali e informatiche.
    A una ricca produzione scientifica di tipo specialistico aggiunge l’attività di scrittore, poeta, saggista. Collabora con il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, con il Centrum Latinitatis Europae ed è socio fondatore dell’associazione culturale genovese Domus Cultura.

    Visualizza tutti gli articoli
Ti è piaciuto questo articolo? Apprezzi i contenuti di "Caput Mundi"? Allora sostienici!
Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *