GeopoliticaGeopolitica e Relazioni Internazionali

Iraq: la centralità geopolitica nel Medio Oriente

5/5 - (3 votes)

Il contesto

Le ultime indiscrezioni sull’eventuale impiego del territorio iracheno nelle operazioni rivolte contro l’Iran[1], insieme alla nascita del nuovo esecutivo guidato da Ali al-Zaidi[2], hanno riportato l’Iraq al centro del dibattito internazionale. Limitarsi alla cronaca immediata, tuttavia, rischierebbe di offrire una lettura parziale della situazione.

Baghdad non rappresenta più soltanto uno dei diversi fronti della crisi mediorientale. Il Paese è diventato un nodo strategico in cui si incrociano molte delle tensioni che stanno ridisegnando gli equilibri della regione: il confronto tra Washington e Teheran, il peso politico e militare delle milizie, la tutela delle rotte e delle risorse energetiche, l’instabilità proveniente dalla Siria, la debolezza delle istituzioni irachene e l’importanza crescente della dimensione informativa.

L'area geografica comunemente denominata Medio Oriente.
L’area geografica comunemente denominata Medio Oriente.

In questa prospettiva, comprendere l’evoluzione dell’Iraq significa leggere da vicino una parte decisiva dei processi che potrebbero influenzare il futuro del Medio Oriente: le ricadute non riguardano soltanto l’area regionale, ma possono incidere anche sugli interessi e sulla sicurezza dell’Europa.

Ago della bilancia tra Teheran e Washington?

L’Iraq si trova in una posizione particolarmente sensibile, sia sul piano geografico sia su quello politico, al centro di una competizione strategica che coinvolge attori regionali ed internazionali. Baghdad continua infatti a considerare gli Stati Uniti un interlocutore indispensabile, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza e la collaborazione militare. Allo stesso tempo, però, l’Iran conserva un peso rilevante in diversi ambiti della vita irachena, dalla politica all’economia, fino agli apparati di sicurezza.

Il Primo Ministro iracheno e Comandante in Capo delle Forze Armate, Ali Faleh al-Zaidi.
Il Primo Ministro iracheno e Comandante in Capo delle Forze Armate, Ali Faleh al-Zaidi.

In questo quadro si inserisce la nascita del governo guidato da Ali al-Zaidi, indicata come una manifestazione concreta del complesso equilibrio che caratterizza il Paese. La sua nomina sarebbe maturata come soluzione di mediazione dopo una fase segnata da contrasti interni e dal confronto tra le principali forze politiche irachene, sullo sfondo degli interessi delle potenze regionali.[3]

La scelta del nuovo esecutivo è arrivata al termine di mesi di paralisi istituzionale[4], in un contesto nel quale Washington e Teheran hanno continuato ad incidere, direttamente o indirettamente, sulle dinamiche politiche di Baghdad. L’Iraq resta quindi costretto a muoversi entro margini di manovra ridotti, dove ogni decisione interna viene letta anche attraverso la lente della rivalità tra Stati Uniti e Iran.

Il quadro rimane segnato da debolezze profonde. Come rilevato dal più recente Iraq Risk Assessment del Geopolitical Risk Observatory della Luiss, il Paese continua ad essere esposto a problemi strutturali legati alla governance, alla sicurezza ed alle tensioni regionali. La fragilità delle istituzioni, unita alla pressione geopolitica esercitata dall’esterno, contribuisce a rendere l’Iraq particolarmente vulnerabile alle crisi che attraversano il Medio Oriente.

Le milizie

Uno dei fattori che incidono maggiormente sugli equilibri dell’Iraq è rappresentato dal peso delle Popular Mobilization Forces[5]. Costituite nel contesto della guerra contro lo Stato Islamico, queste formazioni sono state nel tempo inserite nell’apparato di sicurezza nazionale, pur conservando in parte catene di comando e strutture operative proprie.

Il simbolo delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF).
Il simbolo delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF).

Il tema, tuttavia, non si esaurisce nella dimensione militare. Alcuni gruppi legati alle PMF hanno assunto un ruolo rilevante anche sul piano politico, economico e sociale, contribuendo a ridefinire i rapporti di forza interni al Paese; tale presenza solleva interrogativi centrali sulla capacità delle istituzioni irachene di controllare l’uso della forza e di affermare pienamente la propria sovranità.

La questione riguarda dunque non solo la sicurezza interna, ma anche il funzionamento stesso dello stato iracheno, chiamato a governare un territorio attraversato da profonde tensioni interne e da forti condizionamenti esterni.

Area strategica

Negli ultimi mesi l’Iraq è apparso sempre più coinvolto negli equilibri e nelle tensioni del Medio Oriente, non più soltanto come osservatore esterno. Le notizie su un possibile impiego di infrastrutture nel deserto occidentale iracheno durante operazioni rivolte contro l’Iran hanno riportato al centro del dibattito la capacità effettiva di Baghdad di restare fuori dalle dinamiche del confronto regionale.[6]

Indipendentemente dalla piena conferma delle singole ricostruzioni diffuse, emerge un elemento di fondo: il territorio iracheno continua ad essere considerato da diversi attori internazionali e regionali come un’area strategica di primaria importanza. Israele, Iran, Stati Uniti ed i rispettivi alleati guardano infatti all’Iraq come ad uno spazio rilevante nel quadro delle loro rivalità politiche e militari.

Questa situazione mette in luce una debolezza profonda della sovranità irachena: Baghdad deve fare i conti con una collocazione geografica particolarmente delicata, che la espone in modo quasi inevitabile alle crisi che attraversano il Levante e l’area del Golfo.

La dipendenza dal petrolio

Secondo le ultime analisi diffuse da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, l’economia irachena resta fortemente legata al petrolio, che continua a garantire più del 90 per cento delle entrate dello Stato e delle esportazioni del Paese[7]. Una condizione che rende Baghdad particolarmente vulnerabile sia alle variazioni dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali sia alle crisi geopolitiche nell’area.

Una raffineria in Iraq.
Una raffineria in Iraq.

Le recenti tensioni lungo lo Stretto di Hormuz e sulle principali rotte energetiche della regione hanno confermato quanto la sicurezza delle forniture sia ormai strettamente connessa alla stabilità nazionale. In un sistema economico ancora poco diversificato, ogni nuova fase di instabilità rischia infatti di produrre effetti immediati sui conti pubblici, con possibili ricadute anche sul piano sociale e politico.

A pesare sul quadro complessivo contribuiscono inoltre altri fattori strutturali: l’elevato tasso di disoccupazione tra i giovani[8], l’aumento della popolazione e le persistenti carenze nei servizi pubblici[9], che continuano a rappresentare una delle principali sfide.

Lo spettro dello Stato Islamico

La perdita del controllo territoriale da parte dello Stato Islamico ha ridimensionato in modo significativo la capacità del gruppo di amministrare aree estese, ma ritenere conclusa la minaccia jihadista sarebbe una valutazione prematura[10]. In diverse zone della Siria continuano infatti ad agire cellule e reti riconducibili all’Isis, mentre il perdurare dell’instabilità nel Paese e la questione dei miliziani detenuti restano elementi potenzialmente in grado di alimentare nuovi percorsi di radicalizzazione e reclutamento.

Alcuni militanti dello Stato Islamico (IS) con la rispettiva bendiera.
Alcuni militanti dello Stato Islamico (IS) con la rispettiva bendiera.

Numerosi centri di studio internazionali, tra cui il Washington Institute[11] e l’International Crisis Group[12], hanno evidenziato come il principale pericolo non sia tanto legato alla possibilità che l’organizzazione ricostruisca un’entità territoriale simile al cosiddetto Califfato, quanto alla sopravvivenza di strutture clandestine, alla capacità di adattarsi al nuovo contesto ed alla persistenza di circuiti estremisti ancora attivi.

A rafforzare queste preoccupazioni contribuiscono anche la caduta del governo di Bashar al-Assad[13] ed il peggioramento della situazione lungo la frontiera tra Iraq e Siria. In particolare, il trasferimento verso l’Iraq di migliaia di detenuti affiliati allo Stato Islamico, insieme al rischio che soggetti radicalizzati possano disperdersi sul territorio, rappresenta un fattore di instabilità da monitorare con attenzione[14].

La vicenda degli ultimi anni mostra dunque come la sconfitta militare e territoriale non comporti automaticamente la fine della minaccia: le organizzazioni jihadiste hanno già dimostrato di saper riorganizzare le proprie strutture, ridefinire i canali di reclutamento ed adattare la propaganda alle nuove condizioni operative.

L’importanza dell’Iraq per l’Italia

Per il governo italiano, l’Iraq resta uno dei capitoli più rilevanti della politica estera e di sicurezza in Medio Oriente. Roma dispone da tempo di una presenza diplomatica strutturata a Baghdad e continua a contribuire, insieme agli alleati, alle iniziative internazionali volte a sostenere la stabilizzazione del Paese.

La recente decisione della Nato Mission Iraq di rivedere temporaneamente il proprio dispositivo sul campo, assunta nel marzo 2026 in seguito al peggioramento del contesto regionale, ha confermato quanto la sicurezza irachena sia ancora esposta agli equilibri ed alle tensioni dell’intera area mediorientale.[15]

La "patch" della missione NATO in Iraq.
La “patch” della missione NATO in Iraq.

L’attenzione italiana, tuttavia, non riguarda soltanto il piano militare. L’evoluzione dell’Iraq ha ricadute dirette su diversi interessi nazionali: dalla sicurezza del Mediterraneo allargato al contrasto del terrorismo, fino alla protezione delle rotte energetiche e degli investimenti economici nella regione.

Osservare l’evoluzione politica e strategica di Baghdad significa quindi seguire da vicino alcune delle tendenze che potrebbero definire gli equilibri regionali del prossimo decennio. In questo senso, l’Iraq continua ad essere non solo un indicatore sensibile delle crisi mediorientali, ma anche un laboratorio delle trasformazioni che interesseranno il Mediterraneo allargato e la sicurezza europea negli anni a venire.


Riferimenti bibliografici:


Note:

[1] https://www.aljazeera.com/news/2026/4/6/has-trump-confirmed-irans-claim-that-protesters-were-us-armed

[2] https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/03/news/il-nuovo-premier-iracheno-ali-al-zaidi-tenta-di-disarmare-le-milizie–399916

[3] https://atuttomondo.unint.eu/2025/12/05/elezioni-in-iraq-un-nuovo-equilibrio-geopolitico/

[4] https://www.caputmundi.info/2025/11/14/elezioni-in-iraq-le-condizioni-in-campagna-elettorale/

[5] https://understandingwar.org/wp-content/uploads/2025/04/The20Leadership20and20Purpose20of20IraqE28099s20Popular20Mobilization20Forces.pdf

[6] https://www.corriere.it/esteri/26_maggio_10/la-base-segreta-di-israele-costruita-nel-deserto-iracheno-contro-l-iran-a20c85e9-f532-483e-8297-8cf18d3d3xlk.shtml

[7] https://www.worldbank.org/ext/en/country/iraq

[8] https://www.worldometers.info/it/demografia/iraq-demografia/

[9] https://www.coopi.org/it/paese/iraq.html

[10] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/la-lunga-ombra-dello-stato-islamico-in-siria-e-iraq-228948

[11] https://www.washingtoninstitute.org/

[12] https://www.crisisgroup.org/

[13] https://www.caputmundi.info/2024/12/18/siria-la-caduta-di-bashar-al-assad-e-la-fisarmonica-del-turco-erdo%c7%a7an/

[14] https://www.notiziegeopolitiche.net/iraq-gli-usa-spostano-dalla-siria-5-700-detenuti-dellisis/

[15] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/03/20/baghdad-la-missione-nato-si-ritira-temporaneamente-dalliraq_2fd7b516-ac5a-4a9e-b333-245578552769.html

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

    Visualizza tutti gli articoli
Ti è piaciuto questo articolo?
Apprezzi i contenuti di Caput Mundi?
Allora sostienici!
Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *