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L’apoteosi di re Carlo e le insidie di un viaggio complicato

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Si è conclusa la visita di Stato di re Carlo III a Washington (DC) in occasione del 250° anniversario dell’indipendenza americana. La visita giungeva in un momento delicato ed il contesto politico rischiava di oscurare lo spettacolo.

È noto che il rapporto tra Washington e Londra si fosse deteriorato nei quindici mesi trascorsi dal ritorno del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca. Il Presidente aveva criticato pubblicamente il governo di Keir Starmer su più fronti: accusandolo di debolezza in materia di immigrazione, deridendo l’utilizzo delle pale eoliche per la produzione di energia, criticandone la mancanza di sostegno nella guerra israelo-americana contro l’Iran e minacciando ritorsioni economiche per la presunta “ingiusta” tassa britannica sui servizi digitali.

Trump persino insinuò che le garanzie di sicurezza statunitensi avrebbero potuto non essere più estese con la stessa facilità di prima, un’affermazione che rappresentava una netta rottura con decenni di ortodossia legata all’alleanza.

Queste tensioni riflettono divergenze più profonde su questioni strategiche fondamentali.

Sull’Iran, Londra è stata molto più cauta di Washington. Ha messo in dubbio l’opportunità della guerra e limitato l’assistenza militare, compresa l’iniziale riluttanza a consentire all’esercito statunitense di utilizzare la base navale di Diego Garcia nell’arcipelago delle Chagos, nell’Oceano Indiano.

Sul commercio, la Gran Bretagna rimane impegnata a mantenere tariffe più basse e i quadri normativi esistenti, anche in materia di politica digitale, che contrastano con le preferenze degli Stati Uniti.

Sul clima, il Regno Unito è uno dei principali sostenitori della transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, in un momento in cui l’amministrazione Trump ha ripudiato l’agenda per l’energia verde del suo predecessore e svuotato di significato la sua legge di punta sulla riduzione dell’inflazione.

Infine, per quanto riguarda la NATO, le controversie sulla ripartizione degli oneri e sul supporto operativo, come la fornitura di navi da guerra per le missioni volte a garantire il passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz, hanno ulteriormente messo a dura prova la cooperazione transatlantica. Le critiche di Trump, ma leggere, toccavano anche uno dei “patrimoni” storici del Regno Unito e strumento secolare della politica estera di Londra: la Royal Navy, le cui navi venivano ridicolizzate come toys.

In questa difficile situazione la diplomazia britannica sperava che il fascino della monarchia potesse ammorbidire i toni della Casa Bianca, dato il dichiarato affetto di Trump per la famiglia reale. Una incognita, semmai, poteva risiedere nella performance di Charles Philip Arthur George, eternamente paragonato all’eccellenza della figura della madre Elisabetta II (L’unico monarca britannico a parlare al Congresso americano, 1991, prima di lui).

Tutti gli stereotipi che il re Carlo si portava dietro dalla nascita erano in agguato: mai troppo amato dall’augusta madre, che gli preferiva lo scapestrato di famiglia Andrea, mai al centro delle attenzioni del padre, che stravedeva per la figlia, la principessa Anna. Considerato dai sudditi meno affascinante del figlio William che con la moglie paiono incarnare la coppia reale delle fiabe. Vi era il dubbio che il Re potesse venire schiacciato dall’ingombrate presenza del padrone di casa: il Presidente americano, noto per le sue molte gaffe.

Il Re, invece, oltre ad essere una icona di stile (l’uomo di gran lunga più elegante dell’occidente, stiloso anche con capi volutamente vecchi e “consumati”) è apparso impareggiabile come simbolo di understatement, arte alla quale si prepara da tutta la vita. La visita di Stato non si sarebbe potuta svolgere in modo migliore.

Per il New York Times il suo discorso al Congresso riunito “è stata una dimostrazione di statura politica che molti, in queste aule, hanno tentato invano di raggiungere”, ricevendo consensi bipartisan dagli scranni repubblicani e democratici. A sintetizzarne il contenuto, il Telegraph: l’intervento del sovrano, si legge sul giornale inglese, ha rappresentato “una raffinata operazione diplomatica” dove “sotto toni eleganti e riferimenti culturali”, il sovrano “ha ribadito messaggi chiave del governo britannico”.

Non un passo indietro, non una lamentela, in piena sintonia con lo stile royal imposto dalla madre: “Never complain, never explain” (espressione spesso attribuita al primo ministro Benjamin Disreali). Le esternazioni del Sovrano si sono articolate in due momenti: la cena ufficiale alla Casa Bianca ed il discorso di fronte al Congresso.

Di fronte alle cerimoniose fanfaronate del suo coetaneo americano ecco che il Monarca rispondeva con piccole stoccate che avevano la ricaduta di una salva di cannoni. Il Regno Unito – secondo la visione del Re – era un partner alla pari, anche se i rapporti di forza militari e geopolitici erano differenti. Con la forza della secolare storia dell’impero britannico vi è voluto poco per ricordare che se l’Occidente non parlava francese, era merito delle “giubbe rosse”.

Non meno feroce il riferimento ai mondiali di calcio che vedono come paesi ospitanti, gli Stati Uniti d’America, il Messico ed il Canada che il tycoon vorrebbe trasformare nel 51° Stato Usa. Il Sovrano britannico deve essersi divertito un mondo a dire: “Tra poche settimane, gli Stati Uniti e il Canada saranno tra coloro che ospiteranno la coppa del mondo di Calcio. Dunque, in un certo senso Presidente, in quanto Capi di Stato, siamo co-ospitanti!”.

Umorismo più istituzionale al Congresso dove Carlo ha iniziato il suo intervento con una battuta di Oscar Wilde, secondo cui Stati Uniti e Inghilterra hanno tutto in comune, eccetto naturalmente la lingua. Carlo ha sfruttato il suo discorso al Congresso degli Stati Uniti per pronunciare un’ampia argomentazione. Ha iniziato con una riflessione, sottolineando che sia la Gran Bretagna che gli Stati Uniti traggono forza da “società vivaci, diverse e libere”, e che questa unità consente a entrambe le nazioni di affrontare “i mali che, tragicamente, affliggono oggi le nostre società”.

Passando a un aspetto personale, il Re ha parlato della sua fede cristiana come forza guida nella sua vita, un riferimento che ha suscitato una forte reazione da parte dei legislatori. Ha poi ribadito il suo impegno di lunga data nel dialogo interreligioso, osservando il “profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca”.

Rievocando il 1776, ha scherzato dicendo che Charles Dickens avrebbe potuto descrivere quell’epoca come “The tale of two Georges”, riferendosi sia a George Washington che al suo antenato, Re Giorgio III. Con un sorriso, ha aggiunto: “Re Giorgio non ha mai messo piede in America e, vi prego di stare certi, io non sono qui per qualche astuta azione di retroguardia!”. suscitando risate e applausi in tutta la sala.

Il Re ha poi elogiato i padri fondatori dell’America definendoli “ribelli audaci e fantasiosi con una causa”, prima di ripercorrere i profondi legami costituzionali tra le due nazioni. Senza mai citarlo, ma scardinandone i paradigmi dal profondo, Carlo aveva giocato facile nell’affrontare dialetticamente il Presidente. Questo è il privilegio di chi appartiene ad una “famiglia” che per secoli ha governato l’impero più vasto nell’orbe terraqueo. Non a caso in questo viaggio il Re ha ricordato come la nomenclatura geografica statunitense ricordi quel passato coloniale che lega indissolubilmente le due potenze atlantiche.

Re Carlo ha citato tradizioni giuridiche condivise, dal diritto comune inglese e dalla Magna Charta (1215)  all’Illuminismo britannico, e come queste abbiano plasmato il governo americano. Egli ha anche sottolineato il Bill of Rights del 1689 come fondamento non solo della monarchia costituzionale britannica, ma anche dei principi successivamente riflessi nella Carta dei Diritti degli Stati Uniti del 1791 (i primi 10 emendamenti alla Costituzione).

Ha inoltre evidenziato che la Magna Charta Libertatum è stata citata in almeno 160 casi della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1789, come fondamento del “principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli e contrappesi”. Poco conta che il Sovrano non si sia baloccato a ricordare che quel documento fu un atto di “cedimento” verso la prepotente nobiltà inglese.

Non è mancato il riferimento al principio fondativo della rivoluzione americana “no taxation without rapresentation”, in fondo già contenuto nel documento costituzionale inglese De tallagio non concedendo contenuto nella Confirmatio chartarum del 1297.

La stoccata verso le intemperanze caudilliste di Trump era evidente persino dal tono della voce, chiamando l’applauso della minoranza democratica e di non poca parte dei repubblicani. Riflettendo sulla storia, ha ricordato di essere stato al fianco degli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre, facendo riferimento all’articolo 5 della NATO, e ha affermato che avrebbe reso nuovamente omaggio durante la sua visita a New York. “Eravamo con voi allora e siamo con voi adesso”, ha detto.

In un netto contrasto storico, ha anche fatto riferimento alle precedenti dichiarazioni di Donald Trump, che criticavano alcuni aspetti delle forze armate britanniche, inclusa la Royal Navy. Il Re, egli stesso ex ufficiale di marina, colse l’occasione per sottolineare la forza della cooperazione tra Regno Unito e Stati Uniti in materia di intelligence e difesa in tutta Europa e nell’ambito dell’alleanza atlantica. Concludendo con una nota tradizionale, ha aggiunto: “Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito”, suscitando un’ultima standing ovation e un lungo applauso da parte del Congresso.

Nonostante l’innegabile successo diplomatico e personale di Re Carlo non può far dimenticare che la special relationship non è più quella d’epoca Reagan – Thatcher. Il mondo, allora, era differente e differenti erano le persone. È evidente che Il governo Starmer sta cercando una maggiore cooperazione con Berlino, Bruxelles e Parigi, in particolare in materia di difesa e politica economica. La logica è semplice: in un mondo di rinnovata competizione tra grandi potenze e di leadership statunitense vacillante o incerta, il Regno Unito non può permettersi l’isolamento strategico.

Il successo del viaggio reale potrebbe evidenziare queste tensioni anziché oscurarle. L’’imprevedibilità di Trump incombe: il suo calore personale nei confronti del re e il suo fascino per la famiglia reale contrastano nettamente con le sue ferme critiche al governo britannico, possono creare reazioni negative nei rapporti bilaterali.

In definitiva, ciò che è in gioco nella visita di Stato di Re Carlo non è la sopravvivenza della relazione speciale, ma la sua ricalibrazione. Per decenni, tale relazione si basò su interessi condivisi, valori comuni e profondi legami istituzionali. Venne rafforzata dall’abitudine e dall’assenza di alternative valide. Il ruolo di Re Carlo – in questa impareggiabile esibizione di stile e di savoir-faire diplomatica – è stato quello di sottolineare la continuità e ricordare a entrambi i Paesi il loro passato condiviso, anche se i loro futuri strategici divergono.


Il discorso di Re Carlo durante il pranzo alla Casa Bianca.
  • (Genova, 1960), formatosi all’Università di Genova, è stato visiting scholar (1993) presso la Elliott School of International Affairs della George Washington University.
    Da 35 anni si occupa di gestione di politiche culturali. È autore di monografie e saggi di storia americana, di storia militare, di relazioni internazionali e di ambito politologico. Ha collaborato con il Centro Internazionale studi Italiani dell’Università di Genova.
    Ha collaborato con testate come “l’Occidentale” e “il Dubbio”; attualmente collabora con “il Giornale (Piemonte-Liguria)” e con “Atlantico quotidiano”, occupandosi delle materie sopra descritte, oltre che di attualità politica e di politica culturale.

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