Arte, Architettura e TurismoStoria dell'arte

Città scomparse

4.8/5 - (384 votes)

Oggi sono sabbia e silenzio. Ma un tempo, erano meraviglia.

Benvenuti sulla Via della Seta… o meglio, su ciò che ne resta.

Qui dove oggi passano SUV turistici e influencer vestiti su Amazon, un tempo passavano filosofi, mercanti, profumi, tappeti, idee, guerre e amori e tanta, tanta polvere. Le città che punteggiavano questa arteria millenaria non erano semplici oasi o stazioni di posta: erano metropoli scintillanti (almeno per gli standard dell’epoca), biblioteche viventi, crocevia di civiltà dove il buddhismo incontrava l’islam, il cinese il persiano, il greco il turco. Alcune, come Samarcanda, Merv, Dunhuang e Balkh, brillavano di una grandezza che rivaleggiava con Baghdad e Costantinopoli.

Altre, inghiottite dalle dune del Taklamakan – Loulan, Niya, Dandan-Oilik – sono scomparse quasi del tutto, ridotte a rovine che il vento spazza via. Eppure, le loro storie sopravvivono nei manoscritti, negli affreschi, nelle cronache arabe e persiane. E al centro di questo eco di grandezza e tragedia, la voce delicata e feroce di Rābiʿa Balkhī, la prima poetessa persiana nota, donna che osò cantare l’amore proibito in un mondo di spade e deserti.

La Via della Seta non era una strada unica, ma una rete di rotte che dal II secolo a.C. collegava Chang’an (l’odierna Xi’an) al Mediterraneo, snodandosi per oltre 7000 chilometri attraverso montagne, steppe e deserti. Non trasportava solo seta cinese, ma spezie indiane, vetro romano, cavalli dell’Asia Centrale, idee religiose e scientifiche. Le città che la costellavano prosperavano grazie a caravanserragli, mercati, oasi irrigate e tolleranza culturale. Ma il destino era fragile: guerre, invasioni mongole, desertificazione, e poi lo spostamento delle rotte marittime nel XV secolo, le ridussero a fantasmi.

Oggi, con droni con tecnologia LiDAR che rivelano nuove città come Tugunbulak e Tashbulak sulle montagne uzbeke (scoperte nel 2024, estese per oltre 120 ettari, centri minerari e commerciali medievali), sappiamo che il puzzle è ancora incompleto. Eppure, le rovine parlano: di imperi che caddero, di culture che fiorirono e di persone – re, mercanti, monaci, poetesse – che ne decretarono la storia.

Samarcanda, la Perla d’Asia: il sogno di Tamerlano

Samarcanda, nell’odierno Uzbekistan, è forse la più celebre. Fondata almeno dall’VIII secolo a.C. come Marakanda, capitale sogdiana, fu conquistata da Alessandro Magno nel 329 a.C., che la ribattezzò e la integrò nell’impero ellenistico.

Samarcanda (Uzbekistan)
Samarcanda (Uzbekistan)

Ma la sua età d’oro arrivò con Timur (Tamerlano), il condottiero turco-mongolo che nel 1370 la scelse come capitale del suo impero vasto dall’India all’Anatolia.

Timur non era solo un guerriero: era un visionario che deportò artigiani da ogni conquista per trasformare la città in un paradiso terrestre. Madrasse, moschee, giardini – i poeti persiani li descrivevano come “paradisi in terra”. La Moschea di Bibi-Khanym, eretta tra il 1399 e il 1404 con 450 colonne di marmo importate dall’India, era un colosso di maioliche blu e turchesi. Il Registan, piazza circondata da tre madrasse (Ulugh Beg, Sherdor, Tillakori), è un capolavoro di simmetria islamica, con mosaici che narrano geometrie celesti.

La madrassa Tilya Kori a Samarcanda.
La madrassa Tilya Kori a Samarcanda.

Sotto Timur e suo nipote Ulugh Beg (astronomo che costruì un osservatorio con quadrante murale di 40 metri), Samarcanda contava circa 150.000 abitanti e divenne centro della Rinascita Timuride: scienza, arte, poesia. Mercanti sogdiani, bilingui e astuti, dominavano il commercio; filosofi discutevano Aristotele accanto a dervisci sufi. Ibn Battuta, nel XIV secolo, la definì “una delle più grandi e belle città del mondo”. La grandezza non era solo architettonica: era umana. Timur risparmiò gli artigiani durante i massacri per farli lavorare qui, creando una fusione di stili persiani, cinesi e bizantini. Le cupole azzurre, i minareti slanciati, i giardini con canali – tutto simboleggiava un ordine cosmico.

Oggi, Samarcanda è Patrimonio UNESCO (“Crocevia di Culture”), con 595.000 abitanti, ma le rovine del Gur-e Amir (mausoleo di Timur) e il Registan evocano quel fulgore. Fu distrutta dai mongoli di Gengis Khan nel 1220, ma rinacque più gloriosa: prova che la Via della Seta sapeva risorgere dalle ceneri.

Merv, la Madre del Mondo: il colosso inghiottito dai mongoli

Se Samarcanda era la perla, Merv (nell’odierno Turkmenistan, vicino a Mary) era “la madre del mondo”. Gli scrittori arabi e persiani la chiamavano così: Marw al-Shahijan, “rendezvous of great and small”, capitale dell’Islam orientale. Insediamenti dal III millennio a.C., fu satrapia achemenide, poi ellenistica, sasanide, araba. Il suo apice fu sotto i Selgiuchidi, XI-XII secolo, quando divenne capitale imperiale sotto Ahmad Sanjar (dal 1118). Si estendeva per chilometri, visibile da un giorno di viaggio, con ponti, canali, giardini, caravanserragli e mercati che attiravano da Cina a Mediterraneo. Popolazione stimata fino a 500.000 abitanti – forse la città più grande del mondo allora – superando Costantinopoli e Baghdad.

Veduta dall'alto e ravvicinata delle rovine di Merv.
Veduta dall’alto e ravvicinata delle rovine di Merv.

Merv era un faro culturale: 10 biblioteche immense (una moschea ne custodiva 12.000 volumi), madrasse, osservatori. Omar Khayyam lavorò qui; produceva matematici, medici, poeti, astronomi (molti detti “Marwazi”). Yaqut al-Hamawi la lodò: “Di tutti i paesi dell’Iran, questa gente era nota per talenti ed educazione”. Zoroastriana in origine (conosciuta come Mouru, una delle 16 terre perfette di Ahura Mazda), divenne crocevia buddhista, cristiano nestoriano, islamico. Tessuti di cotone “Merv” erano leggendari; i mercati brulicavano di spezie, seta, schiavi, idee. Era un paradiso di tolleranza: pellegrini di ogni fede, studiosi che citavano Aristotele mentre servivano tè.

Poi arrivarono i mongoli. Nel 1221, la città aprì le porte a Tolui Khan, figlio di Gengis. La cronaca di Juvayni (storico persiano) è agghiacciante: “I mongoli ordinarono che, tranne 400 artigiani, tutta la popolazione, donne e bambini inclusi, fosse uccisa… A ogni soldato furono assegnati 300-400 persiani. Così tanti furono uccisi che le montagne divennero colline e la pianura si impregnò di sangue”. Ibn al-Athir parla di 700.000 morti; Juvayni di oltre 1,3 milioni, inclusi rifugiati. La città fu incendiata, il mausoleo di Sanjar profanato. Merv non si riprese mai del tutto.

Il mausoleo del sultano Sanjar.
Il mausoleo del sultano Sanjar.

Abbandonata definitivamente nel 1789 dopo un’ultima razzia, oggi è il Parco Storico “Ancient Merv”, UNESCO dal 1999: rovine di Erkgala, Gäwürgala, Soltangala con il mausoleo di Sanjar ancora in piedi, testimone muto di una grandezza annientata. Le persone che la resero tale – sultani selgiuchidi, studiosi, mercanti – incarnano il picco della Via della Seta: sapere, commercio, bellezza. La loro fine segnò il tramonto di un’era.

Balkh e Rābiʿa Balkhī: l’eco più delicata tra le dune

Tra Merv e Samarcanda sorgeva Balkh, antica Bactra, una delle città più antiche dell’Asia Centrale (menzionata già da Zoroastro). Capitale del regno di Bactria, conquistata da Alessandro, centro buddhista, zoroastriano e poi islamico. Anch’essa “scomparsa” nella grandezza: oggi piccola città afghana, ma un tempo metropoli di biblioteche e palazzi, crocevia per l’India. Qui visse Rābiʿa Balkhī (o Rabia al-Quzdari, X secolo), la prima poetessa nota in persiano moderno, figura semi-leggendaria che incarna la fragilità dell’amore e del genio femminile in quel mondo.

I resti della moschea di Balkh.
I resti della moschea di Balkh.

Figlia di Ka’b (emiro di Balkh), di discendenza araba persianizzata, Rābiʿa crebbe a corte samanide, contemporanea di Rudaki (considerato il primo grande autore della letteratura persiana). Intelligente, colta, di temperamento acuto, compose versi in persiano e arabo, ammirando la bellezza e giocando “il gioco dell’amore” (come la descrive Awfi nel Lubab ul-Albab, XIII secolo). Non era solo poetessa: amava la spada, la pittura, la natura. Ma la leggenda – narrata da Attar di Nishapur nell’Ilahi-nama e da Jami nel Nafahat al-Uns (XV secolo) – la rende immortale. Dopo la morte del padre, il fratello Haris (o Hares) ereditò il potere. Rābiʿa si innamorò di Baktash (Bektash), schiavo turco del fratello. Comunicavano tramite servitori fin dall’infanzia; i versi di lei, dolci come pioggia su violino, confessavano una passione proibita: amore che superava classi e norme.

Scoperta a una festa di corte (forse Rudaki lesse un suo poema), la gelosia di Haris esplose. La imprigionò nell’hamam (bagno turco), le fece tagliare le vene. Lì, morente, Rābiʿa scrisse con il proprio sangue sui muri i suoi ultimi versi d’amore per Baktash. Leggenda vuole che Baktash, gettato in un pozzo, fu salvato e si vendicò uccidendo Haris, solo per trovare il corpo di lei. Jami la include tra le 35 sante sufi; Attar la chiama Zainu’l Arab (“ornamento degli arabi”). I suoi temi: amore, natura, creazione divina. Pochi versi le sopravvivono. Il suo santuario è nel mausoleo di Khwaja Abu Nasr Parsa a Balkh, rinnovato di recente.

Rābiʿa non fu solo vittima: fu pioniera. In un’epoca in cui “donna poeta” era impensabile, cantò l’innamoramento come atto di ribellione. La sua storia, tramandata da sufi come Abu Sa’id Abu’l-Khayr, simboleggia la Via della Seta: fragile come amore in un deserto di potere, ma eterna come inchiostro (o sangue) sui muri. Balkh, un tempo grande quanto Merv, declinò con invasioni; oggi le sue rovine echeggiano la voce di Rābiʿa: “qualcosa rimane. Un soffio. Un ricordo”.

Dunhuang: l’oasi delle grotte, Wikipedia spirituale del mondo antico

Dunhuang, nell’odierno Gansu cinese, era l’ultima oasi prima del deserto del Taklamakan che letteralmente può essere tradotto come “entri e non torni”. Fondata come guarnigione Han nel 121 a.C. da Wu Di contro gli Xiongnu, divenne nodo strategico: qui si biforcavano le rotte nord e sud della Via della Seta. Popolazione di oltre 76.000 nel periodo Tang; caravanserragli, mercati, templi. Ma la sua immortalità sono le Grotte di Mogao: 735 caverne scavate dal 353 d.C. al XIV secolo, con 492 affrescate. Oltre 1000 anni di arte buddhista, ma non solo: influssi indiani, persiani, cinesi, tibetani, uiguri. Murales mostrano carovane di cammelli, bodhisattva, scene di vita quotidiana; statue colossali di Buddha.

L'interno di una delle innumerevoli grotte di Dunhuang.
L’interno di una delle innumerevoli grotte di Dunhuang.

La “Grotta della Biblioteca” (scoperta nel 1900 da un abate taoista) custodiva 50.000 manoscritti: sutra buddhisti, testi cristiani nestoriani, ebraici, manichei, in cinese, sogdiano, uiguro, tibetano. Una vera enciclopedia: dal Sutra del Diamante (primo libro stampato nel 868 d.C., oltre 500 anni prima della bibbia di Gutenberg) a documenti su commerci, pellegrinaggi (Faxian e Xuanzang passarono qui). Dunhuang era una vera e propria “Wikipedia spirituale”: monaci buddhisti, mercanti sogdiani, pellegrini di ogni fede mescolavano culture. Sotto i Tang fu prospera; poi tibetani, tanguti, mongoli (Kublai Khan nel 1227). Declinò quando le rotte marittime la decretarono definitivamente “fuori strada”.

Oggi le grotte (UNESCO) sono protette; i manoscritti digitalizzati dall’International Dunhuang Project. I monaci-artisti, i mercanti, i pellegrini che le crearono – figure anonime ma colossali – resero Dunhuang un faro di scambio umano.

Altre città inghiottite dal Taklamakan: Loulan, Niya, Dandan-Oilik

Il deserto del Taklamakan nasconde altri tesori. Loulan (o Kroraina), la “Pompei orientale”, fiorì dal I secolo a.C.-III d.C. sul Lop Nor: città di 10.000 abitanti, con fortezze, templi buddhisti, mercati. Scoperta da Sven Hedin (1900), mummie tochariane con tratti caucasici e testi in kharoshthi. Declinò per cambiamento climatico; oggi rovine tra dune.

Le rovine di Loulan.
Le rovine di Loulan.

Niya (Cadota/Jingjue), 115 km a nord dell’odierna Niya, oasi buddhista VI-VIII secolo: mura, stupa, affreschi, documenti in kharoshthi su legno. Scoperta Stein 1903; mostra vita quotidiana: contratti, lettere d’amore.

Dandan-Oilik (“case d’avorio”), nord-est di Khotan: 14 templi buddhisti VI-VIII secolo, stucchi, pannelli dipinti. Abbandonata fine VIII per avance tibetane; riscoperta Hedin 1896. Ricca di arte, testimone di ricchezza oasi.

Queste città, con Gaochang (Turpan) e Miran, mostrano come il deserto inghiottì civiltà: fiumi deviati, sabbie mobili, guerre. Grandezza: templi, irrigazione, arte ibrida greco-buddhista.

Il declino: mongoli, sabbia, mare

I mongoli (1220-1221) devastarono molte di queste città: Samarcanda rinacque, Merv no. Gengis e Tolui massacrarono per terrore. Poi la desertificazione (dovuta ai cambiamenti climatici), e nel XV secolo Vasco da Gama con le sue nuove rotte oceaniche: addio Via della Seta. Città ridotte a oasi minori o rovine.

Eredità: rovine che parlano

Ma l’eredità vera è nelle storie: Timur che costruì paradisi, studiosi di Merv, monaci di Dunhuang, Rābiʿa che scrisse col sangue. Finché nominiamo queste città e persone, i giardini fioriscono nella mente.

Un'altra vista delle rovine di Merv.
Un’altra vista delle rovine di Merv.

Un soffio. Un ricordo. Un giardino che ancora fiorisce.


Sullo stesso argomento, dal canale YouTube dell’autore:

  • (Napoli, 1970), è un antiquario specializzato in Tappeti ed arte Orientale.
    Appassionato di musica e storia, già durante gli studi universitari di Ingegneria Elettronica, si interessa al lavoro della madre, fondatrice della Persepolis, una importante galleria di tappeti.
    Nel 1996 realizza uno dei primi siti web del settore, www.persepolis.it e diventa poi, nel 2001, il più giovane Presidente dell'Associazione Napoletana Antiquari, nonchè consigliere FIMA (Federazione Italiana Mercanti d'Arte) organizzando due edizioni della Mostra Antiquaria Internazionale "Reggia di Portici".
    Dopo l'esperienza associativa, espande l'attività della sua azienda interessandosi, oltre all'Arte Orientale, anche all'Antiquariato Europeo, confermandosi come punto di riferimento nel settore.
    A Giugno 2025 inizia la sua avventura social, che in pochi mesi, grazie a video che parlano di storia dell'arte, lo porta ad una discreta notorietà.

    Visualizza tutti gli articoli
Ti è piaciuto questo articolo?
Apprezzi i contenuti di Caput Mundi?
Allora sostienici!
Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *