Il Viaggio nel Medioevo
Tra resoconti diplomatici e fantastiche esperienze nel mondo mediterraneo
Il viaggio ha sempre fatto parte della vita dell’essere umano. Fino a non molto tempo fa era considerato un’impresa lunga, costosa e spesso rischiosa: che fosse via terra o per mare, i pericoli erano innumerevoli. Con lo sviluppo delle strade, degli insediamenti e di una migliore conoscenza dei mari e della navigazione, gli spostamenti divennero progressivamente più sicuri, senza per questo perdere il loro fascino di scoperta dell’ignoto.
Le cronache di viaggio medievali riflettono pienamente questa tensione tra realtà e immaginazione: accanto a descrizioni geografiche precise compaiono bestie terribili, terre inospitali e città tanto ricche da rivaleggiare con le più grandi metropoli del mondo allora conosciuto. Opere come il Milione dei Polo o i Diari di Colombo furono scritte sia per entusiasmare i lettori sia per ottenere nuovi finanziamenti, e rispecchiano con chiarezza questa duplice natura del genere.
Tra le cronache più significative per completezza e varietà di contenuti spiccano quelle di Beniamino di Tudela, Pero Tafur, Ruy González de Clavijo e Bertrandon de la Broqière. Messe a confronto, queste opere — composte in epoche e contesti differenti — permettono di cogliere non solo le differenze stilistiche e narrative, ma soprattutto la mentalità di un’epoca nel suo rapporto con il diverso e con la conoscenza dell’altro.
Il viaggio tra documento storico e mito
L’Itinerario di Beniamino da Tudela: tra documentazione e immaginazione
Beniamino da Tudela e Pero Tafur, entrambi originari della penisola iberica, compirono itinerari molto simili — entrambi dalla loro terra sino alla Terra Santa — ma per ragioni profondamente diverse. Beniamino, rabbino sefardita della comunità di Tudela nel Regno di Navarra, visse nel XII secolo e intraprese il viaggio con l’obiettivo di documentare lo stato delle comunità ebraiche in Europa e nel Levante, fornendo la prima descrizione socio-geografica organica dopo secoli di silenzio cronachistico.
Il suo testo è al tempo stesso personale e sistematico: registra le distanze tra le città, i tempi di percorrenza e le caratteristiche delle comunità incontrate, offrendo una delle prime fonti geografiche medievali di rilievo. A Costantinopoli descrive usi e divisioni interne — come quella tra rabbaniti e caraiti — e lascia una rappresentazione della città ricca e sfavillante, con ori e pietre preziose ovunque, che però tradisce chiaramente il peso della leggenda, dal momento che l’unico ebreo ammesso alla corte dell’imperatore Manuele Comneno era il solo medico Rabbi Selomoh.

A Gerusalemme, la sua casa spirituale, Beniamino privilegia una narrazione mitologica e biblica rispetto alla descrizione fisica dei luoghi, rivelando quanto il potere dell’immaginario religioso prevalesse sulla realtà materiale. Di Baghdad, invece, offre una rappresentazione più concreta: metropoli ricca e colta quanto Costantinopoli, sede della più grande comunità ebraica, governata attraverso la figura del capo Dani’el Ben Hisday, che il Califfo trattava alla stregua di un re. Il viaggio si conclude in Egitto, dove la descrizione si fa più puntuale e geografica, con Alessandria presentata come crocevia di popoli e nazioni.
Il testo di Beniamino oscilla costantemente tra fantasia e rigorosa analisi sociale, incarnando perfettamente la sottile linea che nel Medioevo separava il resoconto reale dal mito. Allo stesso tempo, costituisce una fonte preziosa per la geografia storica e per la comprensione della società ebraica medievale, e ha contribuito nel tempo a ricollocare insediamenti e comprendere la grandezza di molte città.
Las Andanzas e Viajes di Pero Tafur: tra la voglia di conoscere e l’epicismo
Pero Tafur, nobile minore probabilmente sivigliano, visse nel XV secolo, circa quattro secoli dopo Beniamino da Tudela. La sua esistenza è documentata da atti notarili, ma l’entità del suo viaggio resta controversa: da permessi reali di dubbia provenienza a permanenze come ospite di personaggi illustri e persino di sovrani, la cronaca sembra più costruita per esaltare la propria figura che per documentare fedelmente l’esperienza. Tuttavia, le descrizioni di monumenti ed eventi risultano spesso sufficientemente accurate da supporre che il viaggio sia stato compiuto realmente.
Il percorso di Tafur, durato dal 1436 al 1439, attraversa le principali città del Mediterraneo e dell’Europa centrale. Ai Concili di Ferrara e Basilea, dove a suo dire viene accolto dall’imperatore Giovanni VIII Paleologo, e poi dagli Asburgo a Vienna, il tono della cronaca si fa insolitamente preciso nel descrivere caratteri e abitudini dei personaggi incontrati, tanto da far credere che i contatti avuti fossero reali. Nelle città tedesche — Francoforte e le Fiandre su tutte — Tafur si concentra sulle attività commerciali, descrivendo con competenza accordi e contrattazioni, e lasciando trasparire una notevole disinvoltura nel mondo degli affari.

L’aspetto più interessante della cronaca è tuttavia quello soggettivo: Tafur non esita a esprimere giudizi e impressioni, mostrando una curiosità aperta verso ciò che incontra. Descrive rituali e cerimonie egiziane con stupore genuino, si rattristisce per lo stato delle chiese di Costantinopoli, giudica negativamente i Paleologi e li definisce deboli e incapaci. Pur rimanendo fermamente ancorato alla propria identità castigliana e cristiana, non si chiude all’alterità ma tenta di comprenderla, spesso rimanendone affascinato. Qualunque fossero i suoi scopi reali, la cronaca di Tafur restituisce l’immagine insolita di un nobile minore che oscilla tra letterato curioso, mercante viaggiatore e bizzarro cavaliere dalle gesta improbabili.
Viaggi diplomatici e di spionaggio
Il Viaggio a Samarcanda di Ruy González de Clavijo: una finestra su mondi scomparsi
Le due cronache successive appartengono a un registro completamente diverso: concepite come resoconti ufficiali da presentare al proprio sovrano, sono tra le fonti medievali più attendibili. Ruy González de Clavijo, consigliere personale di Enrico III di Castiglia, fu incaricato di condurre una missione diplomatica presso Tamerlano e di documentare sistematicamente tutto ciò che avrebbe incontrato lungo il percorso. Il viaggio, che copre oltre ventimila chilometri, tocca Genova, Roma, Costantinopoli, Teheran e infine Samarcanda, al tempo della sua fondazione.
A differenza di Beniamino e Tafur, de Clavijo non esprime mai considerazioni personali, se non in rari momenti — come davanti ai reliquiari di Costantinopoli o alle meraviglie dell’arte timuride. La sua cronaca è metodica e precisa, al punto che alcune descrizioni sono state utilizzate per ricostruire chiese distrutte alla caduta di Costantinopoli o per avviare studi sugli usi dei Turchi timuridi. Attraversando la Persia, de Clavijo descrive Teheran come un microcosmo straordinario, con giardini, fontane, mosaici e suoni di ogni tipo: l’incontro di due mondi che si osservano con rispetto e curiosità reciproca.

A Samarcanda, un Tamerlano già malato accoglie la missione castigliana con grandi onori, mostrando come il nomadismo e la grandiosità costruttiva possano coesistere: il conquistatore più potente del suo tempo vive ancora nella sua yurta riccamente decorata. De Clavijo non giudica apertamente, ma lascia trasparire una certa perplessità di fronte alla velocità con cui la città viene edificata usando prigionieri di guerra e schiavi. Al contempo, non può fare a meno di riconoscere la complessità e la raffinatezza di un sistema che, agli occhi europei, sembrava incarnato da popolazioni distruttive e barbare. L’opera, pubblicata solo secoli dopo il suo ritrovamento negli archivi reali, offre ancora oggi una finestra insostituibile su mondi e società ormai scomparsi.
Il Viaggio d’Oltremare di Bertrandon de la Broqière: tra lo spionaggio e la curiosità
Il Duca di Borgogna Filippo III, intenzionato a organizzare una campagna militare contro Turchi e Mamelucchi, inviò nel Levante il suo fidato cortigiano Bertrandon de la Broqière con l’incarico di raccogliere informazioni dettagliate sullo stato delle forze nemiche, sulle città potenzialmente alleate e sulla fattibilità logistica dell’impresa. Nonostante la sua cronaca sia una fonte importante del primo Quattrocento, de la Broqière rimane il meno noto tra gli autori qui trattati, tanto che il suo testo non dispone ancora di una traduzione ufficiale dal francese.
Il resoconto è ricco di dettagli militari e diplomatici, ma pecca nella descrizione del percorso, rendendo ancora oggi impossibile una mappatura precisa del viaggio. Come gli altri prima di lui, de la Broqière non si astiene dai giudizi: descrive l’imperatore Giovanni VIII come un uomo debole e ormai sottomesso al sultano turco, e osserva che la decadenza dei costumi greci era tale da risultare inferiore persino a quella dei Turchi in fatto di ospitalità.

Ciò che colpisce maggiormente, tuttavia, è la sua reazione ai territori mamelucchi. De la Broqière non si aspettava quella preparazione militare, quella ricchezza e quella stabilità: Damasco in particolare lo impressiona per la potenza delle mura, la varietà dei quartieri e la solidità della guarnigione. L’avversario che aveva immaginato si rivela più complesso e affascinante del previsto. Questa curiosità si traduce in gesti concreti: de la Broqière adotta gli abiti locali, cosa che lo caratterizzò anche nelle opere francesi dell’epoca, e commissiona una traduzione del Corano e della vita di Maometto, riccamente decorata, da donare al Duca Filippo III.
Considerazioni finali
Le cronache di Beniamino di Tudela, Pero Tafur, Ruy González de Clavijo e Bertrandon de la Broqière sono fonti preziose tanto per la storia dei luoghi e dei monumenti quanto per la comprensione degli stili e dei metodi di scrittura del loro tempo. Tra testi in cui il confine tra reale, fantastico e mitico è volutamente labile, e altri in cui la descrittività sistematica è la componente dominante, tutti condividono un percorso comune: la volontà di attraversare l’ignoto e la necessità di conoscere l’altro, che fosse esso nemico, alleato o semplicemente diverso.
Queste cronache dimostrano come la conoscenza del mondo circostante fosse considerata fondamentale, in particolare per i popoli mediterranei. Confermano, ancora una volta, che il Mediterraneo è sempre stato uno spazio di incontro e condivisione, in cui periodi di scontro e guerra si sono alternati a momenti di conoscenza reciproca, dando vita ad alcune delle stagioni più feconde della civiltà mediterranea. (vedere anche l’articolo relazioni tra iberici e mongoli).
Riferimenti bibliografici:
- Da Tudela, B., “Itinerario” traduzione a cura di Giulio Busi, Giuntina editore, 2018
- Tafur, P., “Andanças e viajes” edizione italiana a cura di G. Bellini, Roma, Bulzoni editore, 1986
- De Clavijo, G. R., Viaggio a Samarcanda 1403-1406, edizione italiana a cura di P.B. Storoni, Roma, Viella, 2002
- La Brocquière, B. de; “Le voyage d’outremer de Bertrandon de la Broquière: premier conseiller de Philippe le Bon, duc de Bourgogne” studio e riscrittura a cura di Charles Henri Auguste Schefer, Parigi, edito E. Leroux, 1898





