La Chiesa copta ortodossa e la comunità in Italia ed Europa
Arianne Ghersi intervista Angela Bernardo
Gli ortodossi, tra cui i copti, festeggiano le festività, come ad esempio la Pasqua, con tempistiche diverse rispetto a quelle di altri cristiani. A che cosa è dovuta questa differenza?
La differenza nelle date delle festività, in particolare della Pasqua ma anche del Natale, tra le Chiese cristiane ortodosse, incluse la Chiesa copta, e quelle cristiane, cattoliche e protestanti – faccio per semplificare –, dipende essenzialmente da due fattori: il calendario utilizzato e il modo in cui viene calcolata la data delle festività.
Le Chiese cristiane, cattoliche e protestanti, seguono il calendario gregoriano, introdotto da papa Gregorio XIII nel XVI secolo. Molte Chiese ortodosse, invece, continuano a utilizzare il calendario giuliano (o una sua variante), che è più antico e presenta uno scarto di circa 13 giorni rispetto a quello gregoriano. Questo scarto fa sì che le stesse date “astronomiche” cadano in giorni diversi nei due calendari. Più nello specifico, secondo una tradizione consolidata, la Pasqua, che è una festa “mobile”, deve cadere la prima domenica dopo la prima luna piena successiva all’equinozio di primavera. Tuttavia, le Chiese cristiane, cattoliche e protestanti, calcolano l’equinozio, convenzionalmente fissato al 21 marzo, e le fasi lunari secondo il calendario gregoriano mentre molte Chiese ortodosse effettuano il calcolo in base al calendario giuliano.
Inoltre, nelle Chiese ortodosse si tende a non far precedere la Pasqua cristiana a quella ebraica, per mantenere la sequenza cronologica attestata nelle Scritture tra i due eventi; anche questo può incidere sul calcolo della data. La combinazione del diverso calendario e dei diversi criteri di calcolo fa sì che la Pasqua venga spesso celebrata in date diverse, anche se non sempre: in alcuni anni le date coincidono mentre in molti altri la differenza può essere di una o più settimane. Quest’anno, ad esempio, la Pasqua ortodossa cadrà domenica 12 aprile, una settimana dopo quella cattolica e protestante.
Quali sono i tratti salienti che contraddistinguono i copti anche dagli altri ortodossi?
Innanzitutto, per quanto riguarda gli ortodossi, è necessario operare una distinzione interna, dal momento che l’ortodossia, al pari di altri gruppi religiosi, non rappresenta una realtà omogenea.
Da un lato, vi sono le Chiese ortodosse dell’Est o “bizantine”, comunemente note come “Eastern Orthodox Churches”. Tra di esse rientrano, ad esempio, la Chiesa russa, la Chiesa bulgara, la Chiesa ortodossa greca, ecc. Queste Chiese sono storicamente legate a contesti nazionali specifici e, in molti casi, si sono sviluppate in stretta connessione con la formazione degli Stati moderni. Per questo motivo, in tale ambito, l’ortodossia è frequentemente associata a una dimensione nazionale, benché non si esaurisca in essa: oltre al dato nazionale – che, come quello geografico (dell’Est), va preso con cautela – emergono, infatti, anche altre caratteristiche distintive.
Dall’altro lato, vi sono le Chiese ortodosse orientali “antiche” definite come “Oriental Orthodox Churches”, che costituiscono un insieme distinto. In questo caso non si tratta di Chiese nazionali nel senso moderno del termine ma di comunità profondamente radicate in specifici contesti etnico-religiosi. Ne fanno parte, ad esempio, i copti in Egitto e i siriaci. In queste tradizioni, l’identità religiosa è spesso strettamente intrecciata con l’identità etnica e culturale, dando luogo a configurazioni diverse rispetto alle Chiese ortodosse dell’Est o “bizantine” menzionate in precedenza.
Quando si parla di “ortodossi”, dunque, è importante chiarire a quale ambito ci si riferisce, perché sotto questa etichetta si collocano realtà storiche, istituzionali e culturali differenti. In questo quadro, i copti presentano alcuni tratti salienti che li distinguono dagli altri ortodossi.
La Chiesa copta ortodossa rientra tra le Chiese ortodosse orientali “antiche” ed è un’istituzione a base etnico-religiosa. Anche il termine “copto” riflette questa specificità: benché esistano diverse ipotesi sulla sua origine, esso è generalmente ricondotto alla parola greca “Aigyptos”, traslitterata in arabo come “Qibt”. Il termine venne inizialmente utilizzato per designare la popolazione non araba del Paese dopo la conquista araba dell’Egitto nel VII secolo. Nel corso del tempo, tuttavia, esso è passato a indicare in modo specifico i cristiani egiziani.
Un primo elemento distintivo relativo all’identità copta riguarda il forte intreccio tra dimensione religiosa e identità etnico-culturale: i copti sono spesso rappresentati come un gruppo etnico-religioso autoctono dell’Egitto, le cui origini vengono ricondotte alla popolazione di epoca faraonica, convertita al cristianesimo da san Marco. Questa autorappresentazione, generalmente prodotta dai discorsi ufficiali della Chiesa copta come forma di legittimazione, insiste su una continuità storica e culturale con l’antico Egitto e su un radicamento millenario nel territorio, anche se i legami con la popolazione dell’Egitto faraonico sono più ideali che reali.
Un secondo elemento distintivo riguarda il piano storico e istituzionale. A differenza delle Chiese ortodosse organizzate su base nazionale, la Chiesa copta si è sviluppata come un gruppo originariamente maggioritario che è diventato progressivamente minoritario, all’interno di un contesto in cui la componente musulmana ha assunto, nel tempo, il ruolo di maggioranza. Questa condizione di minoranza, mantenuta dai copti anche nei Paesi d’immigrazione, ha contribuito a rafforzare specifici strumenti narrativi, come l’idea di essere la “Chiesa dei martiri” e, dunque, la tematizzazione del martirio come forma di testimonianza per eccellenza, nonché forme di organizzazione comunitaria proprie, sia in Egitto sia nei contesti migratori. Tali elementi vengono spesso presentati come tratti distintivi dell’autenticità del cristianesimo copto, inteso come il “vero” cristianesimo o, quantomeno, come il cristianesimo delle origini, “puro” o “non corrotto”.
Un ulteriore elemento distintivo riguarda il piano dottrinale e rimanda al concilio di Calcedonia del 451 d.C., che costituisce il contesto entro il quale emersero differenze teologiche e istituzionali tra le Chiese, rendendo visibile una separazione maturata nel tempo. In particolare, la Chiesa copta non ha recepito le definizioni calcedonesi. Queste affermavano che Cristo è una sola persona con due nature, una umana e una divina, distinte ma unite (“senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione”).
Al contrario, la Chiesa copta ha sviluppato una cristologia che insiste sull’unità della natura di Cristo, ritenendo che la dimensione umana e quella divina formino un’unica realtà e non due nature distinte. Questa differenza, a lungo interpretata come l’elemento che ha portato a una frattura netta all’interno dell’ortodossia – benché il concilio di Calcedonia rappresenti, come dicevo, più un momento di emersione di tensioni già esistenti che una rottura improvvisa – è stata oggetto di riletture e dialoghi teologici che hanno messo in luce, fra l’altro, la dimensione storico-linguistica e politica delle divergenze che abbiamo visto e il modo in cui i rapporti ecumenici tra le diverse denominazioni cristiane ne hanno accompagnato l’evoluzione.
Nel 1988, ad esempio, tali dialoghi ecumenici hanno condotto a una dichiarazione congiunta tra i rappresentanti della Chiesa cattolica e di quella copta sulla cristologia, anche se ciò non ha comportato il superamento delle differenze ecclesiali e istituzionali tra le due Chiese.
Infine, occorre considerare l’esistenza di elementi liturgici, simbolici e culturali specifici. Il rito copto, ad esempio, è piuttosto articolato: esso è caratterizzato da una liturgia lunga, nella quale la musica e il canto svolgono un ruolo essenziale come parte integrante dell’azione rituale. Le celebrazioni sono spesso segnate da un uso esteso di formule cantate, da una forte dimensione sensoriale e da una partecipazione comunitaria strutturata.
A ciò si affianca un patrimonio culturale specifico che ha accompagnato e sostenuto lo sviluppo storico della Chiesa e che è stato rielaborato e adattato anche nei contesti migratori. All’interno di questo patrimonio, la lingua, la letteratura e l’arte copta, in particolare l’iconografia, hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo di primaria importanza: specialmente nei Paesi d’immigrazione tali elementi sono parte integrante del processo di costruzione, preservazione e trasmissione alle giovani generazioni di quella che è generalmente considerata l’identità copta.
Come si può osservare, dunque, ciò che distingue i copti dagli altri ortodossi è una combinazione di elementi: una diversa collocazione ecclesiale, una specifica traiettoria storica, un forte intreccio tra identità religiosa ed etnica e un patrimonio liturgico, simbolico e culturale specifico. Questi elementi sono stati spesso rielaborati sia come forme di resistenza ai processi di “minoritarizzazione” – aspetto su cui la recente letteratura in materia ha offerto diversi spunti –, sia come esiti di negoziazioni a più livelli nei contesti migratori, considerando che l’emigrazione copta fuori dall’Egitto rappresenta oggi una realtà significativa.
Qual è la reale presenza “numerica” dei copti in Italia e in Europa? I copti hanno luoghi di culto “adeguati” alle loro esigenze?
Tracciare stime attendibili della consistenza numerica dei copti è un’operazione complessa. Due fattori principali ostacolano la disponibilità di dati certi in Egitto: da un lato, la tendenza del governo egiziano a contenere le cifre; dall’altro, una certa reticenza da parte dei copti stessi nel dichiarare la propria appartenenza religiosa. In questo senso la comunità copta appare spesso divisa tra il timore di esporsi attraverso un censimento puntuale e il desiderio di essere riconosciuta come una realtà numericamente rilevante.
La stima della presenza copta all’estero presenta difficoltà analoghe a quelle riscontrate in Egitto; a tali difficoltà si aggiungono ulteriori elementi. Da un lato, vi è l’attività dei gruppi di pressione copti, che tendono talvolta a dilatare i numeri per sostenere rivendicazioni politiche. Dall’altro, nei Paesi d’immigrazione le rilevazioni statistiche si basano sul censimento della nazionalità più che su quello dell’affiliazione religiosa. Va inoltre considerato che, in diversi contesti migratori, è la stessa Chiesa copta a fornire stime prudenti, anche in relazione a una narrazione che interpreta l’emigrazione come una perdita per la comunità e per il Paese d’origine.
Un ulteriore problema riguarda le categorie statistiche: quando l’appartenenza religiosa viene registrata, i copti sono spesso inclusi nella macro-categoria degli “ortodossi”, rendendo difficile isolarne il numero effettivo. A ciò si aggiungono fattori come la mobilità interna alle comunità – non sempre tracciata nei registri parrocchiali, peraltro non sempre accessibili ai ricercatori – e la presenza di flussi migratori irregolari, che rendono ancora più incerta la quantificazione. Le cifre disponibili devono pertanto essere considerate con cautela.
I dati che posso fornire in questa sede sono quelli sui quali ho lavorato circa cinque anni fa per la redazione del mio libro sulla Chiesa copta in Europa [A. Bernardo, Ricostruire una comunità: la Chiesa copta ortodossa in Europa, Quasar 2020]. Secondo il World Council of Churches, la principale organizzazione del movimento ecumenico nel mondo, i copti che risiedono fuori dall’Egitto sarebbero circa un milione, con una forte concentrazione in Nord America, in particolare negli Stati Uniti, seguiti da Australia e Canada.
Per quanto riguarda specificamente l’Europa, la Chiesa copta ortodossa nel Regno Unito e nella Repubblica d’Irlanda dichiara circa 20.000 fedeli distribuiti in 32 parrocchie, con numeri in crescita. In Francia si parla di circa 40.000 copti, una cifra che però è stata messa in discussione da diversi studiosi, poiché sarebbe superiore al numero complessivo dei cittadini egiziani registrati nel Paese. In Germania le stime ufficiali della Chiesa si aggirano intorno alle 12.000 persone.
Per l’Italia, infine, la Chiesa copta ortodossa indica una presenza di circa 70.000 copti, di cui circa 15.000 afferenti alla Diocesi di Roma. Se confermati, questi dati renderebbero la comunità copta in Italia una delle più consistenti in Europa. A queste cifre, tuttavia, non sempre corrispondono luoghi di culto adeguati.
Per quanto riguarda i luoghi di culto, infatti, la situazione delle comunità copte in Europa, Italia inclusa, è piuttosto frastagliata. Innanzitutto, occorre ricordare che l’individuazione, l’acquisizione e l’utilizzo dei luoghi di culto da parte delle diverse comunità sono il risultato di un processo di adattamento alle condizioni dei Paesi di accoglienza. Dal momento che, nella fase immediatamente successiva alla prima immigrazione, i copti non disponevano di spazi propri, essi hanno fatto ricorso a chiese cattoliche o protestanti concesse a lungo in comodato d’uso o vendute a un prezzo simbolico – come accaduto in Germania in diversi casi, specialmente dopo la riunificazione del Paese – nonché a sale adattate a luoghi di preghiera o a sedi provvisorie la cui destinazione d’uso originaria era diversa da quella di luogo di culto.
La Chiesa del Megalomartire San Giorgio a Roma, per fare un esempio concreto, è situata sopra un garage, in un ambiente simile a un deposito, all’interno di un complesso abitativo di edilizia popolare. Essa è stata messa a disposizione della comunità copta dal Comune di Roma dietro corresponsione di un canone d’affitto. Dall’esterno non si direbbe che si tratti di una chiesa ma, entrando nell’edificio, in particolare nello spazio adibito al rito, la percezione cambia. All’interno della chiesa si trovano arredi originali egiziani, che ripropongono lavorazioni artistiche tradizionali, e la disposizione dello spazio risulta identica a quella delle chiese in Egitto; lo stesso vale per l’iconografia. Questo stato di cose è una situazione che si riscontra in tutte le chiese copte che ho avuto modo di visitare in Europa e negli Stati Uniti.
Benché mostrino alcune caratteristiche comuni ricorrenti e risultino in linea, in termini di arredo e, dunque, entro certi limiti anche sul piano simbolico, con le chiese in Egitto, i luoghi di culto attualmente esistenti in Europa non possono essere considerati pienamente “adeguati” alle esigenze delle comunità che ne usufruiscono, non solo dal punto di vista architettonico esterno, ma anche da quello liturgico interno. Tra le altre cose, essi presentano problemi di acustica.
Come ricordavo prima, nell’ambito del rito copto la musica, in particolare il canto, ricopre un ruolo fondamentale. Il canto è il primo modo per rendere lode a Dio; anche per questo le chiese copte presentano soffitti a volta che amplificano il suono. Spesso l’adattamento agli spazi disponibili nei Paesi di immigrazione non consente di rendere pienamente la qualità della musica e del canto copto, come ho avuto modo di rilevare io stessa.
Durante la visita pastorale di Papa Tawadros II nel 2023 in Italia, ad esempio, ho avuto modo di ascoltare la musica e i canti copti intonati nella Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma. La struttura architettonica della basilica, grazie ai soffitti alti e all’assenza di barriere acustiche, consente un’adeguata espansione del suono: è stata quella la prima volta in cui ho potuto effettivamente comprendere e apprezzare il senso della musica nel rito copto. Nella chiesa del Megalomartire San Giorgio, invece, il soffitto basso non consente al suono di espandersi e di vibrare come dovrebbe; ciò incide sulla valenza tecnica e simbolica della pratica.
Accanto all’adattamento, con il passare del tempo, si è progressivamente sviluppata anche una rete di chiese copte, per così dire, “autonome” rispetto all’uso di spazi già esistenti. Come conseguenza della crescita delle comunità locali, legata a un processo migratorio costante, e della loro organizzazione in diocesi, le singole comunità presenti in Europa hanno cominciato ad acquistare e a edificare in proprio luoghi di culto. Spesso, tuttavia, si tratta di strutture costruite con risorse limitate, che devono tenere conto dei vincoli legati alla legislazione dei Paesi di accoglienza.
In Italia, ad esempio, la Diocesi di Roma ha cominciato ad acquistare terreni per costruire edifici ma il processo di edificazione presenta alcune difficoltà, sia per i vincoli legislativi di cui deve tener conto in termini architettonici (e non solo), sia per la scarsità di risorse disponibili all’interno della comunità stessa.
I luoghi di culto copti presenti in Europa sono, quindi, il risultato di processi di adattamento e progressiva istituzionalizzazione; essi, tuttavia, non presentano condizioni di piena adeguatezza architettonica, rituale e simbolica, né esterna né interna.
Ha qualche considerazione aggiuntiva che desidera condividere?
Una questione sulla quale ritengo utile richiamare l’attenzione è quella del riconoscimento della Chiesa copta in Europa. In effetti, nelle diverse declinazioni locali, le chiese copte nei vari Paesi europei si trovano ad affrontare il problema del riconoscimento ufficiale, che ha ricadute rilevanti in termini di diritti e doveri. Il caso italiano, ma anche quello tedesco (e non solo), è particolarmente significativo in tal senso.
Per quanto riguarda i luoghi di culto, ad esempio, è necessario sottolineare che le diocesi copte presenti in Italia possono costruire propri edifici ma soltanto dichiarando finalità di tipo socioculturale e non religioso; ciò dipende dal fatto che nessuna delle due diocesi copte ortodosse presenti nel Paese, né quella di Roma né quella di Milano, risulta ufficialmente riconosciuta dallo Stato italiano come comunità religiosa.
In Italia, infatti, le “confessioni religiose” diverse da quella cattolica, recita la norma, per essere riconosciute come tali ai fini del godimento di diritti formali, devono sottoscrivere un’Intesa ossia un accordo bilaterale con lo Stato italiano; questo processo, previsto dalla Costituzione, è disciplinato da una legislazione risalente al 1929, ormai datata, sia in termini lessicali che per impianto concettuale. Inoltre, il percorso di riconoscimento tramite Intesa è piuttosto complesso e lungo.
Il problema è che la mancata formalizzazione di un riconoscimento tramite Intesa incide su diversi aspetti della vita delle comunità religiose cosiddette di “minoranza”, come nel caso dei copti. Questa situazione ha effetti concreti sulla vita delle comunità, anche per quanto riguarda la possibilità di disporre di edifici destinati al culto, adeguati e con finalità esplicite, poiché tali edifici rappresentano uno spazio essenziale per le comunità, non solo sul piano simbolico ma anche su quello pratico.
In questo quadro, il fatto che, tra le due diocesi copte ortodosse presenti in Italia, solo quella di Roma sia stata riconosciuta come “ente di culto dotato di personalità giuridica”, condizione che rappresenta il primo passo per poter accedere alla stipula di un’Intesa, mentre nessuna delle due diocesi copte, pur rappresentando quella copta una tradizione religiosa storicamente radicata e formalmente riconoscibile nel contesto europeo, abbia ancora sottoscritto un’Intesa, è sintomatico delle difficoltà che continuano a incidere concretamente sull’effettivo esercizio del diritto di libertà religiosa nel Paese.

