Operazione Entebbe: il cinquantesimo anniversario
Nella notte fra il 3 ed il 4 luglio 1976, un’unità speciale dell’esercito israeliano condusse un’azione militare all’aeroporto internazionale di Entebbe, in Uganda, con l’obiettivo di liberare i passeggeri e l’equipaggio del volo Air France 139, sequestrati da un gruppo di terroristi palestinesi e tedeschi.[1]

L’operazione, passata alla storia come una delle più audaci missioni di salvataggio mai realizzate, vide impegnati circa 190 militari israeliani[2], inviati ad oltre 4.000 chilometri di distanza dal proprio Paese. Il commando riuscì a penetrare in un aeroporto controllato dalle forze ugandesi, a liberare 102 dei 106 ostaggi ed a colpire anche parte consistente degli aerei militari appartenenti al regime del presidente ugandese Idi Amin Dada[3]. Durante l’intervento morirono tre ostaggi e perse la vita anche il comandante dell’unità israeliana, Jonathan Netanyahu[4], fratello di Benjamin Netanyahu[5], futuro primo ministro di Israele.
Il dirottamento ebbe inizio alcuni giorni prima: il volo Air France 139 era decollato il 27 giugno 1976 da Tel Aviv con destinazione Parigi. Dopo uno scalo ad Atene, effettuato intorno a mezzogiorno e mezzo, salirono a bordo altri passeggeri, fra cui i quattro sequestratori: due palestinesi legati al Fronte popolare per la liberazione della Palestina[6], organizzazione di matrice marxista, e due tedeschi appartenenti alle Cellule rivoluzionarie (Rote Armee Fraktion), gruppo dell’estrema sinistra armata[7].
Pochi minuti dopo la ripartenza dalla capitale greca, la torre di controllo perse il contatto con l’aereo ed in breve tempo apparve evidente come il velivolo fosse stato preso sotto il controllo dei dirottatori. Il Boeing ricomparve successivamente a Bengasi, in Libia, dove Muammar Gheddafi autorizzò l’atterraggio, il rifornimento di carburante e la successiva partenza[8].
Il giorno seguente, il 28 giugno, l’aereo raggiunse l’aeroporto internazionale di Entebbe, città ugandese allora poco nota al grande pubblico, destinata da quel momento ad entrare nella cronaca internazionale.
All’epoca l’Uganda era sotto il controllo di Idi Amin Dada, figura tra le più controverse ed imprevedibili della storia politica africana del Novecento. Nei primi anni Settanta, durante la fase iniziale del suo regime, Amin aveva goduto dell’appoggio degli Stati Uniti e del Regno Unito, interessati a contenere l’influenza sovietica nel continente. Anche Israele aveva avuto rapporti stretti con Kampala, figurando tra i principali fornitori di armamenti del governo ugandese.

Con il passare degli anni, però, come accadde a diversi regimi africani del periodo, Amin cambiò radicalmente orientamento internazionale; nel 1976 l’Uganda si era ormai avvicinata all’Unione Sovietica ed alla Libia di Muammar Gheddafi. Parallelamente, il dittatore aveva maturato una crescente ostilità verso Israele, alimentata anche da dichiarazioni pubbliche dai toni propagandistici, nelle quali arrivò ad evocare ipotesi irrealistiche di invasione dello Stato ebraico.[9]
Quando, il 28 giugno, l’aereo dell’Air France atterrò ad Entebbe, i dirottatori trovarono l’appoggio delle autorità ugandesi: i militari locali si schierarono a protezione del velivolo, mentre altri quattro membri del gruppo terroristico raggiunsero il commando già presente a bordo.
Idi Amin Dada si presentò ufficialmente come possibile mediatore della crisi, ma nei fatti assunse una posizione favorevole ai sequestratori. Gli ostaggi vennero condotti in un vecchio terminal dell’aeroporto, ormai non più utilizzato, e sorvegliati da numerosi soldati ugandesi. In seguito, i cittadini israeliani furono separati dagli altri passeggeri, molti dei quali vennero rilasciati nei giorni successivi.
Nel frattempo i dirottatori resero note le loro condizioni: chiedevano cinque milioni di dollari come riscatto per l’aereo e la liberazione di oltre cinquanta militanti legati alla causa palestinese. Per diversi giorni il governo israeliano tentò la via negoziale, senza però arrivare ad una soluzione. Anche l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina[10], allora principale soggetto politico del movimento nazionale palestinese e rivale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, cercò di intervenire. Il capo del commando, tuttavia, rifiutò di incontrare il mediatore palestinese.

Le trattative proseguirono per quasi una settimana e, a un certo punto, il governo israeliano prese seriamente in considerazione l’ipotesi di accettare le richieste dei sequestratori per ottenere il rilascio degli ostaggi.
Il 3 luglio, però, i vertici militari israeliani presentarono un piano alternativo: un’operazione armata per liberare i prigionieri. Sulla carta si trattava di un progetto estremamente rischioso. Bisognava trasportare per migliaia di chilometri un contingente di soldati israeliani, farli atterrare in territorio ostile, attaccare l’aeroporto e garantire allo stesso tempo la copertura necessaria contro eventuali contrattacchi, compreso il rifornimento degli aerei impiegati nella missione.
L’Uganda disponeva di un’aviazione non particolarmente avanzata, ma comunque sufficiente a rappresentare una minaccia per lenti velivoli da trasporto. La svolta arrivò grazie alla collaborazione del Kenya, che accettò di mettere a disposizione le proprie basi per consentire il rifornimento degli aerei israeliani[11]. A quel punto il piano, pur restando molto pericoloso, divenne concretamente realizzabile.
Dopo una riunione tesa e complessa del Consiglio dei ministri, il governo israeliano autorizzò l’operazione alle 18.30 del 3 luglio. Mancavano poche ore alla scadenza dell’ultimatum fissato dai terroristi, che avevano minacciato di far saltare in aria il terminal con gli ostaggi all’interno nel caso in cui le loro richieste non fossero state accolte.
Il primo velivolo israeliano raggiunse la pista di Entebbe intorno alle 23, riuscendo ad atterrare senza attirare l’attenzione dei soldati ugandesi. Dal portellone posteriore, già aperto durante la fase finale dell’atterraggio, uscirono una Mercedes simile a quella utilizzata da Idi Amin Dada e due fuoristrada dello stesso modello impiegato abitualmente dalla sua scorta. L’obiettivo era confondere le forze locali e guadagnare minuti preziosi.

A bordo si trovavano 29 uomini delle forze speciali israeliane, guidati da Jonathan Netanyahu, incaricati di raggiungere il terminal e liberare gli ostaggi. Gli altri tre aerei da trasporto sarebbero arrivati a breve distanza l’uno dall’altro, portando circa 150 militari con il compito di mettere in sicurezza l’aeroporto e respingere un eventuale contrattacco dell’esercito ugandese.
Su quei minuti sono state scritte numerose ricostruzioni. Secondo alcune versioni più recenti, tra cui quella proposta dallo storico britannico Saul David nel volume “Operation Thunderbolt”[12], pubblicato nel 2015, il capo del commando avrebbe commesso un errore tattico ordinando al convoglio di fermarsi per neutralizzare due sentinelle ugandesi. Gli spari misero in allarme i dirottatori, che avrebbero potuto reagire immediatamente contro gli ostaggi. Per ragioni ancora discusse — forse per la sorpresa, forse per l’esitazione a colpire persone disarmate — i terroristi non agirono subito. Quel breve ritardo consentì ai militari israeliani di raggiungere il vecchio terminal ed avviare l’irruzione.

Entrati nell’edificio, i soldati gridarono in inglese ed in ebraico agli ostaggi di restare a terra, identificandosi come membri dell’esercito israeliano. Nello scontro a fuoco furono uccisi sette dirottatori; alcuni morirono in seguito al lancio di granate nella stanza in cui avevano cercato riparo. Due ostaggi persero la vita ed altri dieci rimasero feriti durante la sparatoria. Secondo la ricostruzione più accreditata, entrambi gli ostaggi morti furono colpiti per errore dai militari israeliani, che li avrebbero scambiati per sequestratori perché si trovavano in piedi al momento dell’assalto.
Mentre l’operazione si svolgeva all’interno del terminal, all’esterno era già iniziato un secondo fronte dello scontro. Gli altri tre aerei da trasporto avevano fatto sbarcare il resto del contingente, compresi alcuni mezzi blindati. Una parte dei soldati si diresse verso l’area militare dell’aeroporto, dove erano parcheggiati diversi caccia di fabbricazione sovietica, che vennero distrutti per impedire un eventuale inseguimento. Altri reparti organizzarono un perimetro di sicurezza attorno agli aerei impegnati nelle operazioni di rifornimento, contenendo la reazione dei soldati ugandesi e dei rinforzi che stavano arrivando.
Il bilancio tra le forze ugandesi fu pesante: secondo le stime, morirono tra 20 e 40 militari, alcuni dei quali colpiti mentre si trovavano sulla torre di controllo. Da quella posizione un soldato ugandese riuscì a ferire mortalmente Jonathan Netanyahu mentre il comandante israeliano usciva dal terminal. In meno di un’ora, circa 53 minuti, il raid si concluse. L’ultimo aereo lasciò la pista di Entebbe con gli ostaggi liberati ed il contingente israeliano a bordo.

L’operazione ebbe conseguenze rilevanti anche oltre il piano militare. Idi Amin Dada ordinò l’uccisione dell’unico ostaggio che non si trovava nel terminal al momento dell’attacco ed avviò rappresaglie contro cittadini kenyoti, puniti per il sostegno offerto dal governo di Nairobi alla missione israeliana. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina organizzò attentati contro alcuni hotel in Kenya appartenenti ad un cittadino israeliano che aveva contribuito a facilitare l’intesa tra i governi israeliano e kenyota. Secondo diverse ricostruzioni, inoltre, i servizi ugandesi furono coinvolti nell’uccisione del ministro kenyota che aveva collaborato a quell’accordo.[13]
Il raid contribuì anche a deteriorare i rapporti tra Kenya e Uganda. Il peggioramento delle relazioni tra i due Paesi si inserì in una crisi regionale più ampia, destinata in seguito a sfociare in un conflitto che avrebbe accelerato la caduta del regime di Idi Amin Dada.
Sul piano simbolico, l’operazione di Entebbe rimase uno dei momenti più celebrati nella storia militare israeliana. Il giornalista Max Hastings, autore di “Yoni, hero of Entebbe”[14], l’ha descritta come il punto di massima affermazione internazionale di Israele, capace in quell’occasione di mostrare al mondo la volontà e la capacità di proteggere i propri cittadini ovunque si trovassero.
Con il passare degli anni, tuttavia, sono emerse anche letture più critiche. In una recensione pubblicata sul Guardian[15] al libro di Saul David, Ben Shepard ha osservato che l’eredità dell’operazione non si limita al successo militare. Secondo questa interpretazione, Entebbe contribuì a rafforzare nella politica israeliana l’idea che la forza armata potesse prevalere sul compromesso come strumento principale di risposta alle crisi.

Un’altra conseguenza duratura fu di natura politica: la morte di Jonathan Netanyahu trasformò il comandante del raid in una figura simbolica e contribuì, indirettamente, all’ascesa pubblica del fratello Benjamin Netanyahu, destinato a diventare uno dei protagonisti più influenti della politica israeliana contemporanea.
Riferimenti bibliografici:
- https://www.agi.it/estero/news/2016-02-29/netanyahu_in_africa_per_i_40_anni_da_blitz_entebbe-570264/
- https://www.agi.it/estero/news/2019-03-27/morto_pilota_eroe_dirottamento_entebbe-5221443/
- https://www.ofcs.it/spigolature-storiche/terrorismo-giugno-1976-la-storia-del-raid-di-entebbe/#gsc.tab=0
- https://www.ilpost.it/2016/07/04/entebbe/
- https://aish.com/the-heroic-pilot-who-stayed-with-entebbes-jewish-hostages/
- https://ilmanifesto.it/archivio/2003034382
- https://www.shalom.it/israele/operazione-entebbe-leroismo-dellidf-il-4-luglio-del-1976/
- https://time.com/archive/6848129/africa-war-of-words-over-a-tense-border/
Note:
[1] https://www.focus.it/cultura/storia/operazione-entebbe-il-blitz-d-israele-in-uganda-fu-un-atto-illegale-o-un-capolavoro-dell-antiterrorismo
[2] https://www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/israele/entebbe-40-anni-ricordo-delleroica-impresa-dellesercito-israeliano/
[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/amin-idi_(Dizionario-di-Storia)/
[4] https://en.wikipedia.org/wiki/Yonatan_Netanyahu
[5] https://iltalebano.com/2021/06/11/la-fine-dell-epoca-di-netanyahu-dai-sette-giorni-di-entebbe-alle-accuse-di-corruzione/
[6] https://www.caputmundi.info/2025/07/25/hamas-e-la-guerra-dei-sei-giorni-il-primo-banco-di-prova/
[7] https://de.wikipedia.org/wiki/Rote_Armee_Fraktion
[8] http://www.sancara.org/2011/02/3-4-luglio-1976-operazione-thunderbolt.html
[9]https://tesi.luiss.it/22668/1/078852_BARBERINI_PIERLUIGI_Il%20volo%20Air%20France%20139%20e%20il%20raid%20di%20Entebbe%20-%20Implicazioni%20securitarie%20e%20diplomatiche.pdf
[10] https://www.caputmundi.info/2025/07/25/hamas-e-la-guerra-dei-sei-giorni-il-primo-banco-di-prova/
[11] https://www.timesofisrael.com/kenya-a-silent-partner-in-the-most-audacious-hostage-rescue-mission-in-history/
[12] https://www.ibs.it/operation-thunderbolt-entebbe-raid-most-libro-inglese-saul-david-saul-david-ltd/e/9781444762549?srsltid=AfmBOoq7sNbZqx4_RHduZKt4JGiFMgMGHrgyXWx8Oe0nQlalJxdQYBaW
[13] https://time.com/archive/6848233/uganda-gas-war/
[14] https://www.goodreads.com/en/book/show/1960269.Yoni
[15] https://www.theguardian.com/books/2015/jul/19/operation-thunderbolt-flight-139-raid-entebbe-review-saul-david




