Trump ed il ricatto del “Dormiglione”
Il blitz statunitense del 3 gennaio a Caracas, per la sua rapidità e la sua efficacia, divenne l’archetipo stesso di un nuovo modo di intendere una combinazione politico-militare a basso costo ed alta resa: nessun pretenzioso cambio di regime, ma il sostanziale vassallaggio di un paese, solo poche ore prima, ostile. Le favorevoli congiunture geopolitiche susseguenti mostrarono al mondo come gli Stati Uniti fossero ancora l’unica potenza globale, in grado di colpire con letale velocità.
In modo simile, le prime ore dell’Operazione Epic Fury, l’offensiva militare congiunta israelo-americana contro l’Iran, lanciata il 28 febbraio, dimostrarono la straordinaria portata della moderna guerra di precisione. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno ucciso la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, insieme ad alti comandanti del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e importanti funzionari dell’intelligence, in quello che Washington e Gerusalemme hanno descritto come un colpo decisivo volto a paralizzare la struttura di comando di Teheran e a destabilizzare il regime.
Il colpo fu durissimo, ma non si concretò nello sfaldamento politico, militare e, soprattutto, morale dell’avversario. Nel giro di poche ore, ogni speranza che gli attacchi mirati avrebbero limitato la portata della guerra svanì.

La differenza con il blitz di Caracas stava nella differente natura dei due regimi combattuti. È facile considerare la differenza delle forze in campo: da un lato il paese caraibico, piccolo e poco armato, capace solo di azioni da “polizia”, dall’altra una entità di 90mln di abitanti, con forze armate motivate e potenti.
Vi è qualcosa di molto più letale che distingue i due regimi. Il carattere intrinsecamente resiliente del regime dei chierici. Khamenei ha lasciato un’eredità devastante. Dalla sua ascesa al potere nel 1989, il rial iraniano ha perso quasi tutto il suo valore rispetto al dollaro. Pur essendo ricco di risorse naturali, l’Iran soffre costantemente di carenze di elettricità e acqua. Nell’ultimo anno, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati di oltre il 70%. I problemi economici dell’Iran sono in gran parte la conseguenza di una politica estera volta a contrastare gli interessi degli Stati Uniti.
Di fronte al malcontento popolare, Khamenei ha costantemente resistito alle riforme e ha fatto ricorso alla violenza, per nulla cieca, ma ponderata nella sua massificazione, per reprimere il suo popolo, in particolare a gennaio, quando il suo regime ha massacrato migliaia di cittadini. Ma ha chiaramente preparato l’Iran al momento attuale.
Di fronte a una minaccia davvero esistenziale, l’Iran ha messo in atto una risposta molto più ponderata, decentralizzata ed efficace di quanto molti si aspettassero, colpendo, non solo, il territorio israeliano e le installazioni diplomatiche e militari statunitensi, ma anche obiettivi civili in tutto il Golfo Persico, inclusi aeroporti, hotel e infrastrutture energetiche. Probabilmente la volontà del Presidente americano è quella di voler dichiarare vittoria al più presto.
L’esercito iraniano è stato gravemente indebolito. Israele potrebbe essere a corto di intercettori missilistici e mantenere stabili i mercati globali richiederà la riapertura dello Stretto di Hormuz, che l’Iran ha dichiarato chiuso ai suoi nemici. Ma, con tutta la sua prosopopea, non può imporre la resa a un governo che la rifiuta.
Anche dopo i gravi danni subiti dall’esercito iraniano, il regime ha forti incentivi a proseguire il conflitto e conserva una varietà di strumenti per sostenere una guerra di logoramento. La guerra si sta quindi dirigendo a grandi passi verso un punto di svolta in cui tutte le opzioni possibili sono negative.
In questa situazione il regime di Teheran, che negli anni si era strutturato come una entità policentrica, dove la guida suprema aveva sempre minor peso politico, ancora in vita il vecchio Khamenei, ecco arrivare (22 marzo) le proposte di Teheran: pace duratura (quindi non una semplice tregua), chiusura delle basi militari USA nella regione, risarcimento all’Iran, come è sempre dovuto ai vincitori, dai vinti, fine della guerra contro i gruppi regionali affiliati (Hamas, Hezbollah e Houthi) nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz ed estradizione e perseguimento penale degli operatori dei media anti-Iran.
Proposte apparentemente assurde per un regime la cui leadership viene periodicamente falciata dalla sinergia di intelligence tra Washington e Gerusalemme, ma perfettamente in sintonia se si riflette il suo carattere policentrico e mutevole, dove l’autorità del “demiurgo” viene condivisa da una ampia pletora di personaggi, non sempre in sintonia tra di loro, ma ben determinati a tenere in vita l’attuale Stato. Richieste talmente estreme che prevedono una risposta negativa, già al momento della proposta.
D’altronde, per la tradizionale dottrina bellica occidentale si stanno esaurendo i bersagli. Esauriti i target che rappresentano gli elementi del C3I (Command, Control, Communication, Information) non resta altro che esaurire le proprie forze su obiettivi più utili al funzionamento della società civile, che allo sforzo bellico e, questo, ha un costo politico troppo alto. Molto presto, il presidente degli Stati Uniti si troverà di fronte alla scelta tra raddoppiare gli sforzi in una guerra impopolare o, per porvi fine, strappare a Israele una concessione che l’Iran potrebbe presentare come una vittoria. Recenti affermazioni di Trump (23 marzo) paiono seguire questa via.

Nonostante la brillantezza tattica dell’offensiva congiunta con Israele, il successo strategico rimane un miraggio per gli Stati Uniti. Trump ha dichiarato guerra a un Paese di 92 milioni di abitanti senza un piano chiaro per ciò che sarebbe accaduto dopo la fine delle ostilità e questa è una costante della politica americana degli ultimi 25 anni. Inizialmente dichiarò che la vittoria sarebbe stata raggiunta se il popolo iraniano si fosse sollevato e avesse smantellato la Repubblica Islamica da solo: una richiesta straordinaria e irrealistica.
La terribile repressione del regime a gennaio non ha prodotto defezioni significative né dal regime né dai servizi di sicurezza, e i leader governativi hanno già dimostrato di essere disposti a uccidere quanti più membri del proprio popolo possibile pur di rimanere al potere. D’altronde sono sempre stati coscienti che solo una minoranza della popolazione sosteneva attivamente il regime, mentre un’altra minoranza avversava la repubblica islamica. Come sempre accade all’interno di paesi governati da regimi autoritari, la maggioranza degli iraniani aspira “solo” a una vita migliore.
Molti pensarono che dopo la morte di Khamenei, gli iraniani che desideravano una vita migliore si sarebbero uniti a coloro che si opponevano fermamente alla Repubblica Islamica, costringendo i leader del paese a intraprendere un percorso diverso da quello tracciato dalla Guida Suprema. Ma l’amara ironia è che l’approccio di Stati Uniti e Israele alla recente guerra ha offerto a Khamenei una morte da martire; un dono al regime, poiché ha distolto l’attenzione dai fallimenti della Repubblica Islamica.
Se Khamenei fosse morto nei miasmi del cancro la sua scomparsa sarebbe stata quella di un personaggio, mai molto amato. Le bombe “occidentali” hanno offerto alla screditata Guida Suprema il “martirio” la massima forma di testimonianza di fede, un sacrificio consapevole e una vittoria spirituale.
A questo “martirio”, che ha dato nuova linfa al regime, ecco che si aprì l’emblematica successione al ruolo di nuova Guida Suprema. Sotto una gragnola di bombe il “consiglio degli esperti” scelse il figlio di Alì: Mojtaba. Da quel momento (8 marzo 2026) ecco che “parlò” due volte, senza mostrarsi o far udire la sua voce. Immagine degna degli antichi oracoli. Non è senza importanza rilevare come il regime possa sopravvivere senza il suo capo riconosciuto, almeno per un po’ di tempo.
La storia della cinematografia richiama alla mente il film di Woody Allen “il Dormiglione” (Sleeper, 1973) dove in futuro post-atomico, la Terra è divisa in due distretti, l’oriente e l’occidente e nella prima parte governa unLeader oppressivo, che – vittima di un attentato di una fantomatica resistenza – sopravvive ma fortemente menomato: il solo naso. La pellicola si snoda nel tentativo di riportare in vita il Leader, tramite la moltiplicazione delle sue cellule. In questo periodo di “assenza”, comunque il leader – cioè, chi per esso – emanava ordini, e compariva tramite filmati di repertorio.

Ecco cosa parrebbe succedere a Teheran. Già da tempo si sussurrava che il vero potere fosse nelle mani del corpo dei “Guardiani della Rivoluzione”, dopo l’elezione di Mojtaba questo sospetto si sta facendo certezza.
Questo rende difficile la via di colloqui tra le parti. Comprensibilmente Washington non può sapere il grado di rappresentatività che possono avere i suoi interlocutori. Anche se il 23 marzo Trump dichiarò: “Stiamo parlando con un leader rispettato, non Khamenei” è chiaro che la mancanza di un interlocutore univoco, manda in corto circuito il sistema diplomatico statunitense, in fondo, formato alla vecchia scuola diplomatica.
Questo, apparente, vuoto di potere è a tutto vantaggio del regime dei chierici. In futuro, l’Iran non avrà bisogno di ottenere grandi successi militari ogni giorno. Al regime basterà infliggere periodicamente danni sufficienti a mantenere in uno stato di apprensione i partner regionali, i mercati e l’opinione pubblica americana. Nonostante i danni catastrofici subiti dalla marina iraniana e da altri rami delle forze armate, i periodici attacchi dei droni contro le petroliere che tentano di attraversare lo Stretto di Hormuz sono probabilmente sufficienti a paralizzare il traffico in un canale marittimo che rappresenta un quinto dell’approvvigionamento petrolifero mondiale.
Il presunto attacco alle installazioni militari poste nella base di Diego Garcia a 4.000 km dalle coste iraniane, anche se fallito e nell’inconsapevolezza del numero di vettori in mano alle forze iraniane, non può non mettere ansia, anche in Europa.

Naturalmente, questa strategia iraniana comporta enormi rischi. Potrebbe unire i Paesi del Golfo contro Teheran e provocare un’ulteriore escalation. L’Iran deve anche mantenere alcune capacità offensive di riserva. Questo potrebbe spiegare perché non ha chiesto un maggiore intervento degli Houthi in Yemen, non ha intrapreso attacchi informatici su vasta scala né ha compiuto atti di terrorismo contro gli interessi statunitensi al di fuori del Medio Oriente.
Ma il regime – da chiunque sia guidato – è consapevole che di essere in grado di sopportare perdite maggiori rispetto agli Stati Uniti o ai Paesi del Golfo. Sebbene il parallelismo non sia perfetto, le attuali tattiche e gli obiettivi di Israele sembrano simili a quelli che hanno sostenuto la sua campagna del 2024 per neutralizzare Hezbollah in Libano. Tale operazione ha incluso una serie di attacchi mirati alla leadership di Hezbollah e un rapido indebolimento della capacità della milizia di esercitare pressioni su Israele. Israele ha sfruttato questi successi tattici per raggiungere uno status quo che gli ha permesso di “falciare l’erba” periodicamente, continuando a colpire l’organizzazione quando necessario con poche ripercussioni.
I leader israeliani comprendono che Trump potrebbe cercare di porre fine rapidamente a questo conflitto, ma a lungo termine non si accontenteranno di un cessate il fuoco che lasci sostanzialmente intatta la Repubblica Islamica. Sarà solo questione di tempo prima che tentino di riavviare il conflitto e indebolire ulteriormente l’Iran.
Trump sembra più concentrato a consolidare la propria eredità politica che su un obiettivo specifico. I suoi riferimenti alla sua “piccola escursione” in Iran riecheggiano la vanteria del Segretario di Stato americano John Hay del 1898, secondo cui il conflitto di quattro mesi del suo paese con la Spagna era stato una “splendida piccola guerra” che aveva dimostrato la potenza e la gloria americane. A un certo punto, il prezzo pagato dagli Stati Uniti per l’arsenale e per l’economia globale imporrà a Trump di porre fine al conflitto.
Desiderosa di evitare la stessa sorte di Hezbollah, tuttavia, la Repubblica Islamica non cerca una via d’uscita. I leader iraniani vogliono prolungare la guerra il più a lungo possibile e rendere il presidente americano meno propenso a un futuro conflitto. Trump potrebbe continuare a condurre la guerra in Iran persistendo nella sua devastante campagna aerea. Ma questo sta già producendo risultati decrescenti, dato che l’esercito americano ha già colpito la maggior parte dei suoi obiettivi.
L’alternativa è schierare truppe di terra americane. Ciò comporta rischi enormi ed è proprio ciò che Trump, da candidato alla presidenza, ha ripetutamente promesso di non fare mai. Ma potrebbe essere l’unico modo per garantire un regime iraniano più docile alle sue richieste. Trump potrebbe anche prendere in considerazione operazioni più mirate e di minore entità, legate alla sicurezza marittima o al programma nucleare iraniano. Anche queste, tuttavia, comporterebbero rischi significativi per i soldati americani e probabilmente provocherebbero ritorsioni, e ci sono poche possibilità che portino alla capitolazione dell’Iran.
La Repubblica Islamica è ansiosa di evitare la stessa sorte di Hezbollah. In alternativa, Trump potrebbe esternalizzare la guerra armando fazioni politiche o etniche che si oppongono al regime di Teheran. Sarebbe una ricetta per il disastro: mobilitare i curdi o qualsiasi altro gruppo separatista etnico terrebbe molti iraniani antiregime a casa e frammenterebbe l’opposizione. Una simile mossa potrebbe causare la morte di qualche soldato iraniano in più, ma sarebbe altamente improbabile che riduca significativamente la capacità del regime di reprimere il dissenso interno. Rischierebbe inoltre di esacerbare il conflitto regionale e di provocare migrazioni di massa.

Rimane quindi un’unica opzione: cercare di raggiungere un cessate il fuoco formale. Teoricamente, ovviamente, Trump potrebbe semplicemente dichiarare che l’indebolimento dell’esercito iraniano e l’uccisione di Khamenei costituiscono una vittoria e ritirarsi. Ma questo è più difficile di quanto sembri. Non può impedire unilateralmente a Teheran di attaccare obiettivi statunitensi o gli stati del Golfo. L’Iran preferirebbe combattere una guerra prolungata con gli Stati Uniti ora piuttosto che ripetute guerre con Israele nei prossimi anni.
Anche se gli Stati Uniti si ritirassero unilateralmente dal conflitto, qualora un futuro scontro tra Iran e Israele apparisse inevitabile, l’Iran continuerebbe probabilmente a colpire gli interessi statunitensi nella regione, così come quelli degli Stati del Golfo e delle infrastrutture energetiche. L’obiettivo strategico dell’Iran ora è quello di imporre costi così elevati agli Stati Uniti e agli Stati del Golfo da costringere Trump a optare per un cessate il fuoco che preveda una limitazione delle future azioni israeliane. In sostanza, l’Iran vuole obbligarlo a scegliere tra gli interessi di sicurezza di Israele e la stabilità dei mercati globali.
In definitiva, la guerra iniziata da Trump difficilmente avrà un lieto fine. E ogni giorno che passa sembra ritardare un futuro migliore per il popolo iraniano. “Signore e Signori, la tragedia è servita!”






