Una catastrofe ecologica
Il massacro degli animali negli anfiteatri romani
La luminosità della civiltà di Roma antica in campo letterario, artistico, filosofico, architettonico, giuridico, tecnico non deve portarci a ignorare la faccia oscura della Luna, ovvero gli aspetti di barbarie, di crudeltà e di insensibile ferocia che caratterizzarono quella cultura in diversi ambiti e su larga scala.
Voglio riferirmi qui ai giochi circensi e in particolare al massacro di animali che nel corso di oltre cinquecento anni venne perpetrato nelle arene di circa 170 anfiteatri sparsi nelle città dell’Impero, ma prevalentemente nel suo cuore: a Roma, prima nel Circo Massimo e poi, a partire dall’80 d.C., nell’Anfiteatro Flavio, noto come Colosseo, che fu inaugurato dall’imperatore Tito durante una festa che si protrasse per ben cento giorni, durante l’estate.
Si trattava delle venationes (termine collegato al verbo venari = “cacciare”, da cui l’aggettivo italiano “venatorio”), cioè degli spettacoli durante i quali erano mostrate al pubblico cruente scene di caccia a bestie feroci, oppure scontri di animali feroci fra di loro o anche aggressioni di grossi carnivori a erbivori. Le venationes avevano luogo al mattino; nell’intervallo del mezzogiorno le belve feroci erano utilizzate per straziare i condannati a morte ad bestias; mentre nel pomeriggio si svolgevano gli apprezzatissimi giochi gladiatori, combattimenti armati fra atleti professionisti addestrati a ferire e a uccidere.
Sappiamo da Livio (XXXIX, 22) che il primo spettacolo con bestie feroci mai organizzato risale al 186 a.C., dunque in piena età repubblicana, quando il console Marco Fulvio Nobiliore, per celebrare il suo trionfo dopo una grande vittoria in Grecia, inscenò a Roma una caccia con leoni e leopardi.
La nascita e l’evoluzione delle venationes va strettamente collegata allo sviluppo della storia di Roma, a livello di politica sia estera che interna. La disponibilità di quella fauna per il console Marco Fulvio Nobiliore era dovuta alla recente vittoria romana su Cartagine nella II guerra punica (202 a.C.), che aveva aperto all’Urbe nuove aree di controllo in terra africana.
Inoltre, la realizzazione di grandi giochi pubblici a beneficio del popolo divenne da allora una potentissima leva di consenso elettorale (finché sopravvisse la repubblica) e poi, in età imperiale, un essenziale strumento propagandistico e psicologico, con il quale il princeps si guadagnava la gratitudine della plebe e nel contempo ne incanalava le energie potenzialmente eversive distraendola con spettacoli nei quali essa dava sfogo a tutti i suoi istinti più primordiali.
Dimenticava la lotta quotidiana per l’esistenza, la povertà, la disoccupazione, ebbra di sangue e di violenza, portandosi a casa una scia di passioni primitive e fanatiche che avrebbero nutrito per settimane i commenti e i dibattiti con gli amici.
Via via che Roma espande i suoi domini su tre continenti (Europa, Africa, Asia), aumentano di molto le sue conoscenze di territori lontani, con tutto ciò che contengono in termini di uomini e risorse, non solo economiche ma, per restare nell’ambito di questo articolo, anche faunistiche.
Va detto che Roma considerò a lungo i suoi domini provinciali come altrettanti serbatoi di beni e ricchezze da depredare, non solo come terre da portare a superiori livelli di civiltà con strade, acquedotti, terme e impianti fognari. In particolare, esibire negli anfiteatri animali esotici e mai visti prima, provenienti dalle terre sottomesse a migliaia di chilometri di distanza, aveva anche lo scopo di replicare in forma metaforica le stragi compiute sui popoli vinti di cui quella fauna rappresentava una proiezione, mostrando così come il dominio di Roma fosse totale.
tu regere imperio populos, Romane, memento
Virgilio, Eneide VI 851
(tu ricorda, o romano, di dominare le genti)
Sappiamo da Dione Cassio, storico romano di lingua greca (II-III secolo d.C.) e da altre fonti che nel 55 a.C. Pompeo, per celebrare le sue vittorie in Oriente e inaugurare il teatro che portò il suo nome, offrì per cinque giorni alla folla estasiata due venationes al giorno, durante le quali presentò uno straordinario campionario di fauna: scimmie etiopi, un rinoceronte indiano, leoni, elefanti, leopardi e una lince.
In quei medesimi giorni Pompeo dedicò il teatro di cui ancora oggi andiamo orgogliosi. In esso diede spettacoli di musica e di gare ginniche; nell’ippodromo gare di cavalli e uccisioni di molte e svariate belve. In cinque giorni furono sacrificati 500 leoni, e 18 elefanti combatterono contro uomini armati pesantemente. Di questi elefanti alcuni morirono subito, altri non molto dopo.
Dione Cassio, Storia romana, XXXIX 38
Giulio Cesare, acerrimo rivale di Pompeo durante la seconda guerra civile, non volle essergli inferiore neanche nello sfarzo delle venationes, anche a costo di dilapidare il suo patrimonio. Nella serie di trionfi celebrati nel 46, offrì alla popolazione cinque giorni di spettacoli durante i quali furono massacrati 400 leoni e venti elefanti, ma soprattutto fu mostrata al pubblico per la prima volta una giraffa, animale completamente sconosciuto ai Romani.
Ci si può chiedere quale fosse al proposito il pensiero degli intellettuali. Per restare al periodo repubblicano, ce ne dà un’idea Cicerone, che in una lettera scritta all’amico Marco Mario, commenta così i giochi offerti da Pompeo nel 55, di cui fu testimone diretto:
Rimangono le cacce alle fiere, due al giorno per cinque giorni: grandiose — nessuno lo nega —, ma quale piacere può trovare un uomo di cultura nel vedere un miserabile essere umano sbranato da una bestia potentissima, o una bestia magnifica trafìtta da un giavellotto da caccia?
Cicerone, Epistulae ad Familiares VII, 1, 3
Eppure, se proprio si vogliono vedere queste cose, le hai già viste molte volte; e noi che abbiamo assistito a questi spettacoli non abbiamo visto nulla di nuovo.
L’ultimo giorno fu quello degli elefanti: nel quale suscitarono grande meraviglia nel popolino e nella folla, ma nessun piacere. Anzi, ne seguì una sorta di compassione e la convinzione che quella bestia abbia in qualche modo una comunanza con il genere umano.
Avvertiamo in queste parole sia un senso di impotente rassegnazione di fronte a un fenomeno troppo vasto e politicamente necessario per poter essere riformato; sia una sensibilità che appare precorritrice di quella odierna, nel momento in cui Cicerone mostra ammirazione per la bellezza o l’intelligenza degli animali, e tristezza per il massacro idiota cui la macchina dello spettacolo li conduce.
Con il crescere della potenza ma anche dell’opulenza viziosa e sfarzosa di Roma durante l’Impero, la mattanza degli animali cresce sino ad assumere stili e dimensioni che oggi definiremmo hollywoodiani. Attorno alle bestie negli anfiteatri si crearono accurati scenari paesaggistici adatti al luogo di origine di ciascuno; perfetti meccanismi di ascensori e di botole consentivano la comparsa a sorpresa delle belve ruggenti in mezzo all’arena; per gli animali acquatici come ippopotami e coccodrilli venivano realizzate grandi vasche destinate presto a macchiarsi di rosso.
I cento giorni di sangue furono quelli dell’inaugurazione del Colosseo: ci informa Svetonio (Vita di Tito 7) che in un solo giorno vennero uccise cinquemila bestie feroci. Ne fu spettatore il poeta Marziale, che dedicò all’evento il primo libro dei suoi Epigrammata, intitolato appunto De spectaculis. Pur essendo uomo di lettere, Marziale si adegua conformisticamente alla publica opinio, perché le sue modeste condizioni economiche lo obbligavano a una condizione di cliente e dunque di servile omaggio ai potenti di Roma.
Una tigre, splendido esemplare senza rivali dei monti Ircani,
abituata a leccare la mano del domatore tranquillo,
ha sbranato con zanne feroci un leone selvaggio:
spettacolo straordinario e mai visto!
Finché visse nelle profonde foreste non osò nulla di simile;
dopo che è tra noi, ha aggiunto ferocia.
Superò il record di Tito l’imperatore Traiano, che al ritorno dalla campagna in Dacia, di cui resta a ricordo, a Roma, la Colonna a lui intitolata, offrì 123 giorni di spettacoli circensi, durante i quali, oltre ai tanti gladiatori caduti fra i diecimila fatti scendere nell’arena, vennero sterminati undicimila animali.
Questa triste insensibilità nei confronti delle sofferenze degli esseri viventi andò avanti ancora a lungo e fu rallentata solo da due fattori:
- il primo, economico, dovuto alle spese via via sempre più insostenibili – in tempi di invasioni barbariche e di pestilenze – per prelevare la fauna esotica da terre lontanissime e condurle in buone condizioni fino in Europa;
- il secondo, morale, spinto sempre di più dalle riflessioni dei pensatori cristiani, critici non tanto nei confronti delle venationes in sé e per sé, quanto proprio dell’esaltazione degli istinti più bruti provocata dagli spettacoli negli anfiteatri.
E chi avrà davanti ai suoi occhi l’orrore delle ferite delle belve e i gladiatori che si tergono il sangue mentre sgorga copioso dalle ferite, potrà forse provare sensi di pietà e di misericordia? Dio tenga sempre lontana dai suoi una cupidigia così folle e insana di piacere!
Tertulliano, De spectaculis 25
Contribuì alla decadenza delle venationes anche il progressivo esaurirsi della materia prima: le belve, soprattutto quelle più grandi, feroci e iconiche, come leoni, leopardi e tigri.
Il fenomeno plurisecolare delle cacce alle fiere negli anfiteatri, cui vanno sommate quelle “normali” effettuate sul territorio, fu la causa di un depauperamento faunistico che in certi casi condusse all’eradicazione o alla forte rarefazione di alcune specie da determinati territori: i leoni e gli elefanti un tempo presenti nell’Africa mediterranea scomparvero; l’orso dell’Atlante, comunissimo nel Maghreb al tempo dei Romani, si ridusse estremamente; identica sorte toccò alla tigre ircana, che viveva attorno al Mar Caspio. Queste due ultime specie si sono poi estinte in epoca contemporanea.

